Interventi

Lezioni da non dimenticare per l’università del dopo covid

di Dario Braga

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4' di lettura

Il tema è quello dell’università dopo la pandemia. Che università vogliamo trovare quando avremo messo in sicurezza le nostre vite grazie al vaccino? Che cosa rimarrà di questo lungo periodo di sofferenza, di improvvisazione, di reclusione? Vorremo tenere qualcosa o cercheremo di tornare il più rapidamente possibile a una normalità pre-Covid? Una normalità magari non del tutto soddisfacente ma che era comunque la nostra normalità? C’è qualcosa che vogliamo tenere? Provo a dare qualche risposta basata sulla mia esperienza personale.

Il primo punto è quello dell’insegnamento a distanza. Intendiamoci bene. Continuo a pensare (si veda Il Sole 24 Ore del 23 dicembre scorso) che una didattica che tenga i docenti lontani dagli studenti e gli studenti lontani dagli altri studenti sia alienante, e che diventi un ossimoro quando applicata a corsi di esercitazioni o laboratori. Detto questo, è indubbio che abbiamo imparato – gioco forza – che possiamo fare lezione ed esami parlando a una webcam. La fruizione da remoto è un “di più” dal quale non bisogna tornare indietro. Siamo realisti. Tra uno studente che non viene a lezione perché deve prendere il treno tutti i giorni alle 6 del mattino o perché non sta bene o per altri motivi e lo stesso studente che può seguire tutte le mie lezioni da casa sua, e può interloquire con me come se fosse tra quelli in aula, cosa è meglio? La didattica online, se integrativa della didattica in presenza, consente di superare barriere e di ridurre discriminazioni. Un “di più” a cui non si dovrebbe rinunciare. Si tratta di perfezionare gli strumenti e i meccanismi di controllo per evitare sia i comportamenti opportunistici sia la nascita di percorsi a “due velocità”.

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Il secondo punto è il telelavoro. Molti di noi hanno imparato a telelavorare, sia i docenti sia il personale amministrativo. Sarebbe sbagliato pensare che si debba tornare indietro, spesso in uffici sovraffollati, quando è possibile, e lo abbiamo verificato nella prassi, affrontare in modo flessibile problemi di conciliazione casa-lavoro (penso ai genitori di bambini piccoli o chi ha anziani a carico) o anche semplicemente gestire meglio la propria vita. Quindi non “lavoro agile emergenziale”, ma riorganizzazione del lavoro a distanza in forme di telelavoro o di smart working. Alcune università lo stanno già facendo. Ma ci vuole immaginazione e collaborazione anche sindacale: si tratta di lavorare per obiettivi verificabili con indicatori precisi che consentano ai datori di lavoro di assicurarsi che quel determinato target venga raggiunto nel minimo tempo utile. Il lavoro a distanza, se ben organizzato, oltre ad andare incontro alle esigenze dei singoli, può abbattere costi e rendere gli ambienti di lavoro più vivibili, diminuire gli spostamenti, ridurre l’inquinamento e l’impatto sui trasporti pubblici.

Il terzo punto riguarda il corpo docente. Lavorare a/da casa non è stata certo una scoperta. Studiare, scrivere articoli o progetti di ricerca, magari in videoconferenza con altri ricercatori, rispondere alle richieste degli studenti, correggere compiti sono cose che facciamo da sempre, ma che dire delle tante attività collegiali (riunioni, consigli di dipartimento, di corso di studio, di dottorato)? Le riunioni su Teams o Zoom hanno consentito di abbreviare i tempi delle decisioni, eliminato i tempi morti di spostamento, ridotto i ritardi e de facto aumentato la partecipazione. Anche qui, tuttavia, occorre equilibrio. Il rapporto informale tra docenti è una componente essenziale del tessuto accademico, così come lo è quello con il personale tecnico e amministrativo e con gli studenti. Anche qui si tratta di trovare una via smart, continuando a svolgere online le attività collegiali di routine ma garantendo, al tempo stesso, periodiche occasioni di riunione su temi di strategici, o per conferenze e sedute di laurea e di dottorato. Momenti in cui ci si possa incontrare e stringersi la mano (perché torneremo a stringerci le mani) e stare seduti fianco a fianco.

L’ultimo punto è esterno all’università ed è forse il più importante. In molti hanno capito che bisogna fare tanta ricerca. Molta più ricerca di quanta ne sia stata fatta fino ad adesso, perché, nel momento del bisogno serve una riserva di conoscenze e di competenze da mettere in campo. È il capitale intellettuale che garantisce la capacità di risposta e non sto pensando solo alle pandemie. Siamo un mondo in subbuglio, con una popolazione in continua crescita (10 miliardi nel 2050), con un clima che cambia, popoli che si muovono... Abbiamo bisogno di prontezza, di giovani allenati ad affrontare le sfide e non solo quelle tecnologiche, e a farlo insieme ad altri, al di là degli steccati disciplinari. Si pensi alla complessa situazione socio economica che si va delineando e alla quale l’università ha il dovere di dare un contributo propositivo e di innovazione. Ricordiamolo nella discussione sugli investimenti prioritari.

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