IL MEGLIO DELLA NATURA

Lezioni di vita selvaggia

In libreria dieci scritti di John Muir, padre dell’ambientalismo al quale si deve la nascita dello Yosemite Park oltre che dell’omonimo cammino

di Maria Luisa Colledani

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In libreria dieci scritti di John Muir, padre dell’ambientalismo al quale si deve la nascita dello Yosemite Park oltre che dell’omonimo cammino


4' di lettura

Il nonno di Greta Thumberg si chiama John Muir ed è vissuto 150 anni prima di lei, in un altro continente. Nelle foto ottocentesche che lo ritraggono la lunga barba bianca sembra appena uscita dalla foresta, nei suoi scritti la meraviglia per montagne è cristallina e i timori per gli sgambetti dell’uomo alla natura un grido di dolore. Per questo può essere considerato il primo ambientalista della storia. Un rivoluzionario silenzioso e potente, un influencer prima dei social, troppo spesso dimenticato forse perché non ha avuto un grande libro o un grande film, stile Into the wild, a celebrarne le magnifiche sorti fino a farlo diventare patrimonio di tutti.

Scozia

John Muir nasce in Scozia nel 1838, ma una decina di anni dopo si trasferisce nel Wisconsin dove il padre ha acquistato 65 ettari di lande incontaminate. Non ha più tempo per studiare e la terra diventa maestra di vita: «La Natura stessa si riversava in noi - scriveva nel suo diario -, insegnandoci e persuadendoci con le sue meravigliose lezioni luminose. Qui, senza saperlo, eravamo a scuola; ogni lezione selvaggia era una lezione d’amore, una lezione che ci incantava con il suo fascino e senza prevaricazioni».

Muir cresce da autodidatta, si appassiona alle Vite parallele di Plutarco, si iscrive all’università ma la guerra civile rivoluziona la sua vita. Lavora in una falegnameria, poi in una fabbrica che produce carrozze. Fa l’imprenditore ma un infortunio sul lavoro quasi lo rende cieco e così «ho detto addio a tutte le invenzioni meccaniche, determinato a dedicare il resto della mia vita allo studio delle invenzioni di Dio». Nel 1867 nasce il John Muir che negli Usa, e non solo, è un totem della natura, un profeta laico della bellezza selvaggia, il miglior insegnante della University of Wilderness.

Per il resto della sua vita, ha camminato, vagabondato, osservato, studiato. Ha scritto decine e decine di pagine sui giornali e in libri, quali La mia prima estate nella Sierra, diventati Bibbie del vivere lento, dell’immersione totalizzante nella natura, atomo con atomo, vita con vita. E ora la casa editrice Piano B propone Andare in montagna è tornare a casa, una raccolta di dieci scritti, perlopiù inediti in Italia. Gli animali e le rocce, le lunghe distanze e l’osservazione della foresta: ci sono tutti i temi cari a Muir con una scrittura che si fa poetica a tratti («gli alberi nella tempesta come viaggiatori», «gli scoiattoli sono fulmini di vita»), e “architettonica” altrove fra guglie e parapetti, pinnacoli e fenditure nei ghiacci.

Gli spazi larghi

Il suo amore per gli spazi larghi è l’unica bussola: «Passeggia per un’intera estate se puoi - invita ognuno di noi -: il tempo non sarà rubato alla somma della vita. Invece di accorciare la vita, la allungherà di certo e ti renderà davvero immortale». Lui è diventato immortale per l’opera di osservazione e salvaguardia che ha compiuto soprattutto nella Yosemite Valley, situata nella parte occidentale della Sierra Nevada, in California. «La fame dell’anima» lo spinge, le montagne lo chiamano e vagabonda per quattro anni nella vallata, vivendo in una cabin lungo lo Yosemite Creek e raggiungendo per primo il Cathedral Peak (3.004 m) e il Ritter (4.008 m). Ha il tempo di osservare in modo diretto e prolungato le abitudini e le altitudini di scoiattoli, cervi, orsi, castori e serpenti. Nulla gli è alieno, tutto lo illumina come l’enrosadira, «una delle più impressionanti manifestazioni terrestri di Dio. Al tocco di questa luce divina, le montagne sembrano accendersi di un’estasiata consapevolezza religiosa, e rimasero in attesa, sommesse come fedeli devoti».

Sa bene che i pericoli sono evidenti e spietati, invita nelle sue righe alla resistenza e alla ordinaria destrezza ma, soprattutto, ci coinvolge nella meraviglia che salva: «Tutto prese più rigidamente il tono dell’alta montagna, senza però generare alcun tipo di spavento - poiché andare in montagna è come tornare a casa. Tutte le strane cose in cui ci imbattiamo in queste terre selvagge sono in un certo modo familiari, e quando le guardiamo abbiamo un vago sentore di averle già viste prima».

Viaggia senza sosta, dall’Alaska all’India, dall’Egitto all’Australia, studia e osserva piante e animali ma capisce che senza il traino della politica nulla cambierà. Nel 1892, fonda il Sierra Club, una delle prime organizzazioni per la tutela ambientale; nel 1903 fa un viaggio con il presidente Theodore Roosevelt attraverso gli orizzonti americani. È finito il mito della frontiera, è il momento dei grandi parchi nazionali di cui Muir è considerato il padre, avendo sostenuto presso il Congresso Usa la nascita dello Yosemite Park e del Sequoia Park. In quelle terre migliaia di persone, ogni anno, ancor’oggi, si sfiancano di fatica e meraviglia lungo il John Muir Trail, lo storico cammino californiano di 340 chilometri che parte dalla Yosemite Valley per raggiungere la vetta del monte Whitney, passando per il Kings Canyon e per il Sequoia National Park. È la Route 66 della natura, un percorso di formazione, un moderno pellegrinaggio alla ricerca di sé, senza dimenticare che «l’uomo ha la presunzione che il mondo sia stato fatto apposta per gli usi dell’uomo, ma ogni animale, ogni pianta e ogni cristallo controverte tale dogma» e che «l’universo sarebbe incompleto senza l’uomo, ma sarebbe incompleto anche privo della più microscopica creatura che vive al di là della nostra vita e della conoscenza presuntuosa».

Greta

In queste riflessioni Muir è contemporaneo e vicino a Greta. Meno industrie e più armonia fra civiltà e natura, ma gli uomini sono così ciechi che «invece di alzare gli occhi verso il Dio delle montagne, li levano verso l’Onnipotente Dollaro». Quel che serve non è cieca opposizione al progresso ma opposizione a un progresso cieco perché, ricorda Muir, quasi con toni profetici: «tutti hanno bisogno della bellezza come del pane; luoghi in cui poter giocare e pregare, dove la natura possa guarire e rinvigorire il corpo come l’anima».

Andare in montagna è tornare a casa, John Muir, Piano B Edizioni, Prato, pagg. 200, € 15

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