New York, Parigi, Hong Kong e Londra

LGDR, un modello ibrido basato su competenze, conoscenze e collaborazione

Quattro importanti dealer si uniscono su un modello ibrido inspirato al private banking delle banche svizzere: focus su ricerca, curatela e art advisory

di Maria Adelaide Marchesoni

4' di lettura

LDGR è una società blue-chip piuttosto unica nata dall'unione di quattro importanti art dealer, Dominique Lévy, Brett Gorvy, Amalia Dayan e Jeanne Greenberg Rohatyn. Partirà a gennaio con sede nel nuovo spazio dell’Upper East Side del Salon 94, la galleria di Rohatyn, inaugurata a marzo dopo un restauro dell’architetto uruguaiano Rafael Viñoly, Lévy Gorvy ha deciso di rinunciare alla sua attuale galleria di Madison Avenue; Dayan ha recentemente lasciato la sua galleria Luxembourg & Dayan, che ha anche chiuso il suo spazio a New York ma rimane aperta a Londra. Insomma i quattro galleristi che operano ciascuno con una sua lunga esperienza sull’arte moderna, del dopoguerra e contemporanea avviano un nuovo modello di proposta. In questa intervista Dominique Lévy racconta ad Arteconomy24 come è nato e si è sviluppato il progetto insieme e gli obiettivi futuri. (in foto From left, Amalia Dayan, Dominique Lévy, Jeanne Greenberg Rohatyn and Brett Gorvy at Rohatyn's gallery, Salon 4.Credit...Caroline Tompkins for The New York Times)

Come è nata LGDR?
LGDR è nata da un’amicizia e da un rapporto di lunga data come quando io e Brett Gorvy abbiamo unito le forze circa sei anni fa. Durante la pandemia abbiamo analizzato il nostro business e abbiamo concluso che dovevamo recuperare qualcosa perso nel corso degli anni. Così abbiamo deciso di unirci per condividere un modello di business incentrato più sull’aspetto artistico.

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Come si differenzia dalla precedente attività?
È un modello ibrido: non siamo una galleria, non siamo un art advisor, ma qualcosa di nuovo. Manterremo i nostri uffici a New York, Parigi, Hong Kong e Londra e organizzeremo mostre quando sarà importante farle con una maggiore attenzione al calendario. Questa è la principale differenza con LGDR. Non sarà una programmazione ogni otto settimane, alcune mostre saranno itineranti, altre dureranno due mesi, ma organizzeremo mostre quando i nostri artisti saranno pronti e quando il nostro calendario lo permetterà.

Chi saranno i professionisti in questo modello ibrido?
Ciò che descrive meglio LGDR è un diagramma di Venn. Ispirandosi a questo diagramma, LGDR ha diversi dipartimenti. Prima di tutto, la Ricerca un’area molto importante con persone in tutto il mondo con esperienza sia nel mercato secondario che in quello primario per dare all’opera d’arte quello che noi chiamiamo pedigree, dignità, eredità e storia. La ricerca è essenziale non solo per lavorare con i clienti sulle loro collezioni, ma anche per gli artisti viventi e gli estate. Poi c’è l’intuizione curatoriale che è un altro elemento chiave di LGDR. Abbiamo un forte legame con i più importanti curatori che hanno il compito di ascoltare gli artisti e sviluppare con loro mostre rilevanti. I nostri curatori lavorano a stretto contatto con i curatori dei musei per difendere e rappresentare i nostri artisti. Molto spesso il dialogo con i collezionisti, anche se interessante, dovrebbe essere più mirato al desiderio del collezionista. Infine, abbiamo esteso la collaborazione a un gruppo di persone a livello internazionale (per esempio, a Milano, Elena Bonanno di Linguaglossa si occupa di Lévy Gorvy in Italia), in Corea, in Svizzera, nelle aree geografiche dove crediamo ci sia un legame interessante con l’arte, il collezionismo, le istituzioni.

in foto da sinistra Amalia Dayan, Dominique Lévy, Brett Gorvy e Jeanne Greenberg Rohatyn

Vi siete ispirati alle banche d’affari?
In effetti, il modello è una struttura ispirata al private banking delle banche svizzere, che si basa sulla competenza con persone che agiscono all’interno di un territorio. In questo senso, si tratta di un modello ibrido e i servizi che offriamo rientrano nell'area di un Family Office Management Service.

E il rapporto con gli artisti rappresentati?
Non vogliamo “possedere” l’artista. Crediamo nel voler rappresentare gli artisti, ma non in un rapporto esclusivo, e siamo aperti a un dialogo con l’artista per favorire una migliore visibilità del suo lavoro, anche attraverso collaborazioni con musei e gallerie situate in altre aree geografiche.

Cosa significa quindi essere un gallerista oggi?
C’è un ritorno al ruolo del gallerista come protettore e sostenitore dell’artista. Prima della pandemia eravamo tutti sempre di corsa e impegnati in quello che chiamavamo il mondo “globale”, molto dannoso per l’arte perché rende tutto uguale. Vogliamo tornare ad essere internazionali nel senso che dobbiamo mantenere la nostra identità in ogni paese. Non possiamo continuare a offrire un'elevata qualità artistica se dobbiamo organizzare e partecipare a una fiera ogni mese con il risultato che si assomigliano tutte. Anche ai nostri occhi, i nostri stand sembravano tutti uguali.

Cosa c’è di sbagliato nell’attuale modello di fiera?
Le fiere sono nate per far conoscere nuovi collezionisti, per scoprire ciò che non si poteva vedere nel proprio paese. Ecco perché continueremo con energia e passione a fare le fiere d’arte in Asia per dare a chi non può, la possibilità di conoscere e scoprire l’arte occidentale. In Asia c’è un mondo pieno di curiosità e interessato a scoprire e le fiere hanno ancora questo scopo, cosa che è scomparsa in Europa. Abbiamo solo due fiere in calendario, Art Basel a Basilea e forse Miami (non ne sono sicura al momento), e nessun’altra fiera in Europa o negli Stati Uniti.

Ma questo non è un rischio?
Sono consapevole che sia un rischio che alcuni artisti e alcuni colleghi non vogliono correre e non apprezzano, ma spero che presto ci sia una maggiore consapevolezza di ciò che è più importante. Non è una rivoluzione, è solo agire per il bene dell’arte e della comunità. Le fiere, se le si guarda solo da un punto di vista commerciale, sono importanti ma già prima della pandemia eravamo stanchi di questo modello, troppo rumorose e un’offerta degli stessi artisti in due o tre gallerie. La pandemia ha certamente incoraggiato un ritorno in gallerie e nei musei. Le fiere sono un Instagram veloce, hanno tolto il piacere di andare in galleria. Durante i Gallery Week, la voglia di tornare in galleria, di vivere l’arte, è palpabile.

Tra le varie competenze c’è spazio per l’arte digitale?
L’arte digitale è un altro servizio che offriamo ai nostri clienti. Sono co-fondatore di DMinti, un’azienda interessata solo a produrre o creare NFT con gli artisti. Guardo all’area digitale allo stesso modo degli altri servizi che offriamo. Dare agli artisti che creano opere digitali la possibilità e l’accesso di immagazzinarle e visualizzarle in un cloud per condividerle sempre e ovunque. Una vera democratizzazione dell’opera d’arte.

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