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Lgim da investitore sfida le aziende sui temi Esg

Il gruppo del risparmio gestito, da 1.690 miliardi di masse amministrate alla fine 2021, ha pubblicato il report delle attività come azionista

di Monica D'Ascenzo

(Elnur - stock.adobe.com)

4' di lettura

Gli investitori attivi diventano sempre più sofisticati e sfidanti per i board delle aziende non solo in tema di risultati economici, ma anche e sempre più in tema di environmental, social and governance (Esg). Ne è un esempio l'undicesimo Active Ownership report di Legal & General Investment Management (Lgim), gruppo internazionale di risparmio gestito da 1.690 miliardi di euro di masse amministrate alla fine dello scorso anno. Il documento dettaglia le decisioni di voto e le attività di impegno in termini ambientali, sociali e di governance con le imprese in cui Lgim ha investito nel corso dell'ultimo anno: 180.200 decisioni prese all'interno di 15.400 assemblee, con un incremento del 30% rispetto al 2020.

«Il nostro approccio, quando iniziamo una campagna di questo tipo, è individuare aziende leader che possano guidare il cambiamento nel mercato. Siamo molto sensibili alle differenze culturali dei diversi Paesi, ma allo stesso tempo ci teniamo che gli standard siano elevati a livello globale» sottolinea al Sole 24 Ore Michael Marks, global head of responsible investing integration di Lgim, che precisa: «Non coinvolgiamo solo le aziende, dialoghiamo anche i regolatori e i legislatori, per cercare di elevare lo standard del mercato a livello globale».

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Gli interventi azienda per azienda

Il report è un rapporto dettagliato di 112 pagine che fa una disamina delle azioni del gruppo britannico sia in base ai temi sia in base alle aree geografiche. Dall’ambiente ai diritti umani, da remunerazioni eque (anche in confronto a quelle riconosciute agli executive) al gender balance le aree di intervento sono molto diversificate. Sul tema ambiente, ad esempio, c’è un’attenzione particolare perché non si cada nel tranello del green washing messo in atto da tante aziende. «Il greenwashing è un rischio di cui siamo molto consapevoli. Misuriamo e valutiamo ciò che le aziende fanno, selezionando i dati chiave di terze parti e siamo coerenti nell’utilizzare questi dati per misurare le prestazioni ESG su un periodo di più anni - non prendiamo per buone solo le dichiarazioni delle aziende. Ci aspettiamo anche di vedere le aziende fare ciò che hanno detto che avrebbero fatto e le giudichiamo contro le azioni» sottolinea Marks, aggiungendo: «Guardiamo a 15 settori chiave dal gas all’energia, dall’alimentare al farmaceutico. Per ogni settore abbiamo una lista specifica di valutazione e abbiamo delle aspettative nei confronti delle aziende. Nel tempo, poi, controlliamo quanto fanno o meno a riguardo e verifichiamo le loro attività». Certo ci sono aspettative diverse a seconda anche deei continenti: «In Europe abbiamo aspettative maggiori rispetto ad altre aree geografiche. Non solo misuriamo i progressi attraverso i dati, ma verifichiamo anche come i target sono stati raggiunti» specifica Maria Ortino, global ESG manager di Lgim.

Un esempio concreto e di attualità è stata l’iniziativa del gruppo come azionista di Moderna: «Abbiamo chiesto all’azienda di essere trasparente riguardo alla strategia di prezzo del vaccino contro il Covid-19, alla luce dei finanziamenti pubblici ricevuti» spiega Marks, proseguendo: «La società ha contestato l’inclusione della proposta nell’ordine del giorno dell’assemblea da depositare alla SEC. Lgim ha allora attuato azioni per garantire che Moderna fornisse quante più informazioni pubbliche possibili e prendiamo atto positivamente del comunicato stampa diffuso a riguardo». Allo stesso modo il gruppo è intervenuto votando a favore di una proposta degli azionisti di McDonald’s per chiedere un rapporto sugli antibiotici e sui costi della salute pubblica legati all’attività dell’azienda: «Riteniamo che un simile studio, con una particolare attenzione alle implicazioni sistemiche, informerà sulle implicazioni negative dell’uso prolungato di antibiotici da parte della società» spiega Marks. Nel caso di Industrial & Commercial Bank of China l’azione è stata molto decisa: «Abbiamo aggiunto l’Icbc alla lista di disinvestimenti a seguito del nostro Climate Impact Pledge 2021, data l'assenza di una politica sul carbone termico e di informative sulle emissioni Scope 3 associate ai suoi investimenti. Da allora abbiamo assistito a un miglioramento della banca in materia di disclosure».

Questione di diversity

Non solo ambiente, naturalmente, nell’impregno di Lgim relativo alle imprese in portafoglio: il gruppo si è opposto all'elezione di 370 amministratori in tutto il mondo per via di problematiche legate alla scarsa diversità all'interno del board. Inoltre, ha avviato una nuova azione sulle maggiori società del Regno Unito e degli Stati Uniti per accrescere la diversità non solo in termini di genere ma anche etnici. D’altra parte proprio la scorsa settimana la Fca, authority dei mercati britannici, ha pubblicato le nuove indicazioni per le società quotate: almeno il 40% di donne nei cda (come prevede la legge Golfo-Mosca del 2011 in Italia); almeno una donna nelle posizioni di senior management nel board; almeno un membro del cda di una minoranza etnica. «Nel Ftse 100 solo 8 ceo sono donne e salgono a 10 nel Ftse 250 e le presidenti sono rispettivamente 16 e 32» sottolinea Maria Ortino, global ESG manager di Lgim, che aggiunge: «In Italia, dove le donne nei cda delle società quotate sono arrivate al 40%, il prossimo passo per le aziende sarà consentrarsi su una maggiore diversità a livello di executive».

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