MEDIO ORIENTE

Libano, ecco come la «Svizzera del Medio Oriente» è finita in default

Il Governo non pagherà 1,2 miliardi di eurobond in scadenza. Con un debito pubblico al 170% del Pil, Beirut proverà a ristrutturare oltre 30 miliardi di dollari

di Roberto Bongiorni

Libano, scontri tra manifestanti e polizia a Beirut

Il Governo non pagherà 1,2 miliardi di eurobond in scadenza. Con un debito pubblico al 170% del Pil, Beirut proverà a ristrutturare oltre 30 miliardi di dollari


5' di lettura

«Il debito è diventato più grande di quanto il Libano possa sostenere ed è impossibile per i libanesi pagare gli interessi». Il discorso alla nazione da parte del primo ministro libanese Hassan Diab, in diretta tv sabato scorso, segna una svolta drammatica nella giovane storia del Paese dei cedri.

Il Libano non ce l’ha fatta. Ha alzato bandiera bianca. Lunedì 9 marzo 2020 passerà alla storia per esser il giorno in cui non è stato pagato l’Eurobond da 1,2 miliardi di dollari in scadenza. «Come possiamo pagare i creditori quando la gente è in strada senza nemmeno i soldi per comprare una pagnotta?» , ha spiegato il neo premier, salito al potere lo scorso 21 gennaio proprio per trovare una soluzione alla grave crisi economica che aveva trascinato in piazza per settimane quasi metà della popolazione libanese.

Un evento senza precedenti
Di crisi, il piccolo Libano ne ha vissute tante, alcune lunghe e drammatiche. Eppure aveva sempre onorato i suoi debiti. Anche nell’anno del conflitto tra Israele ed Hezbollah (giugno-luglio 2006), nei turbolenti anni che lo precedettero, ed in quelli che lo seguirono.
Perfino durante il periodo della sanguinosa guerra civile (1976-1991), quando 15 anni di scontri fratricidi si lasciarono dietro 200mila vittime e un Paese ridotto in macerie, quel che restava delle istituzioni aveva provveduto ad onorare i debiti.
Nel 2019 la crisi economica era stata particolarmente grave. I conti pubblici erano arrivati a dei livelli disastrosi, con il debito pubblico sopra il 170% del Pil. Ancora prima dell’ultima crisi, nel 2018 il deficit aveva superato l’11% del Pil. L’inflazine è bel al di sopra delle due cifre.

Prima di arrivare a questa crisi, Riad Salameh, l’uomo al timone della Banca centrale da ormai 26 anni, le aveva provate davvero tutte. Ricorrendo a quella che lui stesso aveva definito “ingegneria finanziaria” l’autorevole tecnico, nominato tre volte nella sua carriera miglior governatore di banca centrale del mondo, era riuscito a mantenere il cambio fisso con il dollaro, 1, 5 sterline libanesi. Era stato proprio lui a decidere di ancorarlo al biglietto verde 22 anni prima. Ecco perché lottava affinché questo meccanismo fosse preservato.
Ma il perno su cui si reggeva la finanza e l’economia del sistema libanese alla fine ha ceduto. L’ancoraggio, pur esistente ufficialmente, in pratica è saltato. E sul mercato nero la sterlina libanese è crollata nei confronti del dollaro americano, perdendo oltre il 40% in pochi mesi.

Una crisi scoppiata con la guerra in Siria
Ma come si è arrivati a questo punto? Il piccolo Libano si reggeva su di un paradosso. Se sul fonte politico era conosciuto come il più instabile Paese del Medio Oriente, su quello finanziario era in assoluto il più stabile.
Ancora nel 2011 il brillante e dinamico settore bancario privato , su cui si reggeva l'intera economia di questo Paese, finanziava buona parte dell’ingombrante debito del governo (che allora ammontava al 130% del Pil) .
E non c'era motivo per preoccuparsi. Nel 2010, quando le economie dei Paesi occidentali si leccavano ancora le ferite per la crisi finanziaria mondiale iniziata nel 2008 con la bancarotta della banca di investimenti americana Lehmans Brothers, le banche libanesi macinavano profitti su profitti. I numeri del 2010 erano impressionanti; l’attività consolidata delle 54 banche libanesi aveva raggiunto i 128,9 miliardi di dollari, il 12 per cento in più sul 2009, che a sua volta aveva registrato un aumento del 22% rispetto all'anno della crisi mondiale, il 2008. Sempre nel 2010 i depositi privati erano arrivati a 107,2 miliardi, il 12% in più rispetto al 2009.

Ma tutto ciò non poteva durare a lungo
I problemi macro economici di questo Paese che importa tutto e vive solo di servizi ,erano giù seri, irrimandabili. La guerra civile nella vicina Siria, scoppiata nella primavera del 2011, ha poi dato il colpo di grazia. Un milione e mezzo di profughi siriani si è riversato nel piccolo e impreparato Libano, trasformandolo nel Paese con il più il più alto rapporto al mondo di rifugiati per abitante. Le sue strutture e infrastrutture, già insufficienti per i libanesi, hanno resistito ma alla fine non hanno retto alla pressione.

Libano, scontri a Beirut: fuoco in piazza

Allarme, nel “regno” delle banche calano anche i depositi
Eppure fino alla metà del 2018, il sistema libanese pareva reggere. Nel maggio di quell’anno, durante un’intervista con il Sole 24 Ore nel suo ufficio di Beirut, il governatore Riad Salameh, non senza una punta di orgoglio, aveva precisato: «I depositi totali nel Paese superano di oltre tre volte il Pil nazionale. Questo grazie anche alle rimesse dei libanesi all’estero, circa 7 miliardi di dollari l'anno (il 15%del Pil). Sono un fattore essenziale».
Sette mesi dopo era tuttavia arrivato un pessimo segnale. I depositi bancari, la spina dorsale finanziaria su cui si era retto il Paese dei cedri, avevano iniziato a ridursi. Un brutto segno. L'inizio di una mancanza di fiducia in un Paese costruito sulla fiducia.

Il disastro dei conti pubblici
I conti pubblici d'altronde versavano da tempo in una situazione grave. E alla fine i nodi sono arrivati al pettine. Il deficit, incontrollabile, aveva infranto la barriera del 10 per cento. Il debito pubblico, il secondo più alto al mondo, ha superato il 170% del Pil. Già nel 2018 il deficit delle partite correnti aveva sfondato il 25% del PIl. La crisi scoppiata in autunno,e le grandi proteste di piazza, avevano spinto le banche ad operare forti restrizioni ai prelievi ed ai trasferimenti in dollari.

Il ruolo strategico delle riserve in valuta straniera
L’ennesimo campanello d’allarme è arrivato da un altro pilastro della finanza libanese; ultimamente le riserve in valuta straniera detenute dalla Banca centrale, necessarie anche per ripagare debitori esteri, si erano andate riducendo in modo preoccupante. Tanto che le banche, oltre ai limiti imposti ai prelievi, sovente si rifiutavano di convertire la lira libanese in dollari. Misura che aveva inferto un colpo davvero duro alla capacità del Paese di importare beni dall'estero. Il governo doveva quindi decidere se continuare a usare le sue riserve in valuta pregiata per ripagare il debito o saltare il pagamento di lunedì e conservarle per le importazioni.

Eurobond, la spada di Damocle sulle banche.
Le banche libanesi possiedono circa 12,3 dei 31 miliardi di Eurobond emessi. In sostanza se l’opzione principale dovesse risultare nel taglio del valore nominale dei bond, subirebbero un durissimo colpo. Tanto che già corre voce di un potenziale fabbisogno di circa 25-30 miliardi di dollari eventualmente da tamponare per sostenerne la ricapitalizzazione.

Ristrutturazione o azioni legali?
Le opzioni sul tavolo sono diverse. Il Governo e le banche potrebbero cercare un accordo per una ristrutturazine con i detentori degli eurobond. In tutto il Governo di Beirut intenderebbe ristrutturare 31 miliardi di dollari di eurobond. Una grossa parte del debito scaduto oggi è però controllata dal fondo britannico Ashmore. E non è automatico che sia disponibile ad accettare proposte di ristrutturazione. In questo caso si aprirebbe la strada per azioni legali.
Il Libano proverà a invocare l’ aiuto del Fondo monetario internazionale. Vi sarebbero già state missioni esplorative. Ma il prezzo da pagare rischia di essere molto alto per i libanesi. In cambio di un prestito dell'Fmi, Beirut dovrà presumibilmente negoziare un pacchetto di dolorose riforme strutturali dell’economia (tagli a sussidi, a pensioni, ristrutturazione azienda elettrica nazionale) , che metterebbero in difficoltà una popolazione già messa a dura prova.
Senza contare l’ostacolo Hezbollah. Il movimento sciita che sostiene l'Esecutivo di Beirut grazie ad un accordo con il partito cristiano maronita del presidente Michel Aoun è contrario ad ogni accordo con l'Fmi. La “longa manus” di Theran sul Mediterraneo lo considera un’emanazione del grande satana.

Per approfondire:
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Il rischio è una seconda guerra tra Israele e Hezbollah in Libano
Debito, tasse, povertà: in Libano una protesta che parte da lontano

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