Geopolitica

Libano, Iraq e Turchia. Tre elezioni chiave per capire il futuro del Medio Oriente

di Roberto Bongiorni

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(AP)


4' di lettura

Libano, Iraq, Turchia. Uno dopo l’altro. Nell’arco di sei settimane una lunga tornata elettorale rischia di scuotere gli equilibri mediorientali in tre Paesi protagonisti, volenti o nolenti, della crisi siriana. Si inizia il 6 maggio con il piccolo Libano, regno degli Hezbollah (alleati dell’Iran), travolto da un’ondata di profughi senza precedenti. Poi, sei giorni dopo, sarà il turno del martoriato Iraq, uscito vittorioso dalla guerra contro l’Isis ma ancora in bilico Infine, il 24 giugno, toccherà alla Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan, deciso a rafforzare i suo poteri in un voto anticipato di un anno e mezzo. Sono tre elezioni che ci diranno quale direzione potranno prendere questi Paesi in un periodo in cui il Medio Oriente è in fiamme.

Gli occhi delle potenze occidentali, ma anche quelli delle monarchie sunnite e di Israele, sono puntati soprattutto su Iraq e Libano. Tutti temono un’affermazione dei partiti filo-iraniani capace di rafforzare l’influenza di Teheran su questa regione.

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Iniziamo dal Libano. Per la prima volta in nove anni i libanesi torneranno alle urne. La crisi in Siria e il conseguente stallo politico avevano rinviato di anno in anno l’appuntamento elettorale. Nonostante in questo Paese i poteri debbano essere spartiti tra le diverse confessioni religiose, la nuova legge elettorale, approvata nel 2017, introduce una svolta storica; un sistema proporzionale puro al posto del maggioritario, in vigore dal 1960. Il Libano è stato diviso in 15 collegi elettorali, relativamente omogenei al loro interno dal punto di vista confessionale. Si rischia tuttavia una potenziale ingovernabilità, che alla fine avvantaggerebbe gli Hezbollah. Se in teoria è proporzionale, di fatto questa legge somiglia più a un sistema maggioritario grazie soprattutto allo sbarramento del 10 per cento. In caso di fratture societarie, i vincitori saranno inevitabilmente coloro che hanno i numeri più larghi: gli Hezbollah. Non si potrà prescindere da loro.

Quelle in Iraq sono forse le elezioni più incerte. L’ex regno di Saddam Hussein si sta rialzando. La vittoria contro l’Isis ha riappacificato molte regioni. I rialzi dei prezzi del greggio, insieme a una produzione da record, stanno ridando ossigeno alle casse dello Stato.

In questa tornata elettorale, la quarta dalla fine del regime, gli iracheni sceglieranno i 329 parlamentari che a loro volta nomineranno un premier e un presidente della Repubblica. Il panorama politico non è mai stato così frammentato. Sono infatti ben 27 le coalizioni registrate, in cui sono confluiti 143 partiti politici. Sono divisi gli sciiti (il 60% degli iracheni). Lo sono anche i sunniti (20%), e naturalmente anche i curdi (15%). In questo scenario è dunque improbabile che una sola lista possa ottenere la maggioranza. Sarà necessario un Governo di coalizione. E qui la situazione potrebbe complicarsi.

L’uomo da battere resta l’attuale premier Haydar al-Abadi, uscito dal partito di maggioranza Dawla, guidato dal suo avversario, il controverso ex primo ministro sciita Nouri al Maliki, per fondare un nuovo partito. La sua lista - laica, nazionalista e confessionalmente trasversale - è quella che piace più all’Occidente. Le altre coalizioni della compagine sciita sono il blocco capeggiato dalle agressive milizie filo-iraniane, quello di al-Maliki, anche lui vicino a Teheran e l’anomalo esperimento di Moqtada al-Sadr, l’influente clerico filo-iraniano e antioccidentale (ma oggi anti-iraniano), in corsa insieme ai comunisti. Le divisioni politiche nelle comunità curda e sunnita lasciano loro un ruolo residuale. Sebbene divisi, gli iracheni non vogliono cadere nella trappola di dover scegliere tra l’Iran o l’Occidente. Né veder sprofondare l’Iraq in nuove violenze settarie.

Infine la Turchia. L’anticipazione del voto, il primo sotto lo stato di emergenza seguito al tentato golpe del 2016, farà entrare in vigore la nuova forma di governo presidenziale approvata nel referendum del 2017, che attribuisce poteri molto più ampi al presidente. La vittoria di Erdogan è più che probabile, ma non scontata. La sua scelta di anticipare il voto (unendo presidenziali e parlamentari) risponde forse alla consapevolezza che più passa il tempo, più il consenso rischia di erodersi.

Secondo i sondaggi la coalizione tra il suo partito, l’Akp, e gli ultranazionalisti del Mhp, è ormai scesa al 45%, ben al di sotto del 50% necessario per l’elezione del presidente. Se nella sua coalizione si intravvedono vistose crepe, l’opposizione sta invece divenenedo più agguerrita. Iyi Parti, la formazione fondata dall’ex deputata nazionalista Meral Aksener, continua a strappare consensi tra gli elettori dell’Akp e tra quelli Mhp. Anticipando il voto, Erdogan potrebbe provare a trovare una - controversa - base giuridica per impedire che il partito della Aksener partecipi al voto perché fondato meno di 6 mesi fa.

Resta il fatto che la politica economica di Erdogan gli si sta rivoltando contro. L’economia è cresciuta a ritmi sostenuti (+7,4% nel 2017), ma i mezzi per centrare questo obiettivo – tagli alle tasse, aiuti alle imprese private, tassi di interesse troppo bassi - l’hanno surriscaldata. Ora i nodi vengono al pettine. I problemi si chiamano inflazione troppo alta, disoccupazione crescente, deficit delle partite correnti, svalutazione della lira(ai minimi sul dollaro). I capitali stranieri potrebbero fuggire.

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