Il libro

Liberalismo inclusivo per coniugare crescita e giustizia

di Niccolò Nisivoccia

(GoodIdeas - stock.adobe.com)

2' di lettura

Essendo il diritto figlio della politica, non esiste discorso sull’una che non riguardi anche l’altro. In comune, la politica e il diritto dovrebbero avere la loro stessa funzione, che dovrebbe essere quella di interpretare e costruire la realtà: la politica vestendola di senso, a partire da un progetto o perfino da un’utopia; il diritto fornendole una grammatica di funzionamento, essendo la realtà a sua volta formata da una rete complessa di relazioni, che chiedono di essere regolamentate. Da qui deriva il valore anche giuridico delle riflessioni compiute da Michele Salvati e Norberto Dilmore nel loro recentissimo Liberalismo inclusivo (Feltrinelli), aldilà del carattere eminentemente politico del libro e del fatto che l’economia, e non il diritto, rappresenta il punto di vista degli autori.

Viviamo un’epoca confusa, osservano gli autori: ai trent’anni gloriosi successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, durante i quali l’affermazione delle socialdemocrazie aveva consentito il raggiungimento nel nostro angolo di mondo di livelli di benessere mai visti in precedenza, hanno fatto seguito decenni di neoliberismo, le cui fondamenta però sembrano ormai crollate da tempo. Ed è anche un’epoca di transizione, la nostra: non è dato di sapere quale modello finirà per prevalere, né se un modello davvero prevarrà sugli altri. Ma ecco: Salvati e Dilmore affermano che è nel liberalismo inclusivo, inteso come una nuova forma di socialdemocrazia, che bisogna confidare se si aspira a sistemi nei quali una maggior sicurezza economica possa coesistere con una maggior giustizia sociale. Uno dei temi sui quali è più netta la differenza fra neoliberismo e socialdemocrazia è costituito dalla presenza dello Stato nell’economia: ed è proprio questo il terreno sul quale la costruzione teorica del neoliberismo sembra crollata, perché le crisi degli ultimi anni dovrebbero aver dimostrato l’incapacità del mercato di provvedere a sé stesso razionalmente. Tuttavia il dibattito è ancora vivo, e da parte sua il giurista può trovarne conferma, ad esempio, nelle continue oscillazioni che ha subìto il diritto fallimentare dal 2005 in avanti: da allora le riforme e le controriforme si sono succedute quasi senza pause, in particolare non avendo mai trovato una soluzione definitiva il problema del ruolo dell’autorità giudiziaria nelle procedure. Non è dato di sapere quale futuro ci attende, perché i lavori sul Codice della crisi sono ancora in corso. Ma varrebbe la pena di tenere a mente le parole di Guido Rossi, già nel 2006, quando invitava a fare attenzione: il contrattualismo, diceva, quando è senza regole rischia di degenerare in paradosso e di provocare, nella migliore delle ipotesi, solo confusione.

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