L’ANALISI

Liberato Del Grande, ma il ricatto di Ankara non finisce qui

di Alberto Negri

(ANSA)

3' di lettura

Il ricatto di Ankara non finisce qui. La liberazione di Gabriele del Grande è ovviamente un grande risultato ma non bisogna scivolare nel consueto trionfalismo italico che di solito accompagna vicende di questo genere. Le autorità turche, facendo leva sulle leggi di emergenza, hanno liberato dopo troppo tempo un collega che doveva essere espulso subito e non detenuto in carcere. Hanno compiuto un'esibizione di forza per lanciare un avvertimento generale ai giornalisti stranieri: non vi vogliamo tra i piedi.

Il governo di Erdogan, rafforzato dal referendum presidenziale appena vinto, non ama la libertà di stampa e i giornalisti: dietro le sbarre ce ne sono 150, un record mondiale, e molti altri sono stati obbligati all'esilio per sfuggire l'arresto e pesanti condanne. Altri sono sotto processo: per 16 di loro il procuratore ha chiesto la pena dell'ergastolo. Dozzine di testate sono state chiuse privando il Paese ma anche noi di fonti di informazione preziose.

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Cosa accadrebbe se Erdogan facesse approvare un referendum sulla pena di morte, come ha minacciato dopo la vittoria referendaria? Quali sarebbero le pene imposte, ovviamente non solo ai giornalisti ma anche i leader curdi del partito Hdp e dell'opposizione, da mesi in carcere?

Il caso Del Grande ci deve spingere a queste riflessioni. Cerchiamo quindi di essere sobri nei festeggiamenti perché c'è ben poco da celebrare. Le nostre autorità di governo hanno dimostrato la consueta pazienza e saggezza di fronte a un governo che ha ben poche nozioni di democrazia e di legalità: è stato capace di cambiare persino le norme elettorali nel corso del voto referendario approvando come valide 2,5 milioni di schede assai dubbie, come del resto ha testimoniato il rapporto dell'Osce.

Il ricatto di Ankara non finisce qui per due motivi. Il primo è che con l'accordo sui migranti firmato con l'Unione europea tiene sulla corda Bruxelles con la minaccia di riaprire la rotta balcanica. Il secondo è che l'America di Trump è corsa a congratularsi con Erdogan dopo il voto, di stretto margine e molto contestato, del referendum.

Gli Stati Uniti hanno bisogno della Turchia, membro della Nato, per controbilanciare la Russia e Assad in Siria e stanno rafforzando un autocrate che ha imboccato una deriva mediorientale, altro che Europa. Washington intende fermare o contenere l'influenza della mezzaluna sciita di Teheran appoggiando il fronte sunnita, guidato dall'Arabia Saudita, e le richieste israeliane. Erdogan insomma è diventato il solito autocrate la cui permanenza, in questa fase della lotta l'Isis e della definizione di nuove sfere di influenza in Medio Oriente, fa comodo agli interessi strategici ed economici occidentali anche quando si tratta di stati che usano gli stessi jihadisti che dovremmo combattere e sono fonte di ispirazione del terrorismo anche in Europa.

Stiamo accettando un'autocrazia alle porte di casa come del resto avevamo accettato quelle di Saddam o di Gheddafi. Erdogan resta al suo posto con la nostra approvazione perché “non ci sono alternative”. Salvo poi magari intervenire militarmente o con altri mezzi quando fa comodo all'Occidente.
Nel rapporto bilaterale con la Turchia l'Italia deve stare attenta. I turchi non hanno dimenticato il caso Ocalan, quando nel ‘98 il leader del Pkk trovò rifugio qui da noi. Il caso del giornalista italiano fa parte di una lunga sequenza che potrebbe influire, magari non subito, magari in maniera indiretta, anche sugli affari importanti che le aziende italiane mantengono in Turchia. Solo apparentemente certi dossier si chiudono.

E' consigliabile dunque festeggiare il ritorno di Gabriele del Grande con sobrietà e consapevolezza. Evitiamo i trionfalismi, il solito circo mediatico e facciamo invece qualche cosa di concreto per la libertà di stampa in Turchia: la vita dei colleghi turchi vale quanto quella di Gabriele, non dimentichiamoli.

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