Riforme

Libero riuso delle immagini, quanto ci costi?

La Risoluzione Vacca approvata dalla Commissione Cultura della Camera all'unanimità vuole un gruppo di lavoro per valutare l'impatto culturale di un'eventuale riforma del libero riuso

di Giuditta Giardini

5' di lettura

Il 16 giugno la Commissione cultura della Camera ha approvato all'unanimità una risoluzione per la digitalizzazione e valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico italiano, aprendo alla cosiddetta “libertà di panorama”, ovvero alla possibilità di riprodurre liberamente i beni pubblici presenti sulla pubblica via non coperti dal diritto d’autore, anche a fini commerciali. Primo firmatario della risoluzione che ha incontrato tra i partiti un diffuso consenso è Gianluca Vacca, deputato del MoVimento 5 Stelle. Tra gli impegni per il Governo c'è anche quello della costituzione di un gruppo di lavoro che avrà il compito di valutare l’impatto culturale ed economico sotteso alla ‘eventuale' applicazione del libero riuso delle immagini del patrimonio culturale e di fornire supporto informativo agli istituti centrali e periferici del Ministero della cultura. Invece, sul libero riuso o utilizzo libero da vincoli delle riproduzioni delle opere d'arte di proprietà dello Stato, l'Italia si spacca in due: da un lato i conservatori del riuso oneroso spingono per il mantenimento dello status quo, mentre dell'altro la fazione progressista sogna un libero riuso gratuito.
Questo conflitto, come un iceberg, ha radici profonde: è generato da due opposte visioni della gestione del patrimonio culturale italiano. Per rendere le differenze tra le due posizioni visibili ad occhio nudo sarà necessario estremizzarle. Così, diremo che mentre da un lato siedono coloro che ritengono che con i beni culturali si possa e si debba mangiare (senza usare la riprovevole metafora dei giacimenti petroliferi) e che il MiC debba operare un controllo sull'impiego delle opere identitarie del patrimonio nazionale (esempio: dire «no» al David con il mitra), dall'altro lato troviamo gli ‘idealizzatori' dei beni culturali, a cui sta bene che la macchina museale sia in perdita perché la cultura va contemplata e non commercializzata, essi sono per ovvie ragioni contrari all'interventismo statale nel controllo degli impieghi delle immagini. Non esiste una posizione giusta o sbagliata, ma potrebbe esistere un compromesso tra i due modelli, ragionato sulle risultanze di dati attuali.

Una foto scattata nelle sale di un museo

Partendo dalla posizione dei conservatori, cercheremo di mettere in discussione i due assiomi: il primo riguarda le entrate che derivano dal riuso delle immagini e il secondo il controllo operato dallo Stato sull'impiego di queste e cercheremo di capire se, nel 2021, è conveniente per il MiC mantenere lo status quo.
Anzitutto va detto che i musei italiani possono scegliere di provvedere autonomamente al rilascio delle licenze per il riuso delle immagini e incassare direttamente il corrispettivo o possono affidarsi a società terze di diritto privato all'interno di accordi-quadro predisposti dal Ministero.

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Per fare un esempio, il 4 aprile 2018, la Direzione generale Musei ha firmato un accordo-quadro quinquennale con Bridgeman Images S.r.l., ramo italiano del gruppo inglese considerato leader internazionale nel settore della distribuzione e commercializzazione di immagini di opere d'arte, specializzato nella gestione dei diritti d’autore e nella licenza di fotografie storiche e artistiche, attiva fin dal 1972, che già rappresenta 700 musei e gallerie, oltre a 1.000 artisti viventi, eredi e fondazioni di tutto il mondo. Si trattava del primo accordo in tal senso a firma di Antonio Lampis, dopo le trattative condotte dall'allora Direttore del Servizio I, l'avvocato Antonio Tarasco. A questo accordo, non esclusivo, sono seguiti altri con altre società. Il contratto, in potenza, consente alle società di gestire le immagini del patrimonio culturale di 439 musei e luoghi della cultura italiani facenti capo alla Direzione, per la loro riproduzione indiretta, distribuzione e commercializzazione internazionale.

Gestione in casa e scelta esterna

Dall'accordo tra la Direzione generale musei e Bridgeman Images S.r.l., nel 2021, risulta come solo tre musei, i Musei Reali di Torino, la Galleria Nazionale dell'Umbria e la Pinacoteca di Brera abbiano sottoscritto accordi applicativi di dettaglio per usufruire dei servizi di Bridgeman. Al 31 gennaio 2021, la Galleria degli Uffizi, il Museo Nazionale del Bargello, la Galleria dell'Accademia di Firenze, il Polo museale dell'Emilia-Romagna, la Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma e la Direzione Regionale Musei Sardegna hanno comunicato a Bridgeman Images S.r.l. la volontà esplicita di non sottoscrivere l'accordo applicativo. Mentre, il Polo museale del Piemonte, il Polo museale della Lombardia, il Museo di Capodimonte, il Museo Archeologico Nazionale di Taranto, il Polo Museale Regionale del Lazio, la Gallerie Nazionali d'arte antica di Roma- Palazzo Barberini-Corsini, la Galleria Borghese, Polo Museale della Toscana e Galleria Nazionale delle Marche hanno espresso interesse verso il servizio offerto dalla società Bridgeman Images S.r.l., ma non hanno ancora siglato un accordo di dettaglio.

Quanto valgono le immagini

Al netto della commissione di Bridgerman Images S.r.l., i corrispettivi incassati in un anno e mezzo dai tre musei sottoscrittori dell'accordo sono i seguenti:

I MUSEI CHE HANNO INCASSATO PER LA CESSIONE DELLE IMMAGINI
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Per il fronte dei musei che gestiscono le licenze autonomamente, prenderemo a campione il Museo di Capodimonte, la Direzione Generale Musei Lombardia, la Galleria Borghese, la Galleria Nazionale delle Marche, il MART di Trento e Rovereto e il MArTA di Taranto.

GLI INCASSI DEI MUSEI CHE GESTISCONO IN PROPRIO LE IMMAGINI
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I musei interpellati parlano di introiti da uso digitale delle immagini “molto bassi” (MArRTA e Galleria Nazionale delle Marche). Sorprendono i risultati del MART per il 2019, ma si tratta di numeri in discesa nel 2020, come riportato dalla portavoce del museo. La scelta degli Uffizi di gestire autonomamente le richieste attraverso il gabinetto fotografico, garantisce al museo il 100% dei diritti d'autore. Secondo il portavoce del museo fiorentino: “negli ultimi anni questo revenue stream contribuiva tra 250mila e 450mila euro agli incassi. Nel 2018, con le licenze sono entrati 452.735,50 € nelle casse del museo. L’oscillazione dipende dall’utilizzo derivato per finalità di lucro come le campagne pubblicitarie”.

L’efficienza

Dai dati raccolti da arteconomy24, emerge come la scelta dell’esternalizzazione del servizio non sia efficiente da un punto di vista economico, basti pensare che una pinacoteca come quella di Brera ha entrate irrisorie. Eppure, anche la scelta di svolgere in house il servizio di gestione e riscossione delle licenze nuoce al museo piccolo, medio e non solo; secondo il direttore del Museo Archeologico di Napoli, Paolo Giulierini: “il costo uomo finisce per essere superiore agli introiti”.

Il controllo esercitato dallo Stato sull'impiego delle immagini mediante le licenze è un altro punto forte della posizione dei conservatori. Anche qui, da un lato siedono i sostenitori del ‘decoro', dall'altro coloro che combattono il presunto oblio in cui cadrebbe il patrimonio se non condiviso sufficientemente. L'argomento del controllo sul dignitoso impiego delle immagini del patrimonio d'Italia è indebolito dalle testimonianze di direttori e portavoce dei musei, che riferiscono come sul web circolino infinite immagini del patrimonio italiano che non sono state soggette a preventiva negoziazione, come ha riferito il direttore del Museo Archeologico di Napoli alla Conferenza dell'11 marzo 2021 su «Copyright e licenze aperte per la cultura nel web», organizzata da ICOM Italia. Se è vero che il diritto vigente prevede la possibilità di intervenire citando in giudizio il soggetto che faccia un uso non autorizzato dell'immagine, dall'altro lato queste azioni non vengono “mai portate avanti per le limitate risorse” (Galleria Nazioanle delle Marche) e la scarsezza di figure legali che possano agire in nome e per conto dei musei d'Italia. Un altro dato importante riguarda la discrezionalità con cui i musei che svolgono il servizio in house determinano, a seconda dell'impiego, il valore della licenza. Dai dati e dalle testimonianze raccolte emerge come il mantenimento dello status quo sia possibile soltanto applicando il dettato normativo alla lettera e perseguendo le condotte che violano le disposizioni. Se non si riesce contenere la diffusione nel web delle immagini, la strada verso il libero riuso sembra la soluzione più logica.

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