La conferenza sulla crisi

Libia, a Berlino partenza in salita: Haftar chiude i porti del petrolio

La decisione blocca l’export del 70% della produzione. Dal summit l’appello a fermare gli attacchi all’energia ma resta difficile un accordo politico

di Roberto Bongiorni

Libia, Haftar blocca export petrolio a vigilia incontro Berlino

La decisione blocca l’export del 70% della produzione. Dal summit l’appello a fermare gli attacchi all’energia ma resta difficile un accordo politico


4' di lettura

Khalifa Haftar alza il tiro. E a poche ore dal suo inizio, la Conferenza internazionale sulla Libia parte in salita. Con una mossa inattesa, il generale della Cirenaica che ha dichiarato guerra al Governo di Tripoli ha deciso di chiudere cinque terminali per l’export petrolifero nel Golfo della Sirte: Brega, Ras Lanuf , Sidra, Hariga e Zueitina. Il blocco causerà la «perdita di 800mila barili al giorno (circa il 70% dell’attuale produzione libica) al costo di 55 milioni di dollari giornaliero», ha fatto sapere la compagnia petrolifera di Stato (Noc).

I PORTI PETROLIFERI CHIUSI

I PORTI PETROLIFERI CHIUSI

Fermare l’attacco al petrolio
La mossa avventata di Haftar ha messo ancor più a rischio l’esito di un vertice che si preannuncia molto difficile. Tra i capitoli che in tarda mattinata vengono messi a punto per la dichiarazione finale c’è l’appello a fermare gli attacchi agli impianti petroliferi. Ma Haftar vuole alzare la posta e bloccare l’export di petrolio, oltreché essere impopolare, appare come una sterile dimostrazione di forza. Potrebbe perfino rivelarsi un boomerang. Haftar controlla sì gran parte dei giacimenti e dei porti della Libia, ma non può vendere il greggio di sua iniziativa. Da cinque anni una risoluzione dell’Onu riconosce solo al Governo di Tripoli il diritto di gestire l’export di idrocarburi attraverso la Noc. La quale poi trasferisce le rendite alla Banca centrale, che a sua volta le distribuisce ai due Governi rivali: quello guidato da Fayez al-Serraj, a Tripoli, e quello creato nel 2014, a Baida, in Cirenaica.

Gli sforzi della Cancelliera Merkel
Le cose, dunque, si complicano. Eppure la Cancelliera Angela Merkel ce l’ha messa tutta. Per evitare che il vertice di Berlino si trasformi nell’ennesima occasione mancata, negli ultimi due giorni è volata a Istanbul per incontrare il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ha intrattenuto colloqui telefonici con il presidente russo Vladimir Putin e con il premier greco Kyriakos Mitsotakis (cercando di placare la sua profonda irritazione per il mancato invito).

I leader presenti a Berlino
Pochi vertici per risolvere una crisi internazionale hanno visto una presenza così numerosa di Capi di Stato e di Governo. A Berlino ci saranno Vladimir Putin, sponsor di Haftar, e Recep Tayyip Erdogan, il presidente turco che sostiene militarmente il fronte libico opposto, ovvero il Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli, il solo riconosciuto dall’Onu. Anche Serraj, la cui presenza era rimasta in forse fino all’ultimo, è arrivato nella capitale tedesca secondo quanto riferito da Welt am Sonntag che lo ha intervistato. Non mancherà poi il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, il più agguerrito sponsor militare di Haftar. Il presidente francese Emmanuel Macron e il premier italiano Giuseppe Conte cercheranno di trovare una linea comune sulla crisi, finora mai raggiunta. Oltre ai vertici della Ue e dell’Onu, questa volta anche gli Stati Uniti, che negli ultimi anni avevano trascurano la Libia, hanno inviato una figura di alto profilo, il Segretario di Stato Mike Pompeo. Tra gli altri Paesi che hanno accettato di partecipare ci sono la Cina, gli Emirati Arabi, il Congo e l’Algeria.

I nodi più intricati
Eppure la crisi libica è talmente incancrenita, che non rassicura neppure la presenza di tutti e cinque i Paesi con diritto di veto in seno all’Onu. Sono troppi i Paesi invischiati in questo conflitto. Troppe le armi, anche pesanti, che affluiscono attraverso i porosi confini della Libia. Troppi i mercenari presenti tra le file dei due belligeranti. Ecco perché le priorità di questo vertice, partito forse con ambizioni troppo grandi, potrebbero ridursi al consolidamento del cessate il fuoco e a un freno all’ingerenza straniera nel conflitto. Non si può però non notare l’assenza della Tunisia, Paese confinante con la Libia e strategico per risolvere la crisi, e del Qatar, sponsor del Governo di Tripoli. Tutti gli altri ambiziosi obiettivi contenuti in una bozza circolata giovedì, tra cui il disarmo delle milizie, un esercito nazionale, perfino un nuovo Esecutivo di accordo nazionale, sembrano rinviati a data da destinare. Lo stesso vale per l’invio di quella forza internazionale deputata a far rispettare il cessate il fuoco di cui si era tanto parlato nei giorni scorsi.

Il rischio di un naufragio
Anziché ricompattarsi, il fronte internazionale sta mostrando crepe capaci di far naufragare il potenziale accordo. Emblematici sono i due casi scoppiati proprio due giorni prima della conferenza: il caso Grecia e il caso Serraj. Corre voce che lo stesso Erdogan abbia posto una sorta di veto sulla partecipazione di Atene al vertice di Berlino. Da diverse settimane la Grecia aveva duramente condannato il memorandum firmato lo scorso novembre da Erdogan e Serraj per definire le due rispettive zone esclusive nelle acque del Mediterraneo ancora oggetto di disputa, potenzialmente ricche di giacimenti di gas. Mitsatokis ha ripetutamente dichiarato nullo questo accordo e ha minacciato che, qualora non venga revocato, la «Grecia metterà il veto a ogni soluzione politica sulla Libia».

Il secondo caso rischia di esser ancor più pesante. Profondamente irritato per una bozza di accordo circolata venerdì, che in un punto avrebbe accennato alla creazione di un nuovo Governo rappresentativo di tutta la Libia, il premier Serraj aveva perfino valutato di disertare la conferenza (il Governo di Berlino ha rassicurato che ci sarà). Le premesse, insomma, sono tutt’altro che incoraggianti. I Governi europei che difendono con pervicacia questo vertice, in cui ancora una volta non sono state invitati i rappresentanti delle tribù della Libia, sostengono che si tratti di un primo passo. A cui seguiranno altre iniziative, come il dialogo tra le diverse anime dalle Libia. Ma la storia degli ultimi summit internazionali è costellata di primi passi. Mai seguiti dai successivi.

Per approfondire:
Guerra del gas, la sfida di Erdogan nelle acque tra Cipro e Libia
In Libia ruolo Ue a guida italo-tedesca per contenere le ambizioni di Francia, Turchia e Russia

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