Audizione in commissione

Libia, il capo missione dell’Unhcr: «Donne costrette a vendersi per sopravvivere»

Il 30-35% dei migranti salvati in mare abbandonato «al loro destino» a terra. Jean Paul Cavalieri, capo missione in Libia per l’Unhcr, illustra alla Commissione Esteri il contesto ambientale in cui versa lo stato che si affaccia nel bacino del Mediterraneo. «Ringrazio la generosità dell’Italia per i suoi voli umanitari»


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«Per la prima volta da diversi anni negli ultimi mesi vediamo una situazione di salvataggi in mare senza detenzione sistematica: il 30-35% delle persone che sbarcano a terra sono lasciate al loro destino». Così Jean Paul Cavalieri, capo della missione in Libia dello United Nations High commissioner for Refugees (Unhcr), in audizione alla Camera davanti alla commissione Esteri nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla politica estera dell Italia per la pace e la stabilità nel Mediterraneo.

Nel 2019 evacuate 2.500 persone
Cavalieri ha aggiunto che «in Libia le Ong spesso hanno dei problemi di sicurezza maggiori dei nostri, perchè non dispongono di un apparato di sicurezza come le Nazioni Unite, e quindi spesso corrono rischi. Come Unhcr nel 2019 siamo riusciti ad evacuare 2.500 persone, molte di più rispetto all’anno precedente. In Libia il conflitto ha interrotto il collegamento che esisteva tra la Guardia costiera libica e il ministero dell’Interno».

I rifugiati pagano per accedere ai centri di detenzione
«Tra i rifugiati spesso ci sono persone nelle zone urbane che pagano le guardie per essere ammessi in un centro di detenzione, nella speranza che l’Unhcr possa identificarli, visto che si parla delle ricollocazione in altri Paesi. Ci vuole maggiore attenzione non soltanto sui rifugiati nei centri di detenzione, ma anche per quelli negli ambienti urbani».

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Donne costrette a vendere il proprio corpo
Tra i dati allarmanti illustrati da Cavaliere c’è anche quello relativo alle donne, costrette a vendere il proprio corpo per la sopravvivenza. Racconta che «abbiamo moltissimi rifugiati in zone urbane con situazioni complesse: abbiamo donne che sono costrette a vendere il proprio corpo per poter sopravvivere, e ci sono anche molti esempi di matrimoni precoci o di lavoro minorile. Nelle zone urbane le situazioni sono gravissime, ma la comunità internazionale e i media sembrano interessarsi meno a queste cose. Il 20% del nostro staff è “sfollato”, perchè si deve spostare ogni giorno attraversando dei checkpoint dove gli viene anche puntata una pistola alla tempia».

Mancanza di uno Stato
In Libia «la struttura statale è molto debole a causa del conflitto e dei problemi dovuti a fazioni diverse a livello locale: se parliamo con il ministro dell’Interno libico, e poi con il suo vice, con quest’ultimo comincia un nuovo negoziato. C’è una struttura verticale, ma anche una orizzontale: le persone sono fedeli ai loro superiori, ma anche alle tribù da cui provengono. Non è sempre chiaro capire qual è la catena di potere e di comando. E poi ci sono le milizie, che sono state integrate nel ministero dell’Interno: a noi viene rimproverato di collaborare con le milizie, ma queste persone sono, di fatto, dei rappresentanti del ministero dell’Interno».

Incapacità delle autorità di gestire i centri
«In Libia i richiedenti asilo attualmente presenti nei centri di detenzione sono 2000, all’inizio dell’anno erano circa 5000. Questa cifra si è dimezzata a causa del conflitto, dell’incapacità delle autorità di gestire i centri, e anche grazie al nostro lavoro». Ha detto ancosa Cavalieri, che spiega: «Il conflitto ci impedisce di avere accesso alle popolazioni, per esempio a Bengasi e nel Sud, dove ci sono moltissimi sfollati. Il nostro staff è limitato a qualche decina di persone, da 30 che eravamo all’inizio siamo arrivati a 7-8. Sul terreno il personale è insufficiente a gestire le sfide esistenti. Abbiamo moltissimi rifugiati in zone urbane con situazioni molto complesse, tante donne costrette a vendere il loro corpo, matrimoni precoci, problemi di lavoro minorile, ma la comunità internazionale sembra meno interessata a queste persone». «La conseguenza è che spesso ci sono persone nelle zone urbane che pagano le guardie per essere ammesse in centri di detenzione nella speranza che l’Unhcr possa identificarli e poi trasferirli in altri Paesi».

«Libia non è porto sicuro per sbarcare migranti»
«La Libia non è un porto sicuro di sbarco. È un Paese in guerra, c’è un rischio quando si sbarca, e ci si può trovare senza nessuna procedura in un centro di detenzione. In molti centri la situazione è catastrofica in termini di rispetto dei diritti umani. La posizione dell’Unhcr è stata e rimane che la Libia non è un porto sicuro per gli sbarchi, e non è un porto in cui le navi europee dovrebbero sbarcare profughi o migranti. Siamo presenti nelle zone occupate o sotto il controllo di Haftar, ma in modo ridotto. L’Unhcr non può organizzare campi in Libia per via della guerra».

Voli umanitari dall’Italia
Cavalieri, infine, ha voluto ringraziare per la «generosita dell’Italia per i suoi voli umanitari. È molto importante quello che fa l’Italia, affinché anche altri Paesi si ispirino a questa modalità dei voli umanitari diretti, perchè eliminano la burocrazia e riducono i tempi di attesa. Il piano Unhcr è di chiudere i centri di detenzione. La discussione con i ministri libici dell’Interno e della Giustizia deve andare avanti per trovare alternative alla detenzione. Ci sono due condizioni problematiche dei centri di detenzione: le loro condizioni interne, con l’accesso dei trafficanti, e in alcuni centri le condizioni sono spaventose; l’altro problema è il carattere indefinito della detenzione, non c’è controllo giudiziario. La Libia deve istituire una giudiziarizzazione del processo, e deve coinvolgere il ministero della Giustizia».

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