Interventi

Libia, crocevia tra Africa e Mediterraneo

di Leonardo Bellodi

Fayez al-Sarraj, Primo ministro libico

3' di lettura

«La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi». La famosa frase del generale prussiano Carl Von Clausewitz ben descrive la situazione della Libia che non è solo un confronto tra tribù locali, ma è soprattutto una proxy war, o guerra per procura, tra potenze straniere.

In Libia nel 2020, Turchia e Russia sono uscite allo scoperto intervenendo in aiuto, rispettivamente al governo riconosciuto dalla comunità internazionale di Fayez al-Sarraj e alla Libyan national army (Lna) di Khalifa Haftar.

Loading...

Motivazioni di carattere politico, ideologico ed economico hanno spinto molti Stati a intervenire in Libia, un Paese il cui controllo è ritenuto fondamentale per esercitare un’influenza nel Mediterraneo.

Oggi, a ben guardare, la situazione geopolitica del Mediterraneo versa in uno stato che è ben descritto dall’espressione coniata nel 1987, dallo Us Army War College, “Vuca” (Volatility, uncertainty, complexity, ambiguity) e utilizzata per descrivere la situazione di volatilità, incertezza, complessità e ambiguità creatasi con la fine della Guerra fredda.

Gli intrecci tra politica interna ed estera sono sempre più radicati: interessi degli Stati che si affacciano sul Mediterraneo si incrociano con un insolito attivismo dei Paesi del Golfo, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar in primis e della Russia, il tutto sullo sfondo delle problematiche interne libiche.

Infatti, all’equazione geopolitica già di per sé complicata in Libia, si aggiunge una formidabile variabile data dalle ingenti scoperte di gas nel Mediterraneo.

È dalla sanguinosa guerra della fine degli anni 60 del Biafra che cercava l’indipendenza dalla Nigeria che non si vedeva nel continente africano un così alto numero di mercenari provenienti da così tanti Paesi. Una tradizione, quella di avvalersi di mercenari o come si dice oggi con un termine più elegante contractor, iniziata da Gheddafi che aveva fondato la Legione islamica, cercando di imitare la più famosa Legione straniera francese, con soldati reclutati in Chad, Mali, Senegal e Sudan.

Oggi sono grandi compagnie internazionali che forniscono piloti, artificieri, “consiglieri” per l’addestramento che provengono da forze armate di Stati con una lunga tradizione militare che a loro volta reclutano semplici soldati da Paesi meno fortunati.

E cosi Erik Prince, il fondatore della tristemente nota Blackwater (poi Xe Services, poi Academi), è al servizio di Haftar così come il Wagner Group russo; importanti società di contractor turche danno sostegno ad al-Sarraj, utilizzando foreign fighter provenienti dalla Siria e dallo Yemen.

La realtà è che la guerra in Libia si è trasformata in una guerra di trincea. Haftar non riesce a entrare a Tripoli e al-Sarraj non è in grado di far retrocedere più di tanto le truppe avversarie.

Il 23 ottobre è stata firmato a Ginevra, sotto l’egida delle Nazioni Unite, un accordo di cessate il fuoco che prevede lo stop a tutte le attività di formazione da parte di esperti stranieri, il ritiro delle truppe dai relativi fronti e l’impegno di allontanamento di tutti i foreign fighter entro gennaio 2021. L’accordo, salutato con grande ottimismo da parte dell’Unione europea e della Russia, ha suscitato un certo scetticismo ad Ankara.

Forse non è un caso che il giorno dopo una nave battente bandiera turca diretta in Libia è stata intercettata da una nave militare tedesca in pattugliamento nell’ambito dell’operazione Irini che ha come obiettivo di far rispettare l’embargo della fornitura alle armi a tutti i contendenti in Libia. I marinai tedeschi non hanno potuto fare granché, stante il fatto che il diritto internazionale prevede che per fermare la nave ci voglia il consenso dello Stato di bandiera, e la Turchia ha sùbito elevato una protesta diplomatica.

Immagini satellitari di dicembre mostrano movimenti di Turchia e Russia nelle rispettive basi aeree. E così i due schieramenti sono arroccati e ci sono elementi che mostrano come il confronto si stia spostando nel Fezzan, nella Libia del sud.

Nessuno vuole lasciare la presa: la Russia vedrebbe con grande favore un insediamento navale permanente nelle strategiche coste libiche. La Turchia vede la Libia, che ha fatto parte dell’impero ottomano per più di 300 anni, come pilastro fondamentale per il controllo del Mediterraneo e per l’espansione a sud del continente africano.

Nonostante tutto ciò le Nazioni Unite continuano a battere la strada affinché si tengano elezioni presidenziali nel dicembre del 2021.

L’azione dell’Onu in questi giorni pare essere superata a destra da azioni diplomatiche parallele. Mosca ha avviato colloqui con il Government of national accord di al-Sarraj ed esponenti egiziani sono in visita a Tripoli. Resta invece al momento un’incognita la posizione della Turchia.

Ho chiesto a un alto esponente governativo incontrato a Istanbul alcuni giorni fa se condivideva l’ottimismo di parte della comunità internazionale. «Certo, la situazione in Libia si chiarirà. Il problema è quando» ha risposto con una punta di sarcasmo.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti