LA LUNGA TRANSIZIONE DELLA LIBIA

Libia, escalation di violenza a Tripoli: condanna da Italia, Francia, Usa e Gran Bretagna

Un’auto danneggiata durante gli scontri tribali a Tripoli (Reuters)

3' di lettura

La speranza di una tregua, all’inizio della settimana, era svanita in poche ore: e con quella, l’apparenza di stabilità assicurata a Tripoli dal cartello di milizie “assoldato” dal Governo di accordo nazionale di Fayez al-Serraj, l’autorità riconosciuta dalla comunità internazionale. Che contava, Francia in testa, di poter portare la Libia al voto già in dicembre.

Ma la coesistenza tra fazioni armate non è scontata: il progetto di smantellare le milizie per integrarle in un esercito regolare agli ordini di al-Serraj è messo alla prova dalle rivalità tra i vari comandanti, dall’ascesa di gruppi più potenti di altri, dalla lotta per spartirsi le spoglie dell’economia informale.

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Da lunedì 27 agosto Tripoli e la regione intorno alla capitale libica sono tornate a vivere giorni di violenza che sono già costati la vita a 39 persone. lasciando ferite più di cento, per la maggior parte civili. E se l’appello alla calma delle Nazioni Unite è rimasto inascoltato, sabato si è fatta sentire la voce di Stati Uniti, Francia, Italia e Gran Bretagna che, in un documento congiunto delle rispettive ambasciate pubblicato dal ministero degli Esteri francese, condannano con preoccupazione l’escalation delle violenze e avvertono le forze coinvolte: i gruppi armati intenti a minare la stabilità della Libia dovranno renderne conto.

La rivalità tra i gruppi armati
Dal 2011, anno della caduta di Muammar Gheddafi, Tripoli è al centro della battaglia tra gruppi armati di ogni tipo, in attesa che le autorità centrali riescano a ricostituire un esercito regolare riconsciuto. «Questi tentativi di delegittimare le autorità libiche e di ostacolare il processo politico in corso sono inaccettabili - è scritto nel documento di Quai d’Orsay -. Chiediamo ai gruppi armati di sospendere immediatamente ogni azione militare».

Venerdì le autorità hanno chiuso per 48 ore l’aeroporto di Tripoli, Matiga, sulla cui direzione erano stati sparati alcuni razzi. Centro dei combattimenti sono i sobborghi meridionali della città, dove gli abitanti riportano l’uso di artiglieria pesante, blindati e carri armati. Un colpo di mortaio, riferisce l’agenzia Ansa citando fonti locali, è caduto su un albergo non lontano dall’ambasciata d’Italia, che non ha subìto danni.

Negli scontri - scrive l’agenzia France Presse - si fronteggiano milizie di Tripoli fedeli al Governo di accordo nazionale di al-Serraj e la cosiddetta Settima brigata, “Kaniyat”, unità originaria della città di Tarhuna (a sud-est di Tripoli) e teoricamente sciolta dall’aprile scorso. Sempre in teoria, anche questa brigata dovrebbe far parte delle forze reclutate da al-Serraj nelle regioni centrali e occidentali del Paese - le più potenti da Misurata e Zintan - per assicurare il rispetto di un cessate il fuoco. È a loro che il Governo di accordo nazionale si deve ancora affidare per mantenere sicura la città, e se le milizie più influenti si servono del governo per darsi uno status ufficiale, nei fatti agiscono in autonomia, infiltrandosi in banche e ministeri, nel contrabbando e la produzione di petrolio. La Libia orientale è controllata da un’amministrazione rivale a quella di Serraj.

L’Organizzazione internazionale dell’Onu per i migranti ha denunciato che i 150 migranti africani respinti dal governo italiano per dieci giorni erano rimasti fino a due anni nelle mani dei trafficanti

Il dramma dei migranti
I combattimenti più recenti hanno aggravato il dramma dei migranti chiusi e abbandonati nei centri detentivi del governo vicini agli scontri. L’Unhcr, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, ha fatto sapere a inizio settimana di aver contribuito all’evacuazione di centinaia di persone: 300 di loro, provenienti per la maggior parte da Eritrea, Etiopia e Somalia, sono state trasferite in un centro «relativamente più sicuro», ha dichiarato l’Unhcr, un luogo dove le organizzazioni internazionali possono prestare aiuto.

Nei giorni scorsi l’Organizzazione internazionale dell’Onu per i migranti (Iom) aveva denunciato che i 150 migranti africani respinti dal governo italiano per dieci giorni nel confronto con la Ue erano rimasti anche fino a due anni nelle mani dei trafficanti. Molti di loro erano stati picchiati, torturati e violentati. I loro racconti erano stati raccolti dal personale dell’Iom e dai medici italiani.


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