La crisi di tripoli

Libia: la fragilità di Serraj, il rafforzamento di Haftar

di Roberto Bongiorni

Esponenti delle East Libyan Forces alla guida di un veicolo dopo aver preso il controllo del distretto di Ganfouda a Bengasi. (Reuters)

4' di lettura

Lo avevano escluso dal Governo libico di accordo nazionale. Una presenza troppo ingombrante. Un uomo assetato di potere, avevano accusato i suoi rivali da Tripoli. Eppure, a distanza di un anno dagli accordi che hanno portato all’Esecutivo libico di unità, anche diversi suoi oppositori hanno dovuto prendere atto di un’amara realtà: occorre parlare con il generale Khalifa Haftar. Volenti o nolenti. E trovare una soluzione.

Il potente generale amico dell’Egitto, che dalla Cirenaica ha lanciato nel maggio 2013 l’operazione Dignità,la sua campagna contro l’estremismo islamico (e non solo) sta acquistando sempre più forza. Anche la comunità internazionale, che ha fortemente voluto - e sostiene - il Governo di unità insediatosi nel 2016 a Tripoli, ne è consapevole. Come lo è l’esperto generale italiano Paolo Serra, consigliere militare dell’inviato speciale dell’Onu in Libia, Martin Kobler. Nel corso della sua audizione di ieri al Copasir il quadro emerso non è rassicurante:la situazione in Libia è sempre più fragile, con il Governo del premier Fayez Serraj, sostenuto dall’Onu,che si sta indebolendo e il rivale generale Haftar che si sta rafforzando.

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Haftar non ha mai nascosto la sua ostilità a Serraj. E il Parlamento di Tobruk, su cui esercita una grande influenza, non ha mai votato la fiducia al Governo di Serraj.Il quale ha sempre replicato alsuo rivale con accuse e dure dichiarazioni. Ai ferri corti da un anno, negli ultimi mesi Serraj sta però cercando di incontrare Haftar. Le accuse da parte delle forze speciali di Serraj, secondo cui i tre uomini che hanno fatto esplodere sabato la bomba vicino all’ambasciata italiana di Tripoli appartengono alle milizie di Haftar, sono state smentite dal portavoce del generale. Per non surriscaldare un clima già incandescente Serraj non ha rilasciato commenti. Serra ha invitato alla cautela.

Libia: Tripoli accusa Haftar per l'autobomba vicino all'ambasciata italiana

Questo è comunque il momento di Haftar, l’uomo che dispone della maggiore forza militare in Libia (30mila unità), che lui ama ancora chiamare «esercito libico nazionale». Dopo due anni di assedio, martedì i suoi militari hanno stappato ad Ansar al-Sharia, formazione di matrice qaedista, la sua roccaforte, il quartiere di Ganfouda, a Bengasi. Ora Haftar ha il controllo completo della capitale della Cirenaica e di tutta la costa libica, dal confine egiziano al terminal di Sidra, vicino a Sirte.

Preservato il rapporto con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, rafforzato l’asse con la Francia, Haftar ha compiuto molti passi in avanti anche nelle relazioni con la Russia. Mentre il 12 gennaio Serraj era alle prese con un improbabile colpo di Stato tentato dall’islamico Khalifa Ghwell, Haftar si trovava a bordo della portaerei russa Ammiraglio Kuznetsov, al largo della Cirenaica. Già in novembre aveva incontrato a Mosca il ministro degli Esteri Serghej Lavrov e quello della Difesa Serghej Shoigu. Sul fronte interno di recente avrebbe guadagnato l’adesione di nuove tribù e milizie nel riottoso Sud del Paese.

Pur riconoscendo la centralità e il ruolo che può giocare l’Italia nel processo di stabilizzazione della Libia, Haftar ha avvertito il Governo italiano di non interferire negli affari interni della Libia, e successivamente ha rifiutato gli aiuti offerti dal Governo di Roma.

E ora quali sono le sue prossime mosse? Da due giorni alcuni media riportano una notizia che, se confermata, rischia di creare ulteriori tensioni. Il 25 gennaio il sito di al-Araby scriveva che la Russia avrebbe riattivato un contratto di fornitura di armi con Haftar dal valore di due miliardi di dollari. L’accordo risalirebbe al 2009. Ieri il sito Middle East Eye,citando fonti algerine e alcuni leader delle milizie libiche, ha scritto: la Russia «ha accettato di armare Khalifa Haftar, fornendo mezzi corazzati, munizioni, sistemi radar e di sorveglianza. In cambio, il generale faciliterà ai russi l’accesso nei porti e negli aeroporti libici». Il Cremlino e Haftar non hanno rilasciato commenti. Sanno bene che è in vigore un embargo dell’Onu sulle armi in Libia. Ed è improbabile che lo aggirino. Ma è un segnale da non sottovalutare.

Obtorto collo, Serraj cercherà di trovare una poltrona gradita per Haftar. Ma non sarà facile. Le ambizioni del generale sono difficili da realizzare, a meno di sconvolgere l’assetto di quel Governo di unità che include fazioni islamiche per unificare il Paese.

Il problema è che Serraj continua a non disporre delle risorse necessarie per realizzare, almeno in parte, i suoi piani. Per quanto sia decisamente cresciuta negli ultimi mesi, toccando i livelli massimi da tre anni, la produzione petrolifera libica è ancora troppo bassa per soddisfare i crescenti budget del Governo: 750mila barili/giorno sono meno della metà rispetto agli 1,6 milioni di barili/giorno del periodo precedente la rivolta.

Come poter parlare di Libia stabile quando l’autorità del primo ministro del Governo nazionale non si estende nemmeno a tutta la Tripolitania? Quando Haftar è il leader indiscusso della Cirenaica,la regione orientale dove si trovano il 70% delle riserve petrolifere del Paese,e da agosto gestisce la della sicurezza dei terminali della Mezzaluna petrolifera? Oggi risulta ancor più difficile immaginare quale direzione possa prendere la Libia. L’elezione di Donald Trump, che sembra volere un riavvicinamento con la Russia anche sulle questioni mediorientali, non aiuta. Ma anche lui dovrà prenderne atto: per stabilizzare la Libia bisogna passare per Haftar.

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