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Libia: piano Minniti in sette mosse all’esame dell’Ue

di Marco Ludovico


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(AP)

3' di lettura

Tra Roma e Bruxelles da due mesi si studia un progetto di ampio intervento sulla Libia. L’obiettivo è stato indicato dal ministro dell’Interno, Marco Minniti. Per dirla col gergo internazionale, è un quadro di interventi di «capacity building» per il governo di Tripoli. Misure, cioè, destinate a dare forza ai libici per il controllo delle frontiere, il contrasto ai trafficanti di esseri umani, il controllo delle coste. Di noto, finora, c’è la consegna delle motovedette - quattro, ma dovrebbero arrivare fino a dieci - e la formazione di 39 addetti ai servizi di guardia costiera.

Il piano Minniti, condiviso con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, prevede molto di più. Se non ci saranno intoppi, il programma italiano potrebbe diventare una proposta ufficiale da presentare al Consiglio d’Europa. Ora la procedura è nella fase più delicata: l’articolazione del ventaglio di interventi, la sequenza temporale, la quantificazione delle risorse.

Gli obiettivi sono sette: 1) rafforzare la capacità della Libia nella sorveglianza marittima; 2) dare loro assistenza per la definizione di un’area marittima Sar (Search and rescue, ricerca e salvataggio); 3) istituire una Mrcc (maritime rescue coordination centre), una centrale operativa di coordinamento di salvataggio; 4) assistere la guardia costiera di Tripoli nelle procedure Sar; 5) irrobustire la cooperazione tra le agenzie internazionali e le autorità libiche; 6) intensificare gli interscambi operativi marittimi con l’Italia e gli altri stati Ue; 7) sviluppare le capacità di intervento ai confini di terra nel controllo dei traffici di esseri umani e di soccorso ai migranti in fuga.

La centrale operativa (Mrcc) in Libia è uno degli obiettivi prioritari, un passaggio decisivo a detta di tutti. Insieme alla formazione del personale locale. La previsione è di arrivare a 132 membri di equipaggio guardia costiera libica formati entro quest’anno. Il comitato misto italo libico - impegnato a dare attuazione al memorandum di intesa firmato il 2 febbraio da Gentiloni con il presidente Fayez al Serraj - è in piena attività. Si è riunito a Roma il 14 marzo, poi a Tripoli il primo maggio. Ci sono stati confronti presso il dipartimento di Pubblica sicurezza, guidato da Franco Gabrielli . Una riunione con il capo della guardia costiera libica a Bizerte, in Tunisia, il 18 maggio scorso.

Oltre la Polizia di Stato e i tecnici del ministero dell’Interno, anche la Guardia Costiera italiana segue il dossier e partecipa agli incontri. Il via vai con Bruxelles è continuo. Nella pianificazione definita finora si ipotizza di rimettere in acqua e consegnate otto motovedette; programmare una manutenzione triennale della flotta libica, compresa la costruzione di un cantiere presso il porto di Tripoli; definire una missione in più anni di formazione per il personale libico destinato al controllo delle coste.

In ballo ci sono anche nuovi mezzi: una decina di gommoni per le ricognizioni; 30 Suv e una decina di autobus e ambulanze; quattro barche di pattugliamento di 17 metri di lunghezza, dispositivi di comunicazione satellitari. In fase di valutazione il recupero di una nave di 28 metri ferma nei cantieri libici.

Il piano del Viminale, dunque, è molto dettagliato. Indica le strutture libiche di riferimento dove fare «capacity building». Sono quella degli Interni, nelle articolazioni dell’amministrazione generale per la sicurezza costiera e la direzione generale per la lotta contro l’immigrazione illegale. E della Difesa, sia per le guardie di frontiera territoriali sia per la protezione della costa e la sicurezza dei porti. Uno sforzo più complesso, ma imprescindibile, è mettere a fattor comune il processo italiano di sostegno all’azione libica insieme agli attori europei e internazionali: Frontex, l’operazione EunavFormed-Sophia, la delegazione dell’Ue in Libia, l’Eubam (la missione di assistenza di Bruxelles nello stato nordafricano), ma anche l’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) e l’Unhcr, l’alto commissariato Onu per i rifugiati.

Una progettazione così articolata non poteva essere presentata a Bruxelles senza l’impegno svolto finora dall’Italia sul fronte immigrazione. Quest’anno siamo già a quota 60mila200 sbarchi: un terzo di tutti quelli del 2016 e con la prospettiva di una lunga stagione di flussi migratori almeno fino a ottobre. I dati dell’agenzia Frontex, del resto, stigmatizzano come le partenze dalla Libia superano quota 100mila fin dal 2014.

Certo, il rischio politico in Libia è palese, i cambiamenti di governo possono arrivare in un baleno. Ma qui si gioca la scommessa italo-europea. Aspettare gli eventi sarebbe devastante. Un intervento per rafforzare le strutture tecniche - la guardia costiera, i ministeri della Difesa e degli Interni - non è infruttuoso, anzi può dare subito risultati. L’Italia si è esposta fino a riaprire, non senza rischi, la sede diplomatica a Tripoli ora guidata da Giuseppe Perrone. Ora serve il sostegno e soprattutto il consenso di tutti gli stati dell’Unione europea.

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