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Libia, stop al petrolio per il ricatto di Haftar

Negli ultimi giorni il mercato ha perso forniture di greggio libico per oltre un milione di barili al giorno, preziose per le raffinerie del Mediterraneo (e dell’Italia). I flussi di gas proseguono e appaiono esposti a minori rischi

di Sissi Bellomo

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Negli ultimi giorni il mercato ha perso forniture di greggio libico per oltre un milione di barili al giorno, preziose per le raffinerie del Mediterraneo (e dell’Italia). I flussi di gas proseguono e appaiono esposti a minori rischi


4' di lettura

La Libia era tornata ad essere un fornitore di petrolio di primo piano, importante soprattutto per le raffinerie del Mediterraneo e dunque per l’Italia. Da un giorno all’altro i ricatti del generale Khalifa Haftar l’hanno espulsa dalla scena, eliminando dal mercato oltre un milione di barili di greggio al giorno: una fetta importante dell’offerta, che stavolta non è soltanto messa a rischio da tensioni geopolitiche, ma è venuta a mancare per davvero.

Eppure, la reazione degli investitori è stata quella ormai abituale. Le quotazioni del barile si sono impennate – peraltro brevemente e in misura contenuta – e poi si sono di nuovo afflosciate, come se nulla o quasi fosse accaduto. Il Brent ha concluso la seduta poco sopra 65 dollari, dopo essersi spinto in precedenza a quota 66 dollari, con un rialzo di circa il 2% avvenuto durante le ore di contrattazione in Asia: altro elemento ricorrente, forse legato alla minore presenza di fondi algoritmici, freddi e razionali per definizione, rispetto a quella che caratterizza i mercati occidentali.

Le infrastrutture in Libia sono intatte – o meglio: le loro condizioni non sono peggiorate rispetto alla settimana scorsa – e alcuni analisti sono convinti che l’emergenza si risolverà in fretta: in fondo è sufficiente riaprire qualche valvola. Ma non è facile prevedere come evolverà la situazione. E l’offerta di petrolio libico è già quasi azzerata. L’export si è interrotto e in breve tempo, ha avvertito la compagnia nazionale Noc, la produzione crollerà ad appena 72mila barili al giorno. Una volta riempiti i serbatori di stoccaggio, le estrazioni potranno infatti proseguire soltanto offshore.

Due giacimenti in terraferma, nel sud della Libia, hanno già iniziato a fermarsi: si tratta di Sharara, il più grande del Paese, da 300mila bg, e di El Feel, da 70mila bg, operato da una joint venture tra Noc ed Eni , la Mellitah Oil & Gas. Anche da San Donato confermano che c’è stato un «parziale rallentamento della produzione», in seguito alla «chiusura forzata di una delle valvole» dell’oleodotto Hamada-Zawiya, che collega i pozzi alla costa, vicino a Tripoli.

Sabato 18 le forze fedeli al generale Haftar avevano bloccato i cinque terminal di esportazione petrolifera della Cirenaica – Brega, Ras Lanuf, Marsa el Hariga, Zueitina ed Es Sider – da cui questo mese dovevano partire carichi per 1,1 milioni di bg in media. La Noc ha dichiarato lo stato di forza maggiore, con cui si sottrae alle conseguenze legali per le mancate consegne.

È probabile che molti dei clienti lasciati a secco siano italiani. L’anno scorso il 12,1% delle nostre importazioni di greggio sono arrivate proprio dalla Libia, secondo l’Unione petrolifera (dati riferiti a gennaio-novembre 2019), volumi ancora importanti, benché ridotti rispetto a un tempo: durante il regime di Gheddafi, caduto nel 2011, Tripoli era responsabile di quasi un terzo delle nostre forniture.

Anche per il gas la nostra dipendenza dalla Libia è diminuita. Attraverso il gasdotto Greenstream abbiamo comunque ricevuto una media 15 milioni di metri cubi al giorno l’anno scorso, pari a circa l’8% del nostro fabbisogno. I flussi, provenienti da giacimenti della tripolitania – tuttora controllati dal governo di Fayez Al-Sarraj – continuano indisturbati e non dovrebbero correre rischi imminenti. Un eventuale blocco sarebbe un attacco diretto all’Italia (e all’Eni, partner principale dell’industria petrolifera libica). Inoltre il Paese nordafricano rischierebbe il blackout.

Il petrolio si presta meglio come strumento di ricatto per la comunità internazionale, in questa fase delicata delle trattative per una pacificazione della Libia. E Haftar oggi ha la possibilità di forzare la mano. Il generale ha infatti conquistato un saldo controllo delle vie di esportazione del greggio, assicurando negli ultimi anni il regolare funzionamento dei porti da cui partono le petroliere.

Anche per questo la produzione libica è riuscita a risalire, in maniera piuttosto stabile. Il Paese, da tempo esentato dai tagli Opec, ha estratto in media 1,06 mbg l’anno scorso, contro i 950mila bg del 2018 e gli 810mila bg del 2017.

Una parte delle aree di produzione resta sotto il controllo del Governo di accordo nazionale (Gna) di Al-Sarraj. Ma i proventi del settore dell’Oil&Gas – vitali per la sopravvivenza di tutte le fazioni in Libia – vengono tutti versati alla Banca centrale di Tripoli, istituzione che miracolosamente ha finora continuato ad operare per l’intero Paese.

È a questo fragile e quanto mai precario sistema di ridistribuzione della ricchezza che Haftar sta cercando di dare una spallata, approfittando delle trattative per il cessate il fuoco.

Se il braccio di ferro durerà a lungo, il blocco delle esportazioni sfocerà in conseguenze «catastrofiche», ha avvertito Al Sarraj in un’intervista con la Reuters. «Spero che i Paesi stranieri seguano la questione».

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