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Librerie storiche: «Shakespeare and Company» spegne 100 candeline

Se si apre la porta della Shakespeare and Company di oggi, si entra in un mondo di sapore antico, tanto antico da poter diventare modernissimo e necessario, perché la conoscenza, del cui desiderio una libreria è un po' simbolo, permette di contrastare la manipolazione, la protervia, la calunnia, l’abuso

di Paolo Maria Mariano


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(Afp)

4' di lettura


Shakespeare and Company, libreria e sala di lettura, ha oggi la porta d’ingresso in un punto in cui il marciapiede di rue de la Bûcherie ha un avvallamento lieve, mentre costeggia la Senna lungo la Rive Gauche.

L’edificio è del sedicesimo secolo ed era, un tempo, un monastero, La Maison du Mustier. La libreria è principalmente al piano terra e si estende in una porzione del primo piano. In quell’edificio, fino al 14 dicembre 2011, abitò George Whitman, che nel 1951 inaugurò la libreria chiamandola, all’inizio, Le Mistral,e poi rinominandola nel modo attuale nell’aprile del 1964, in onore del quattrocentesimo compleanno di Shakespeare e in ricordo dell’omonima libreria in rue de l’Odeon.

Quella era stata inaugurata il 19 novembre 1919 da Sylvia Beach, americana che aveva desiderato una libreria francese a New York ed era finita con l’aprire una libreria inglese a Parigi, ornandola con i disegni di Blake e i ritratti di autori di lingua inglese, da Whitman, a Poe, a Wilde, ma soprattutto con i libri di Chauser, di T. S. Eliot e di tanti altri autori di valore.

Sylvia Beach ebbe anche il merito di sobbarcarsi la pubblicazione dell’Ulysses nel 1920, a un anno dall’apertura, proprio l’Ulysses che nessuno di coloro cui James Joyce l’aveva sottoposto sino ad allora voleva pubblicare. Così, pian piano la libreria era diventata qualcosa di più di un negozio: un ritrovo culturale che ospitò Hemingway, Gertrude Stein, Francis Scott Fitzgerald, Ezra Pound, T. S. Eliot, Joyce stesso e tanti altri.

Nel luogo che oggi porta il nome di Shakespeare and Company, di fronte all'ingresso, il lato di Notre Dame sale in alto, gioiosamente severo, ferito dal fuoco. È il chilometro zero: da Notre Dame cominciano per convenzione le strade di Francia.

Se si apre la porta della Shakespeare and Company di oggi, si entra in un mondo di sapore antico, tanto antico da poter diventare modernissimo e necessario, perché la conoscenza, del cui desiderio una libreria e un po’ simbolo, permette di contrastare la manipolazione, la protervia, la calunnia, l'abuso.

Oltre quella porta lungo la Senna, c'è uno scrigno di libri, una porta su un universo popolato dalle parole che qualcuno ha pensato di mettere su carta; parole a vario grado di felicità, parole feroci, parole lievi, parole costruttive; comunque parole che sono stimolo alla riflessione, quando non sono pensate solo per animare il vuoto consumo.

L’atmosfera di quelle sale è erede di quella voluta da Sylvia Beach per la sua libreria. Sapore e colore sono congrui con l’immaginario della vecchia Inghilterra, reinventata sulle rive della Senna da un americano di East Orange, New Jersey, dove George Whitman era nato il 12 dicembre 1913.

«Ho creato questa libreria», diceva, «come un uomo che scrive un romanzo, costruendo ciascuna stanza come un libro, e mi piacciono le persone che aprono la porta come aprono un libro, un libro che porta nel mondo magico della loro immaginazione.»

E poi aggiungeva che nella sua iniziale intenzione si doveva trattare di una sorta di «utopia sociale mascherata da libreria». Così c’era qualcuno che aiutava volontariamente nella gestione e poteva prendere i libri per leggerli, non potendo comprarli – una libreria ma anche in parte una biblioteca, quindi, comunque una libreria in cui il pubblico compra, com’è naturale che sia perché il negozio sopravviva.

Presto diventò un rifugio letterario per espatriati. Tanti tra coloro che possiamo a ragione chiamare scrittori, sia pur di differente qualità, comunque autori, non “scriventi” o solo marchi utili, per conveniente notorietà, a vendere lavoro anonimo di altri, si sono attardati nelle piccole stanze della libreria al piano terra, con gli scaffali che si fermano al solaio.

Poi sono forse andati su per la scala stretta, nelle salette di lettura, passando accanto alla postazione con la macchina per scrivere, fermandosi talvolta per accettare l’invito di lasciare il frammento (o meglio, l’intenzione) di un’autobiografia, e poi abbandonare lì le poche frasi scritte su fogli appuntati alla parete o posati sul sofà. Quello – il sofà – è quasi un piccolo letto dove scrittori non abbienti trovavano a volte rifugio, quando il negozio chiudeva. Ed era l’umore del momento di George Whitman a decidere dell’ospitalità.

Lawrence Ferlinghetti, poeta della beat generation, amico della sorella di George, Henry Miller, Anaïs Nin, Julio Cortázar, nei primi anni, Jonathan Safran Foer e Dave Eggers, più di recente, popolano la lista di chi si è attardato in quella libreria. Gli ultimi due sono stati visti anche dal grande gatto bianco che ancora alloggia comodo al primo piano, preferendo apparentemente la sala di lettura più grande.

Una libreria è un luogo dove si vende il risultato della fatica sulle idee. Il librario ha responsabilità, perfino ruolo educativo, quando consiglia un libro, soprattutto a chi non è aduso alla lettura frequente o non è sufficientemente portato ad “annusare” tra gli scaffali. E quel ruolo può essere negativo se il libraio indica scritti effimeri, nel timore di spaventare il cliente e nel voler sbrigativamente soddisfare il suo desiderio superficiale.

Al contrario, quel ruolo è positivo, anzi, costruttivo, quando stimola il cliente verso letteratura che aspiri a combattere con il tempo. Quel senso di responsabilità appare piuttosto evidente quando si guardano i libri in evidenza negli scaffali o sui pochi banchi di Shakespeare and Company, e si ha una qualche esperienza che permetta di intendere la cura con cui sono stati scelti.

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