Auschwitz

La casa editrice nel lager che pubblica le testimonianze dei sopravvissuti

Jadwiga Pinderska-Leh è la direttrice. La sede è all’interno del museo-memoriale di Auschwitz-Birkenau. Pubblica testimonianze, guide, saggi. «Niente fiction, per rispetto»

di Maria Teresa Carbone

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Il campo e i libri. Un’immagine di Auschwitz nel 1945

Jadwiga Pinderska-Leh è la direttrice. La sede è all’interno del museo-memoriale di Auschwitz-Birkenau. Pubblica testimonianze, guide, saggi. «Niente fiction, per rispetto»


4' di lettura

Ogni mattina, da più di dieci anni, Jadwiga Pinderska-Lech entra nel suo ufficio e si mette al lavoro secondo una routine che qualsiasi responsabile di una casa editrice in tutto il mondo conosce bene: ricontrolla i volumi in uscita, esamina i testi potenzialmente interessanti, elabora iniziative editoriali, incontra i redattori e i consulenti.

Qualcosa, però, rende singolare, anzi unico, il suo lavoro: la sede della casa editrice che lei dirige si trova all’interno del museo-memoriale di Auschwitz-Birkenau, nell’edificio di mattoni dove aveva il suo studio Eduard Wirths, il medico-capo del campo, l’uomo a cui faceva riferimento, tra gli altri, Josef Mengele. «Un luogo saturo di sofferenza, in effetti, ma l’attività che svolgiamo qui dentro è così vasta e coinvolgente, che di rado – almeno nella dimensione quotidiana – ci soffermiamo sul passato di questi muri», dice Pinderska-Lech, che giorni fa, alla Casa della memoria di Roma, ha partecipato all’apertura di una mostra dedicata al polacco Jan Karski, tra i primi a far conoscere al mondo quello che stava avvenendo nei campi di sterminio nazisti.

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Un convegno con la direttrice della casa editrice Jadwiga Pinderska-Lech (prima a destra)

Non molti, tra i milioni di persone che ogni anno visitano Auschwitz, sanno che fin dal 1957 – dieci anni dopo la trasformazione del campo di sterminio in un museo-memoriale – è attivo all’interno del vecchio lager un dipartimento per l’editoria, di fatto una casa editrice che pubblica libri e periodici con l’obiettivo di divulgare la storia del campo e di commemorare le vittime.

«Si era cominciato allora con gli “Zeszyty Oświęcimskie”, alla lettera, i “Quaderni di Auschwitz”, una rivista monografica di cui esiste oggi una versione inglese, gli “Auschwitz Studies”, al posto di quella tedesca, pensata nei tempi in cui l’unico possibile ponte dalla Polonia verso l’Occidente era la Germania socialista» ricorda la direttrice in un italiano ricco e fluido, appena venato da un lieve accento polacco. Nei primi anni del periodico gli argomenti trattati erano generali (la nascita del campo, la sua organizzazione, le deportazioni dai vari Paesi), ma oggi gli studi affrontano una gamma di temi più ampia e approfondita: «Proprio in questi giorni sto chiudendo il trentesimo numero, che contiene tra l’altro un saggio degli storici del nostro centro di ricerche in cui viene proposta una nuova interpretazione della rivolta dei prigionieri Rom a Birkenau nel maggio 1944 e una revisione del numero generale delle vittime Rom, un dato che dovrà essere acquisito dai manuali di storia».

A distanza di oltre settant’anni dalla fine della guerra, le ricerche continuano: «Solo in epoca relativamente recente abbiamo ricevuto dalla Russia – sia pure in fotocopia o microfilm, non in originale – documenti che erano stati portati via all’indomani della liberazione: sono migliaia di fogli da cui emergono episodi all’apparenza piccoli ma significativi, come la protesta di un caposquadra edile che ha dovuto bloccare per una giornata il suo lavoro a causa dell’attività di una camera a gas nelle vicinanze».

Con il passare del tempo, ai «Quaderni» si è affiancato un numero sempre più alto di volumi, in media tra le venti e le trenta novità l’anno, cui si aggiungono circa settanta ristampe: per lo più saggi storici e testi autobiografici dei sopravvissuti, ma anche libri illustrati e raccolte di poesie. Attualmente il catalogo delle edizioni di Auschwitz comprende circa cinquecento titoli, alcuni dei quali – in particolare le guide per i visitatori – sono tradotti in oltre venti lingue.

Tutti i libri, comunque, precisa Jadwiga Pinderska-Lech, «vengono scelti e curati secondo criteri rigorosi, in accordo con il comitato scientifico del museo». Nessun romanzo, per esempio, è ammesso in catalogo: «È una forma di rispetto verso i sopravvissuti: spesso nelle opere di narrativa su questo tema si trovano elementi di finzione che non solo non corrispondono alla realtà, ma la travisano – storie d’amore improbabili o impossibili, una sorta di “addolcimento” che rappresenterebbe un’offesa per chi ha vissuto questa esperienza tragica».

Non a caso, i libri che hanno una circolazione maggiore sono le memorie delle persone che sono scampate all’Olocausto, ma non hanno dimenticato la tortura della vita al campo: titoli come Sono sopravvissuto dunque sono di Tadeusz Sobolewicz, La speranza è l’ultima a morire di Halina Birenbaum, Infanzia dietro il filo spinato di Bogdan Bartnikowski, Io dal crematorio di Auschwitz di Henryk Mandelbaum, Una violinista a Birkenau di Helena Dunicz Niwińska, si potrebbero definire best seller, se il termine non suonasse poco appropriato per una casa editrice che gode di un finanziamento pubblico e non ha finalità commerciali (i volumi, tra l’altro, si possono acquistare nel bookshop del museo oppure online, ma non nelle normali librerie).

Di queste opere e dei loro autori Jadwiga Pinderska-Lech parla con passione: «Sono convinta che nell’educazione dei giovani, per ricordare le vittime, le testimonianze dei sopravvissuti possano fare moltissimo. Personalmente mi sento onorata perché grazie al mio lavoro ho stretto amicizie preziose, come quella con Halina Birenbaum, e in genere ho avuto la possibilità di conoscere da vicino persone eccezionali, da Tatiana Bucci a Shlomo Venezia, a Piero Terracina». E ricorda quando, da bambina, era rimasta colpita e turbata dalla lettura di un piccolo libro su Auschwitz trovato nello scaffale di sua madre. «Allora abitavo con la mia famiglia lontano da qui, ma quando negli anni Novantasono andata a studiare Lingue all’università di Cracovia, ho deciso che avrei lavorato come guida in questo museo. In seguito ho ricevuto la proposta di entrare nella casa editrice e ho accettato subito». Da allora, prima come redattrice e traduttrice, poi come direttrice, Jadwiga Pinderska-Lech si siede ogni giorno alla scrivania nelle stesse stanze dove il dottor Wirths stilava i suoi rapporti sulle malattie nel campo e sulle terribili sperimentazioni mediche effettuate sui detenuti. «È vero, la tristezza di questi ambienti è grande, ma l’impegno per il mio compito è più forte. Anche se, certo, lavorare ad Auschwitz ha influenzato in profondità il mio modo di vedere le cose, il mio sguardo sulla vita».

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