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Libri: i magnifici 10 del 2020

Da Flannery O’Connor a Don Delillo, da Antonio Franchini a Murakami Haruki, tutto il meglio della narrativa selezionato per i nostri lettori

di Stefano Biolchini e Alberto Fraccacreta

8' di lettura

La nostra selezione di libri dell’anno costituisce anche il miglior suggerimento per gli acquisti natalizi. Buona lettura a tutti i nostri lettori!

Thomas Pynchon, Contro il giorno, traduzione di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, pagg. 1152, € 22

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Ambientato tra il 1893 e il primo dopoguerra, il labirintico romanzo – settimo della produzione pynchoniana – per ammissione dell'autore «si muove tra la Chicago dell'Esposizione Mondiale, Londra, Gottinga, Venezia, la Siberia, il Messico della rivoluzione, Hollywood e anche alcuni luoghi che non si trovano sulle mappe». Cattedrale del postmodernismo letterario dalle cui guglie fuoriescono stolide canzonette, drappelli di anarchici, magnati, santoni e grandi aziende, Contro il giorno palesa con terribile amenità il mondo corrivo e mercuriale di oggi nel quale, incontrastata, «domina l'incertezza». Pynchon, oscuro e geniale manipolatore di intrecci, si diverte ad accercinare storie di per sé aggrovigliate che sfidano la follia insita in ogni enciclopedismo e riconducono la letteratura al suo motivo dominante: decostruire la vita.

Murakami Haruki, Abbandonare un gatto, traduzione di Antonietta Pastore, illustrazioni di Emiliano Ponzi, Einaudi, Torino, pagg. 88, € 15

Primo e spietato memoir dello scrittore giapponese, Abbandonare un gatto racconta con andamento corrusco e imprevedibile la famiglia d'origine e, in particolare, il rapporto kafkiano con il padre. Nell'«azione comune di abbandono» di un gatto in un cartone – in realtà, una gatta in avanti con gli anni che poi si ripresenterà con «miagolio amichevole» alla porta d'ingresso, in anticipo sugli stupefatti trafugatori – si muove l'incerto ricordo di Murakami per approdare ai tempi di guerra vissuti dal padre e alle circostanze che resero possibile la sua esistenza: «Una delle cose che ho voluto dire in questo testo è che la guerra provoca, nella vita e nello spirito di una persona, enormi e profondi cambiamenti. Cambiamenti di cui io, così come sono qui adesso, costituisco il risultato».

Flannery O’Connor, Il cielo è dei violenti, traduzione di Gaja Cenciarelli, minimum fax, Roma, pagg. 240, € 15

Il secondo romanzo di Flanney O'Connor, a sessant'anni esatti dall'uscita nelle librerie americane, è riedito nel nostro paese in una versione che ricrea le crude ambientazioni del gotico del Sud, al quale molto ha attinto Cormac McCarthy. Francis Marion Tarwater, fanatizzato dal prozio Mason, torna a vivere con lo zio Rayber, maestro di scuola, nel tentativo di battezzare il figlio Bishop affetto da una grave forma di demenza. Le scosse mistiche della O'Connor, cattolica nata in un'area geografica fortemente protestante, si sposano con le durezze del quotidiano, mentre la citazione evangelica presente nel titolo esemplifica il contrasto – tema cruciale del romanzo – tra fede e pensiero razionale, sentimento e calcolo: cruccio interiore che rende necessaria, mai banale la profonda pietas nascosta nelle opere di questa iridescente scrittrice.

Alessio Torino, Al centro del mondo, Mondadori, Milano, pagg. 264, € 18,50

La storia del giovane Damiano Bacciardi che, come in un racconto di Werfel, sente la voce e la presenza della Vergine Maria, si svolge in un borgo dell'entroterra marchigiano tra il reale e il magico: Villa La Croce, insidiata da avventori olandesi e propiziata dalla forza rigeneratrice delle api, dal rifiorire della quercia che ha in sé tutto il determinismo tozziano di una vicenda svolta e conchiusa sin nei suoi presupposti. La natura del pagus (tra schiocchi di merli e fulgide apparizioni) lampeggia nelle secche battute di Zio Vince, di nonna Adele e di pochi altri personaggi che affollano la «Villa dei Matti» («Lì da voi c'è qualcosa che non va»), punto sfalsato dell'Appennino invariabilmente centrifugo e «al centro del mondo», raccordo di vie e cronache mitiche la cui direzione finale, nell'idea narrativa di Torino, coincide sempre con l'origine, la sorgente.

Don Delillo, The Silence, Scribner Book Company, New York, pagg. 128, $ 22

Domenica del Super Bowl 2022: cinque amici in un appartamento a Manhattan, «una professoressa di fisica in pensione, suo marito e un suo ex studente aspettano la coppia che si unirà a loro da quella che diventa una drammatica fuga da Parigi». Tra discorsi su un telescopio posizionato in Cile, marche di bourbon e il dattiloscritto di Einstein recante la Relatività ristretta, all'improvviso le connessioni digitali s'interrompono. Si fa largo una catastrofe tecnologica di proporzioni universali. «Quello che segue è una conversazione abbagliante e oltremodo commovente su ciò che ci rende umani». L'ultimo, fulmineo romanzo di DeLillo si inserisce nelle fervide narrazioni apocalittiche e post-apocalittiche, riscrivendo il testo giovanneo – secondo Alexander Sammartino – «come se Beckett avesse riscritto il Decameron».

Il vecchio lottatore, Antonio Franchini, Enne Enne Editore, pagg. 252, € 17

«Non sono mai stato del tutto sicuro che, dovendo scegliere tra la via della salvezza e quella della fine, l'istinto conduca inevitabilmente a scegliere la prima». Il vecchio lottatore e altri racconti postemingueiani è l'ultimo libro di Antonio Franchini che si segnala fra gli imperdibili di questo incredibile 2020. Dedicato a Alan D. Altieri e Roberto Bonelli, che con lo stesso autore sono protagonisti di Grande fiume dai due cuori , uno dei nove racconti di cui si compone la raccolta edita da Enne Enne Editore. Franchini, autore di Cronaca della fine , Gladiatori e L'abusivo , è stato rispettato dominus della narrativa di Mondadori prima e di Giunti oggi. E per una casa editrice di dimensioni così minori ha deciso di pubblicare questa raccolta di racconti, così rari nel nostro panorama editoriale da essere quasi un unicum . Il titolo non tragga in inganno: di Ernest Hemingway qui c'è l'agilità di scrittura, non la grandezza di gesti, né le immense praterie africane o le montagne innevate, né il suo tempo in cui «tutto può ancora essere». Qui gli esseri umani, costretti fra rapide petrose e claustrofobiche trincee friulane, sono così assorti nel volersi annientare che «non notano nemmeno la creatura letale, la regina della selva» e solo «quando stanno morendo e si devono congedare, ogni minuzia, insetto, filo d'erba li attira». Perché, come Franchini scrive nel racconto più intenso A un aficionado, «Il torero gitano ha nei confronti della paura della morte l'atteggiamento umano più giusto, l'unico possibile, quello che alterna lo sgomento al vaffanculo, ogni altra reazione essendo il frutto di un lavorio su di sé o ipocrita o illusorio».

14 Giorni. Una storia d'amore, di Ivan Cotroneo e Monica Rametta, edito da La nave di Teseo, pagg. 132, € 16

Marta e Lorenzo sono una coppia da dieci anni e proprio quando sono al bivio di una dolorosa separazione il sopraggiungere del confinamento da Coronavirus li costringe ad una convivenza ulteriore nei novanta metri quadri romani che sono da tempo la loro residenza. Il loro è un matrimonio che naufraga sotto i colpi di un tradimento culmine di un percorso come tante altre. “Coppie che si stringono piene di paura. Coppie con una storia o senza una storia. Coppie che non hanno bisogno di parlare e coppie che di parlare non hanno più voglia”. Ma il covid riserverà non poche soprese al lettore, così come lo stile veloce e una lingua piana non escludono, e anzi raggiungono, vette di ironia pura. Una trama nella quale è facile riconoscersi e riconoscere la penna ormai ben collaudata della coppia-autoriale di questo esilarante romanzo, Ivan Cotroneo e Monica Rametta (di loro, insieme, ricordiamo Tutti pazzi per amore, Una grande famiglia, Sorelle).

Manuel de Pedrolo, Atto di violenza, Paginaotto, pagg. 277, € 19.

Nella Spagna della dittatura persino le istruzioni dei prodotti commerciali dovevano essere sottoposte alla censura. Vi sembrerà assurdo finché non avrete la casa invasa dalle formiche e dopo avere comprato un'esca leggerete nelle istruzioni che solo uccidendo la regina si risolve il problema. Un chiaro invito al tirannicidio. Questo cortocircuito, questo ribaltamento prospettico può essere una chiave utile per entrare nello spirito di Atto di violenza – oltreché per liberarsi di fastidiose presenze in cucina -, romanzo dello scrittore catalano Manuel De Pedrolo dove si racconta una rivolta contro il regime messa in atto incrociando le braccia, chiudendosi in casa: un lockdown di protesta, la cui eversività sarà evidente a molti durante la pandemia. Libro corale, dalla scrittura secca e fitta di dialoghi, Atto di violenza esplora i meccanismi con i quali si subisce e combatte l'infamia pubblica e intima della dittatura. Nel terzo giorno di sciopero un gruppo di viaggiatori si ritrova di fronte a un bar chiuso in stazione e tenta di scardinare l'entrata. L'intellettuale del gruppo si oppone sostenendo che un atto di violenza comprometterebbe la lotta, spodesterebbe gli scioperanti dal livello di superiorità morale dove si collocano rispetto al sistema. Un fabbro pone riparo all'inizio di scassinamento – siamo in piena crisi di contraddizione dei rivoltosi -, ma l'epilogo drammatico non può essere evitato. Autore di un bestseller post apocalittico in catalano (Seconda origine), De Pedrolo è stato uno scrittore prolifico e ha quindi dovuto lottare contro la censura per ciascuno dei suoi oltre settanta libri. Un corpo a corpo durato quasi tutta la vita. Atto di violenza esce per la prima volta in Italia, con la traduzione di Beatrice Parisi, edito da una nuova casa editrice.

Claudio Magris, Croce del Sud. Tre vite vere e improbabili, Mondadori, Milano, pagg. 132, € 15

I personaggi dei tre racconti che compongono Croce del Sud, a metà tra saggio dotto e narrativa – come di consueto per lo scrittore triestino –, sono legati dall'improbabilità del loro stesso manifestarsi. L'antropologo Janez Benigar, l'avvocato Orélie-Antoine de Tounens e suor Angela Vallese: tre destini che si snodano fra Patagonia e Araucania fino alle estreme propaggini, nel gelo antartico della Terra del Fuoco, e sottolineano la «concorrenza sleale» della realtà sulla letteratura. Il linguista sloveno pedante e amantissimo delle due mogli indie – tanto da chiedere di essere sepolto accanto a entrambe –, il pazzo giurista francese che si autoproclama re di Araucania, la temeraria religiosa piemontese connotata dalla studiositas, ossia da una «conoscenza pervasa da amore», sono simboli della piccola e splendente Croce del Sud, costellazione visibile nell'emisfero australe tra bufere di venti solari e abisso cosmico, riprodotta sulla pagina dall'inesauribile curiositas di Claudio Magris.

The Passenger. Per esploratori del mondo. Parigi, Iperborea, pagg. 183, € 19,50

Infine un'eccezione nella nostra classifica, la facciamo per The Passenger, Parigi. L'esplorazione dedicata alla capitale francese pur non potendosi ascrivere al genere della narrativa, contiene in sé una fra le più pregevoli descrizioni “dell'esprit” così densamente “segnato di letteratura e marxismo” dei parigini. E questo grazie al racconto “La sindrome di Parigi” di Blandine Rinkel, autrice di “Le nom secret des choses”. “La città ha una concentrazione di musei, sale da concerto e proposte culturali inaudita” e tale da determinare l'irritante “sufficienza” dei parigini, che a tutti i turisti, e non solo, è capitato di sperimentare. Se a ciò si aggiunge che “in nessun posto come in Francia la concentrazione di poteri e della cultura nella sola capitale è tanto forte”, ecco che molti dei tic dei suoi abitanti trovano spiegazione. “ I parigini hanno tutto a portata di mano e poche curiosità per il resto della Francia, che infatti è da loro universalmente racchiusa nella definizione di “la provincia”. La Rinkel spiega così l'imbarazzo anche letterario che si prova al cospetto dei parigini, e che tanta parte ha nei romanzi, fra gli altri, di Annie Ernaux e Didier Eribon; ovvero l'imbarazzo di venire dall' “altrove” che non è la capiale. E' un racconto esilarante e amaro quello di questa scrittrice, un “Trivial Pursuit” letterario sulla provincialità, l'arroganza dei cittadini della Ville lumière e la profonda delusione dei turisti vittime della ormai rinomata anch’essa altra specialità cittadina, la ”sindrome di Parigi”.

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