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Licenziato perché compie 25 anni: il giudice dà ragione ad Abercrombie

di Francesca Barbieri


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(Fotolia)

2' di lettura

Licenziare un giovane assunto a chiamata al compimento dei 25 anni? Non è discriminazione del lavoratore. La decisione è arrivata il 10 gennaio sul caso Abercrombie&Fitch: a pronunciarsi la Corte di Appello di Milano che ha respinto tutte le domande formulate da un dipendente che era ricorso in giudizio per essere stato licenziato perché compiva 25 anni.

La vicenda risale a 9 anni fa. Il lavoratore era stato assunto nel 2010 con contratto di lavoro intermittente a tempo determinato, poi convertito a tempo indeterminato il 1 ° gennaio 2012. Il 26 luglio di quell’anno, però, era stato licenziato perché compiva 25 anni, come consentito dalla normativa italiana per tale tipologia contrattuale.

«Il successivo giudizio instaurato dal lavoratore - spiega Massimiliano Biolchini dello studio Baker McKenzie, legale di Abercrombie&Fitch - aveva visto il rigetto in prima istanza del ricorso e poi l’accoglimento del successivo appello (con conseguente reintegrazione nel posto di lavoro) poiché i giudici avevano ritenuto che la normativa italiana in questione fosse in contrasto con il divieto di discriminazione in base all’età sancito dalla Carta dei diritti fondamentali Ue e dalla direttiva 2000/78».

Nel 2013, dunque, il Tribunale di Milano respinge la richiesta del giovane, ma la Corte d’Appello, il 15 giugno 2014, ribalta le carte e dà ragione al giovane lavoratore che viene così riammesso in azienda, dove tuttora lavora.

Ma non finisce qua. «Del caso è stata investita la Cassazione - continua Biolchini - la quale a sua volta sottoponeva questione pregiudiziale alla Corte Ue circa la compatibilità della normativa nazionale sul contratto a chiamata con il divieto di discriminazione in base all'età sancito dalla normativa europea su richiamata».

In sostanza la Cassazione chiedeva se fosse compatibile con il diritto comunitario il Dlgs 276/2003, secondo cui il contratto di lavoro intermittente può riguardare soltanto lavoratori di età inferiore a 25 anni o superiore a 55.

I giudici europei - il 19 luglio 2017 - hanno deciso che la legge italiana non contrasta con il diritto dell’Unione e, in particolare, con la Carta dei diritti fondamentali e con la direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000.

Tutto finito? Neanche per sogno. La Cassazione - e siamo arrivati al 21 febbraio 2018 - rinvia il dossier alla Corte di appello di Milano, che in composizione diversa rispetto al passato, ha depositato oggi 11 gennaio la sentenza che dovrebbe porre la parola fine alla diatriba, dando sostanzialmente ragione al brand di moda statunitense. «Il lavoratore - conclude Biolchini - potrebbe in linea puramente teorica ricorrere di nuovo in Cassazione, su profili diversi rispetto a quelli già decisi nei precedenti gradi di giudizio, ma sarebbe paradossale trattandosi di un giudizio di rinvio della Cassazione e a seguito di una pronuncia della Corte di giustizia europea».

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