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Liliana Segre: «Io, donna di pace: il mio impegno contro la parola e i fatti violenti»

di Maria Luisa Colledani


Liliana Segre (Imagoeconomica)

7' di lettura

«Si figuri, ora vogliono fare i selfie con me, con una anziana nonna ma io suggerisco loro di cercare qualche bella ragazza», Liliana Segre confessa con una meraviglia appena accennata la notorietà che l’ha avvolta da quando, lo scorso 19 gennaio, è stata nominata dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, Senatrice a vita, proprio nell’anno in cui ricorrono gli ottant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali.

Il suo appartamento è in una delle vie più belle di Milano, fatta di silenzi, eleganti palazzi dell’Ottocento e un parco vicino. Sulla porta il cognome della famiglia, gli interni da agiata borghesia milanese, quella che con operosità e convinzione ha ricostruito l’Italia dopo la guerra diventandone faro e modello. Il salotto è fasciato di volumi e fotografie, su un ripiano della libreria anche un piccolissimo candelabro ebraico. Due grandi mazzi di fiori freschi catturano la poca luce di questa mattina che quasi ha in animo di portare la prima neve. «Ho sempre vissuto mantenendo, per scelta, un profilo basso perché non ho mai amato né la vita mondana né la rincorsa a qualcosa di importante e perché - sottolinea - sono stata appagata dalla famiglia ritrovata, dalla famiglia ricreata, dall’aver cresciuto i miei figli e dall’aver curato la mia nonna». Poi, di colpo una telefonata dalla Presidenza della Repubblica: «Un vero fulmine a ciel sereno perché è vero che nel 2018 cadono gli ottant’anni dalle leggi razziali e che i testimoni della Shoah sono pochi (una mezza dozzina in Italia, ndr) ma, siccome non c’era stato alcun accenno nella mia vita precedente a questa possibilità, quando la segreteria del Presidente mi ha chiamato annunciando la telefonata per “una bella cosa”, ho pensato di essere su Scherzi a parte». E, invece, era tutto vero: «Il Presidente mi ha chiamato ed è stato così meraviglioso, come è lui. Ho una grande devozione per lui, un uomo timido dall’aspetto fragile ma dall’animo molto forte. Fra noi c’è un affetto reciproco, come fra una vecchia sorella e un vecchio fratello, anche se il Presidente è più giovane di me».

Dopo quella nomina, sono arrivati tanti attestati, l’affetto delle persone comuni, le strette di mano per strada, i selfie, le richieste di decine di incontri: «Da gennaio la mia vita è cambiata. Improvvisamente dal basso profilo che avevo scelto, sono diventata una ricercata speciale in tutte le occasioni; personalità varie mi invitano, mi tengono in considerazione, e questo mi fa piacere ma, a volte, anche mi pesa. Non per l’età, che per ora mi conforta tanto che sono molto indipendente di pensiero e guido ancora l’auto. Sono altri gli elementi che mi pesano, ad esempio, il dover continuamente raccontare la mia storia in contesti anche molto importanti. Temo che non solo l’età avanzata e lo stato di salute, che può cambiare da un momento all’altro, ma proprio lo spirito, a un certo punto, presto, mi farà riprendere il silenzio dei 45 anni venuti dopo il lager. A volte, mi sento come un jukebox: mi sdoppio mentre parlo, sono la nonna di me stessa e mi fa una gran pena quella ragazzina là». Cioè la Liliana che, nel 1938, con la promulgazione delle leggi razziali fu espulsa dalla scuola “per la colpa di essere nata”; che dopo, con l’amatissimo papà Alberto e i nonni Pippo e Olga (in memoria dei quali il 31 gennaio 2019 saranno collocate due Pietre d’inciampo a Milano, in corso Magenta 55) sfollò in Brianza, a Inverigo, per provare poi la fuga in Svizzera nel pieno dell’inverno del 1943. Ma quel viaggio verso la salvezza, in cui Liliana si sentiva un’eroina, sarà abortito da un funzionario svizzero tedesco: “Con grande disprezzo e totale mancanza di umanità ci rimandò indietro. Io e papà siamo dovuti tornare indietro”, scrive la Senatrice a vita nella sua nuova opera letteraria Scolpitelo nel vostro cuore. Dal Binario 21 ad Auschwitz e ritorno: un viaggio nella Memoria (Piemme, 2018). E così continua il racconto del libro: “Io avevo tredici anni, e lì mi sentii perduta. Dall’altra parte della rete avevamo i fucili puntati dai soldati italiani. Che ci catturarono. La nostra fuga era finita. Io so che cosa significa essere respinti. Perdere in un attimo tutta la speranza”. E ritrovarsi poi ad attraversare da sola il dolore del mondo nel gelo delle baracche di Auschwitz.

Il suo è stato il viaggio nella banalità del male, l’ha ammutolita per quasi mezzo secolo, poi «a 45 anni dai fatti - ricorda - ho lasciato quella vecchia ragazza di quindici anni per una nonna di 60. Era nato il mio primo nipote e ho sentito che non potevo più fare a meno di parlare». Perché, come ha scritto Primo Levi, “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Da quel giorno, scolaresca dopo scolaresca, gruppo dopo gruppo, questa signora con la sua nuvola bellissima di capelli bianchi e dalle collane eleganti ha incontrato 200-300mila giovani. Ora il suo servizio di testimone non è più solo raccontarsi. «Quando sono arrivata in Senato mi son detta che volevo fare qualcosa di buono, così ho presentato il Disegno di legge contro l’ “Hate speech”. Ho orrore della violenza in sé, non solo perché l’ho provata sulla mia pelle e l’ho vista attorno a me, ma perché sento che è un fenomeno montante. La violenza dilaga a tutti i livelli, dal più basso al più alto, e questo propagarsi mi fa molta paura. Si deve cominciare a combattere la parola violenza e la parola violenta così come i fatti violenti. La gente non si frena più, si esprime con termini assolutamente inadatti all’accaduto, l’umanità odia l’umanità. Ma come si può? E pensare che io ho raccontato la mia esperienza sempre senza odio né vendetta».

I nostri nonni che hanno combattuto per la libertà e tutti quelli che si sono opposti al nazismo, al fascismo e agli -ismi sognavano un’altra Italia: «Hanno fatto la SCELTA, scritta in maiuscolo, e pensavano - è la riflessione di Liliana - che con il loro sacrificio avrebbero portato la democrazia». Oggi il nostro Paese balla sull’orlo dell’abisso: lo sa bene questa donna di pace, che ama definirsi, prima di tutto, nonna. E, dalla sua poltrona, si china verso un tavolinetto. Qualche foglio di carta intestata, gli occhiali e un libretto, la Costituzione italiana. La prende, la tiene fra le mani come un bene prezioso, da difendere: «La nostra Costituzione è straordinaria, i padri costituenti, che uscivano dal quel momento storico e politico durato vent’anni, hanno studiato gli articoli della nostra Carta da padri, non solo da liberi cittadini. Non c’è alcuna violenza in questi articoli e ci sono solo princìpi contro la violenza per ridare diritti alle persone. È un vero capolavoro».

Ma, intanto, quella saggezza, quella preveggenza restano inascoltate: perché tanta violenza, non solo in Italia? «Mi viene una risposta di buonsenso - prova a spiegare la Senatrice -, anche se è terribile come ipotesi. Ogni tot anni gli uomini devono fare la guerra, che è pura violenza, e solo l’Europa unita, anche se non la trovo tanto unita, fa sì che non si arrivi al conflitto ma stiamo vivendo quella fase sospesa, quando sta per succedere qualcosa di grosso, che non scoppia per davvero ma alimenta tanti rivoletti di male». E tutto, in qualche modo, è legato all’esplodere di -ismi ovunque: «La fascistizzazione sta uscendo ora - è l’amarezza della Senatrice - perché gli anni sono passati, vittime e carnefici sono morti, i negazionisti sono tornati e non dimentichiamo che nel Ventennio le piazze erano piene, che tutti ci andavano spontaneamente e che le leggi razziali sono passate nell’indifferenza generale. Quello spirito sta tornando». Ma la nonna-testimone attraversa l’Italia e, instancabile, racconta: «Credo nella memoria perché la memoria rende liberi e perché sento di fare il mio dovere per quei sei milioni di ebrei che non sono tornati». Liliana Segre tiene vivo il ricordo ma è pervasa da grande pessimismo: «Nel 1915, poco più di cent’anni fa, alle porte dell’Europa è avvenuto il genocidio del popolo armeno. Chi ne sa più qualcosa? Trovo grandi similitudini fra quanto hanno subìto armeni ed ebrei. Fra cent’anni la Shoah sarà solo una riga sui libri di storia, che ormai non legge più nessuno... Alla Shoah succederà come ai barconi dei migranti, coperti dal Mediterraneo, nel silenzio più assordante».

I ragazzi sono i suoi interlocutori principi, i destinatari della sua memoria, ma i suoi occhi guardano lontano, oltre le persone che ha davanti, come se si fossero fermati in quella voragine dell’umanità: «Io e mio marito ci siamo molto amati: mi ha curato le ferite, mi ha aiutato, mi ha sostenuto, “mi ha” seguito da tutti i participi possibili e anche nei momenti in cui eravamo più giovani, più innamorati, mi diceva “Amore mio, il tuo sguardo, i tuoi occhi guardano lontano, stai qui, stai qui con me”».

Oggi Liliana Segre è nonna di tre nipoti e di tutti i ragazzi che incontra: «Auguro loro di essere sempre più coscienti delle loro possibilità, senza mai delegare. Solo in se stessi possono trovare la forza di vincere la vita». Quella che la Senatrice ci dona con le sue parole. Un dono eterno, non proprio come il piccolo pacchetto rosso che poso fra le sue mani. Apre, incuriosita, alza gli occhi e sorride appena: «Allora, ha letto», mi dice. Sono albicocche secche, le stesse che la Senatrice ricorda nel libro La memoria rende liberi (Bur, 2015): il 1° maggio 1945, i belli e abbronzati soldati americani le lanciavano da una camionetta senza distinzione fra prigionieri e tedeschi. Liliana, pur magrissima (pesava 32 chili), esausta e prostrata, riuscì a piegarsi: «Con fatica ne raccolsi una, era fantastica, quell’albicocca era il sapore della libertà». E, mentre mi congeda con un abbraccio dolce e forte, mi ricorda che «la vita è bellissima, è un bambino che nasce, un fiore che sboccia, un mare che scintilla». Ben più di un inno alla vita. La vita stessa, la vita per sempre.

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