sopravvissuta ad Auschwitz

Liliana Segre senatrice a vita, preziosa luce sulla Shoah

di Giulio Busi


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Ansa

3' di lettura

La storia, quella cattiva, taglia, separa, strappa. Spezza le vite, disperde le famiglie, piega le speranze. A capirla, e a saperla ricordare, la storia può anche aiutare a distinguere. «Ho dovuto diventare vecchia per accettare di vedere le cose che mi erano capitate sotto gli occhi e che mi ero limitata a guardare». Potrebbero sembrare quasi due sinonimi. Ma tra “guardare” e “vedere” c'è differenza, eccome. A Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz e tra le voci più forti della memoria della Shoah, e nominata ieri senatrice a vita dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per «aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale» ci sono voluti anni e anni per far proprio questo divario.

Lo racconta lei stessa. «Io per troppi anni ho guardato senza vedere. Tutto: dai mucchi di cadaveri alle compagne inginocchiate. E quelle che si sono attaccate ai fili elettrici per uscire». La lezione della Segre è, nella sua semplicità ed efficacia, proprio questa. Lei, vittima del razzismo e dello sterminio, che ha imparato a vedere le proprie sofferenze, può insegnare a tutti noi a continuare a vedere, a non voltarci dall’altra parte. A conservare il senso di quanto è accaduto allora, e a vigilare sull’oggi. Vedere con i propri occhi, distinguere con la mente, afferrare col cuore. E poi insegnare anche agli altri a vedere. E a giudicare, ciascuno con la propria coscienza.

Una bambina come tante altre, cresciuta in una famiglia ebraica “laica e agnostica”, educata nella scuola pubblica. «Nel settembre del 1938 avevo terminato la seconda elementare – ricorda – e conducevo una vita tranquilla e felice nel mio microcosmo familiare». A ottant’anni di distanza, le leggi razziali – si direbbe meglio razziste – volute dal fascismo, sono ancora una macchia indelebile nella storia della nostra nazione. L’«Italia antisemita e ariana» – come ha scritto Michele Sarfatti – è lì a ricordarci tutto il peso di un passato che non deve essere dimenticato.

Espulsa dalla sua classe, rifiutata dagli amici, Liliana diviene in un attimo “invisibile”. Ora sono gli altri, gli italiani “normali” a guardarla con occhi diversi. È ancora una bimba (è nata nel 1930), e il disprezzo delle amichette è la prima, terribile ferita. «Dall’altra parte della strada mi indicavano alle altre. Quella lì è la Segre. Non può più venire a scuola con noi perché è ebrea». Per Liliana comincia quella che Silvana Greco ha chiamato «la spirale del misconoscimento». È la progressiva perdita di ruolo sociale, di un posto tra gli altri, con gli altri. Perdita dei diritti di cittadinanza, umiliazioni, sgretolamento dei legami familiari: una voluta dopo l’altra, la spirale diviene sempre più soffocante.

Né la conversione di facciata al cattolicesimo né la frequentazione della scuola milanese delle Marcelline bastano a salvarla. Nel dicembre 1943, i Segre tentano di varcare il confine con la Svizzera. Sono fermati, rispediti in Italia, arrestati. Assieme all’amato papà Alberto, Liliana viene avviata ad Auschwitz dal Binario 21 della stazione centrale di Milano. Appena giunti al campo, i due devono separarsi. Non rivedrà mai più il proprio genitore. Ora la spirale è diventata un precipizio. Rasata, tatuata con il numero del campo, è mandata al lavoro forzato nella fabbrica di munizioni. Scheletrica e sofferente, supera anche la marcia della morte, con l’evacuazione di Auschwitz davanti all’avanzata russa. Ravensbrück e Malchov sono le tappe estreme prima della liberazione. A fine aprile 1945, Liliana Segre è libera.

Ma libera da cosa, e per cosa? Certo, la vita può ricominciare. Il ritorno in Italia, matrimonio, i figli, il calore degli affetti. La discesa verso la distruzione è stata rapidissima, paurosa. La risalita è lenta. Dopo la famiglia, negli anni 80, un nuovo, coinvolgente impegno lavorativo le restituisce un’ulteriore parte di ciò che le è stato tolto. Libera di tornare a vivere, di amare, di lavorare – finalmente. La libertà piena viene però per ultima, e solo nei primi anni 90. Liliana Segre riconquista il diritto a vedere. Comincia a parlare della Shoah nelle scuole di Milano, e da allora non smette più. Parla ai giovani studenti, affinché sappiano. Perché una cosa è leggere un libro di storia, e tutt’altra emozione è sentire la voce e osservare gli occhi e i gesti di che “là” c’è stato.

Non è vero che con la generazione dei testimoni, che inesorabilmente ci lascia, anche il ricordo sia destinato ad affievolirsi. Perché chi ha voluto e saputo parlare, come Liliana Segre, ha riacceso la fiamma della memoria. Il ricordo è una cosa viva, che passa da una generazione all’altra, come una candela serve ad accenderne un’altra – l’immagine è di Dina Wardi. Chi la guarda, non può non vederla, la fiamma. Per quanto buio abbia fatto, allora. E per quante ombre possano ancora scendere, ora.

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