big tech

LinkedIn e la grande contesa sui nostri dati

di Rana Foroohar


default onloading pic
(Afp)

4' di lettura

Una problematica che mi sta diventando molto chiara da quando mi occupo di economia digitale è che sarà necessario ripensare il quadro giuridico nel quale si sono sviluppate le attività per molti decenni. Molte delle leggi chiave che governano il commercio digitale - che sempre più spesso rappresenta la maggior parte delle attività commerciali - sono state elaborate negli anni 80 o 90 quando internet era un luogo completamente diverso.

Consideriamo, ad esempio, la legge statunitense sulle frodi e sugli abusi informatici (conosciuta con la sigla Cfaa). Questa legge del 1986 rendeva un reato federale l’accesso «non autorizzato» a un computer collegato a internet. È stata progettata per impedire che gli hacker potessero penetrare nei sistemi governativi o aziendali. Secondo la leggenda, questa legge si sarebbe ispirata a War Games, il film del 1983 interpretato da Matthew Broderick.

Mentre pochi hacker sembrano essere stati scoraggiati da questa disposizione, la legge viene oggi utilizzata nelle guerra per bande tra le aziende che cercano di monetizzare il bene più prezioso del pianeta: i vostri dati personali. Il caso in questione riguarda il contenzioso avviato da LinkedIn contro HiQ, che potrebbe diventare a buon diritto un’azienda leader nella Silicon Valley. LinkedIn è la principale piattaforma di networking professionale, una Facebook per i profili aziendali. HiQ è un’azienda di data-scraping, che accede ai dati pubblicamente disponibili dai profili LinkedIn e poi li mescola nella propria scatola nera quantitativa per creare due prodotti: da una parte Keeper, che dice ai datori di lavoro quali dei loro dipendenti sono più a rischio di essere ingaggiati da altre aziende, e dall’altra Skill Mapper, che fornisce una sintesi delle competenze possedute dai singoli lavoratori.

LinkedIn ha permesso a HiQ di svolgere queste attività di estrazione dati per cinque anni, prima di sviluppare un prodotto molto simile a Skill Mapper. A quel punto LinkedIn ha intimato con una lettera all’azienda rivale di desistere, minacciando di invocare la Cfaa qualora HiQ non smettesse di toccare i dati degli utenti iscritti alla sua piattaforma. Gli avvocati di LinkedIn non solo hanno sostenuto che si tratta di una violazione della fiducia degli utenti, ma che il loro cliente è «un’entità privata con il diritto di controllare l’accesso alla sua proprietà privata», vale a dire non solo i suoi server, ma anche i dati dei consumatori in essi immagazzinati.

Non sono fenomeni rari nella Silicon Valley. Le aziende che raschiano i dati, pur potendo sembrare attività po’ raccapriccianti, stanno dilagando in questo periodo, così come le grandi aziende che guardano le piccole imprese sperimentare nuove idee e, poi, cercano di saccheggiarle o di schiacciarle una volta raggiunta la massa critica (sia con un’ingiunzione a desistere, sia attraverso un’acquisizione).

Di recente sono stata inondata di segnalazioni da parte di piccole imprese tecnologiche che denunciano pratiche anticoncorrenziali da parte delle grandi società che gestiscono piattaforme online. La maggior parte non uscirà pubblicamente allo scoperto per paura di non ottenere mai più un altro finanziamento o altri lavori (nella Silicon Valley vige il codice dell’omertà, come sto scoprendo). HiQ ha, tuttavia, ha capito di non aver nulla da perdere, perché se non riuscisse a ottenere i dati LinkedIn finirebbe fuori mercato. Il tribunale distrettuale degli Stati Uniti nella California del Nord, che sta trattando il caso, gli ha dato ragione in prima battuta consentendogli con un’ingiunzione di continuare a raschiare i dati mentre va avanti la battaglia legale (LinkedIn ha presentato la sua memoria di apertura la settimana scorsa).

Nel frattempo, un caso che avrebbe potuto risultare significativo solo per gli addetti ai lavori digitali è diventato oggetto di un’enorme risonanza pubblica grazie al professor Laurence Tribe di Harvard, il principale studioso di diritto costituzionale degli Stati Uniti. Tribe si è, infatti, unito alla squadra di difesa di HiQ perché, come mi ha detto, ritiene che il caso sia «estremamente importante», non solo in termini di regole competitive per l’economia digitale, ma anche nel campo della libertà di parola. Secondo il professore, se si accetta che internet è la nuova piazza della città e che «i dati sono una fondamentale tipologia di capitale», allora devono essere liberamente disponibili a tutti. E LinkedIn, come azienda privata, non può decidere improvvisamente che i dati accessibili al pubblico, ricercabili da Google, sono di sua proprietà privata.

L’opinione pubblica potrebbe non gradire ciò che sta facendo HiQ, ma, proprio come i trasgressori sessuali hanno il diritto di utilizzare Internet, così i raschiatori di dati hanno il diritto di vivere nello spazio pubblico, almeno per il momento. La preoccupazione è che, se alle imprese private viene concessa l’autorità di decidere chi vuole partecipare al mercato digitale delle idee, allora si vedrebbero riconosciuto il potere di tenere alla larga, a loro totale discrezione, chiunque sia loro sgradito.

Da parte sua, LinkedIn sostiene che la sua posizione è quella di valorizzare al massimo la libertà di espressione. Se, infatti, gli utenti fossero a conoscenza che i loro dati sono liberamente disponibili per la raccolta e l’accesso illimitati da parte di terzi, sarebbero meno favorevoli a fornirli online. Si tratta di un’ottima osservazione, e forse una di quelle su cui i consumatori e gli utenti di internet in generale dovrebbero riflettere con maggiore attenzione.

Che la vostra preoccupazione riguardi pratiche commerciali anticoncorrenziali, piuttosto che il mantenimento della libertà di parola, un aspetto che dobbiamo aver presente è che siamo, al tempo stesso, sia la materia prima sia il consumatore finale di ciò che viene venduto online. Noi siamo il prodotto.

In considerazione di ciò, dovremmo riflettere molto più attentamente su tre aspetti. In primo luogo, l’entità delle informazioni che riveliamo e tutte le miriadi di modi in cui possono essere utilizzate. In secondo luogo, se i prodotti e i servizi che riceviamo in cambio dei nostri dati valgono la pena, o se invece le condizioni dello scambio devono essere riconsiderate. In terzo luogo, come i governi possono cambiare le regole del nuovo campo di gioco digitale e che cosa significherà per il capitalismo nel XXI secolo.

© 2017 The Financial Times Ltd.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...