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Lino Banfi all’Unesco «che ci azzecca?», direbbe Nonno Libero

di Dario Ceccarelli


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2' di lettura

“Quando mi hanno chiamato, ho detto: Ma che c'entro io con la cultura?”

Tanto di cappello a Lino Banfi. Che con una battuta arguta sintetizza quello che hanno subito pensato milioni di italiani alla notizia che Nonno Libero diventerà, come ha annunciato trionfalmente il vicepremier Di Maio, patrimonio dell'Unesco. Che ci azzecca, insomma?

E invece: chi meglio di Banfi, una delle maschere italiane più prolifiche, può fare da testimonial a un paese che nella sua storia ha per l'appunto mille maschere? Matteo Salvini, in questa nuova sfida con Di Maio, ribatte subito: E Jerry Calà? E Renato Pozzetto? E via un lungo elenco di risposte “Lumbard” al comico pugliese che, come Salvini, ha indossato gli abiti e le tute più disparate.
Non entrando nella dotta disputa, va però detto che Lino Banfi non è solo il saggio nonno Libero della indimenticabile “Famiglia Martini”, ma è anche il poliedrico attore di personaggi come il mitico allenatore Oronzo Canà e il brigadiere Zagaria che “ama la mamma e la polizia”. Senza dimenticare che Banfi, a modo suo, è stato anche un'icona della commedia sexy all'italiana per non indimenticabili film come “L'infermiera di notte” e “L'insegnante va in collegio”.

Erano i tempi di Edwige Fenech, un altro mito di una certa generazione cinematografica, un mitologico retaggio del Novecento che la Francia, nell'attuale braccio di ferro con l'Italia, potrebbe contrapporre al comico pugliese.

Tornando al tema, una lettura più maliziosa fa notare che Banfi è un pugliese doc, di quella Puglia che, oltre alle cime di rapa, i trulli e il mare del Salento, ha dato i natali al premier Conte, devoto fedele di Padre Pio. E che quindi i Cinque Stelle, in debito con la Puglia per l'Ilva, il Tap e le trivelle, abbiano scelto Banfi per chiudere una fastidiosa ferita. Ma come dice Nonno libero, che è saggio, “una parola è poco, due sono troppe”.

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