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Banche centrali alla prova d’autunno: bazooka, cerbottana o boomerang?

I mercati e la politica stanno aspettando al varco sia Christine Lagarde che Jerome Powell: in autunno vogliono una nuova espansione monetaria. Ma è la scelta giusta?

di Donato Masciandaro


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(Ap)

4' di lettura

I mercati e la politica stanno aspettando al varco sia Christine Lagarde che Jerome Powell: in autunno vogliono una nuova espansione monetaria. Ma è la scelta giusta? Dal punto di vista economico, non c’è oggi una risposta: una nuova espansione monetaria potrebbe essere un bazooka, ma anche una cerbottana, o addirittura un boomerang. La cartina al tornasole della bussola che guiderà la Bce e la Fed sarà il grado di trasparenza delle decisioni: più opache saranno, più sarà alto il rischio che le due banche centrali stanno cedendo alle pressioni della politica e della finanza.

Oramai non passa giorno che in Europa o negli Stati Uniti non si alzi almeno una voce che chieda alle rispettive banche centrali di dare presto una scossa monetaria. La reazione delle banche centrali è finora avvolta da una spessa coltre di nebbia, perché nelle dichiarazioni pubbliche i banchieri centrali si stanno muovendo in ordine sparso. Su entrambi i lati dell’Atlantico si registrano voci discordanti. Questa situazione è la peggiore che si possa registrare. Una banca centrale non può reagire all’incertezza causando ulteriore incertezza. Occorre spiegare come si reagisce di fronte a un fatto: oggi non sappiamo quali saranno le conseguenze di una nuova fase di espansione monetaria. Gli esiti sono almeno tre.

Il primo scenario è quello che associa un rafforzamento - per l’Europa - o un ritorno - per gli Stati Uniti - di una politica monetaria non convenzionale e ultra-espansiva a una definitiva riduzione del rischio di recessione economica. È lo scenario cosiddetto «bazooka». Il suo presupposto è che oggi ci siano le stesse condizioni che hanno spinto prima la Fed e poi la Bce a inventarsi la politica monetaria non convenzionale, di fronte all’inefficacia del tradizionale strumento di azione, rappresentato dalla sola manovra dei tassi di interesse a breve termine. Prima Bernanke e poi Draghi hanno preso atto che la chimica della politica monetaria era cambiata. La chimica standard prevedeva che le banche centrali possono limitarsi a indirizzare i tassi nominali a breve termine, con la ragionevole certezza che le loro scelte si sarebbero trasmesse ai tassi nominali a lungo termine. L’obiettivo dei banchieri centrali era - ed è - quello di evitare distorsioni sistematiche nella dinamica del tasso di interesse reale - il rendimento che conta per la crescita economica - che deve rimanere a un livello normale, o naturale. All’inizio della Grande Crisi, il combinato disposto di recessione e deflazione rischiava di far salire il tasso reale, innestando una spirale che avrebbe ulteriormente affossato l’economia. Per accelerare il ritorno del tasso reale al suo livello normale, le banche centrali hanno violentemente abbassato i tassi di interesse, fino ai livelli zero - Fed - e negativi - Bce. Non è bastato; i banchieri centrali sono direttamente intervenuti sui mercati finanziari, sia con i fatti - Qe - che con le parole vincolanti - forward guidance. Tutte le analisi empiriche ci dicono che è servito: c’è stato l’effetto bazooka. Per cui oggi, di fronte al rischio recessione, viene facile chiedere a Powell e a Lagarde di ripetere quello che Bernanke e Yellen, da un lato, e Draghi, dall’altro, hanno fatto. Niente di meno; anzi, probabilmente qualcosa in più, visto che l’effetto bazooka c’è stato, ma è stato molto meno robusto di quanto ci si attendeva.

E dunque sorge il dubbio: ma Paganini può essere replicato con la stessa efficacia? Qui emergono gli altri due scenari. Da un lato c’è lo scenario «cerbottana», riassumibile con un quesito: può una politica monetaria non convenzionale trasformarsi in convenzionale e conseguire gli stessi risultati? Non lo sappiamo. E i dubbi crescono se si osserva che oggi il quadro macroeconomico non è esattamente quello che ha preceduto il 2008, soprattutto per un aspetto: il tasso reale naturale potrebbe essere più basso.

Non è finita: siamo sicuri che l’ipotetico abbassamento del tasso reale non sia “colpa” di oltre un decennio di politiche monetarie ultra-espansive? Questo scenario si fonda sull’ipotesi che la politica monetaria abbia avuto un effetto - strutturale e indesiderato - sul meccanismo delle aspettative.

È questo il terzo scenario, quello del «boomerang». Se fosse fondata l’ipotesi di una correlazione tra politiche monetarie espansive e anemia macroeconomia - tasso reale incluso - la ricetta corretta della politica monetaria dovrebbe continuare verso la normalizzazione, con l’obiettivo di riportare i tassi nominali stabilmente in territorio positivo. In più, le banche centrali dovrebbero riconoscere i nuovi limiti della politica monetaria, e rafforzare la richiesta alle altre politiche economiche di fare il loro dovere. Dunque, tre sono i possibili scenari. Cosa faranno Lagarde e Powell? Ci auguriamo che utilizzino al meglio le informazioni disponibili, e che siano massimamente trasparenti. Le banche centrali devono esplicitare il più possibile le proprie funzioni obiettivo. La trasparenza è condizione necessaria - ancorché non sufficiente - della credibilità della politica monetaria. L’opacità sarebbe un pessimo segnale.

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