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Lira a picco, la lezione della Turchia per l’Italia

di Donato Masciandaro

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4' di lettura

In un Paese finanziariamente fragile il governo in carica può non condividere la logica dei mercati finanziari, oppure la necessità di avere una banca centrale indipendente. Ma non può permettersi di andare contro tali logiche, altrimenti il rischio è fare la stessa fine che sta facendo la lira turca in questi giorni.

Quello che sta accadendo in Turchia è un esempio efficace di quello che accade quando gli obiettivi di breve periodo della politica si scontrano contemporaneamente con l’aritmetica dei mercati finanziari da un lato e la geometria del disegno istituzionale della politica economica dall’altro.

Il protagonista politico è il presidente turco Erdogan. Alcune caratteristiche del presidente turco – come la sua allergia ai poteri indipendenti, come può essere istituzionalmente quello giudiziario e nei fatti deve essere la stampa – lo hanno fatto diventare un paradigma di riferimento per alcuni leader populisti e nazionalisti dell’Europa dell’Est, come l’ungherese Orban ed il polacco Kaczynski.

Lira turca in picchiata,Erdogan trema

L’allergia di Erdogan alle istituzioni indipendenti ha avuto l’ennesima manifestazione lo scorso 11 maggio, a Londra, quando il presidente turco si è scagliato contro la “madre di tutti i mali”, vale a dire la politica di innalzamento dei tassi di interesse decisa dalla Banca centrale turca. La banca centrale aveva deciso di rendere più restrittiva la politica monetaria di fronte a un deciso peggioramento della situazione macroeconomica in Turchia. In Turchia vi è un concreto rischio di cadere nella spirale perversa tra inflazione, svalutazione e recessione, innescata e moltiplicata dal combinato disposto di eccesso di debito privato con un eccesso di politica fiscale. È un meccanismo che abbiamo imparato a conoscere bene, con una ricetta di tre ingredienti. Il primo è un eccesso di debito – pubblico e/o privato - tipico di una fase espansiva del ciclo economico. Nel caso della Turchia, è quello che è successo in una pluralità di Paesi emergenti, nella fase in cui i mercati finanziari globali sono stati inondati dalla liquidità in dollari, venduti a tassi irrilevanti, che hanno reso conveniente la crescita dello stock di titoli emessi in valuta estera. Ora è iniziata – almeno negli annunzi – la fase di normalizzazione della politica monetaria statunitense, che rende meno sostenibili tali debiti. Il secondo ingrediente diventa allora la necessità di sgonfiare l’eccesso di debito, che si trasforma nel caso turco in una pressione verso il basso del tasso di cambio e verso l’alto dell’inflazione, con il rischio di innescare la spirale tra svalutazione e inflazione da costi. Allora occorre evitare il rischio – è il terzo ingrediente – che il deflagrare dell’eccesso di debito si trasformi anche in una recessione economica. In questi casi vi è un dilemma che la politica economica deve affrontare: una politica restrittiva – sia monetaria che fiscale - può fermare la spirale tra svalutazione ed inflazione, ma c’è il rischio di un arresto della crescita economica. Ma questo Erdogan non può permetterselo. Nel prossimo giugno ci saranno per lui elezioni politiche cruciali. Non può arrivarci con un Paese economicamente in affanno, o addirittura in emergenza. Ma non può permettersi allo stesso tempo di appoggiare politiche fiscali e monetarie restrittive. E allora Erdogan vara una interessante esempio di politica populistica.

Le politiche economiche di stampo populista - sia esso di destra o di sinistra - hanno due tratti in comune: si contrappongono agli interessi delle cosiddette élite, quindi affermano di essere redistributive; sono miopi, in quanto proteggono presunti interessi diffusi con una ottica di breve periodo, trascurando gli effetti negativi di più lungo periodo per tutta la collettività. Erdogan ha illustrato una politica monetaria populista basata nei fatti su due princìpi. Innanzitutto, le aspettative di inflazione sono direttamente correlate con i tassi di interesse nominali: per cui le politiche monetarie restrittive hanno effetti inflattivi, con effetti redistributivi che danneggiano il popolo. In secondo luogo, la banca centrale – colpevole del fenomeno, insieme all’immancabile “overseas origin”, anche esso tipicamente populista – deve essere messa sotto il controllo della politica. Erdogan ha così sfidato in un sol colpo la logica dei mercati - un rischio inflazione deve essere affrontato con una politica monetaria restrittiva – e quella delle istituzioni – la politica monetaria deve essere affidata a organismi indipendenti, proprio per evitare che l’Erdogan di turno la manipoli a suo piacimento.

La sfida di Erdogan a Londra ha ottenuto l’effetto esattamente contrario della sfida che Mario Draghi, sugli stessi palcoscenici londinesi, offrì con il suo “whatever it takes”: Draghi salvò l’euro, Erdogan ha affondato la lira turca. La svalutazione della lira ha raggiunto il 21% su base annua, e mercoledì alla banca centrale turca è stato consentito di innalzare i tassi di 300 punti base, per provare a fermare l’emorragia valutaria. Sfidare l’aritmetica dei mercati e la geometria delle istituzioni è rischioso. Erdogan lo ha sperimentato. Varoufakis prima di lui. Basterà a scoraggiare altri apprendisti stregoni?

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