le misure

Lira turca, il «whatever it takes della Banca centrale non basta

di Attilio Geroni


La Turchia affossa i mercati, e' scontro Erdogan-Trump

3' di lettura

Dopo mesi di tensione sui mercati valutari e dopo la disfatta subita dalla lira venerdì, le autorità turche hanno annunciato le prime misure a sostegno della moneta nazionale. Per garantire una maggior liquidità al sistema bancario e quindi all’economia, la Banca centrale ha ridotto i coefficienti di riserva obbligatoria degli istituti di credito sia in lira sia in valuta estera. Nel primo caso il coefficiente è stato ridotto di 250 punti base; nel secondo di 400 punti base per tutte le passività “non core”.

Le due decisioni renderanno immediatamente disponibili nel sistema finanziario 10 miliardi di lire turche, 6 miliardi di dollari e 3 miliardi di dollari equivalenti di liquidità in oro. Questo, insomma, il «whatever it takes» dell’istituto centrale d’emissione. Al quale però manca forse l’unica misura veramente attesa dagli investitori internazionali, un consistente aumento dei tassi d’interesse.

Dopo l’annuncio della Banca centrale turca, che fa parte di un più ampio pacchetto di misure economiche che sarà illustrato dal ministro delle Finanze e del Tesoro (e genero del presidente Erdogan) Berat Albayrak e vagamente anticipate ieri in un’intervista al quotidiano Hurryet, la lira ha recuperato qualcosa dai nuovi minimi toccati sui mercati asiatici, dove si era spinta a 7,2 nei confronti del dollaro (qui il cambio con l’euro). La valuta turca ha perso il 40% del proprio valore nei confronti di quella americana dall’inizio dell’anno.

Le autorità turche non sembrano dunque intenzionate ad adottare misure più drastiche, come appunto una stretta monetaria per riportare sotto controllo l’inflazione, l’introduzione di controlli ai movimenti di capitale oppure l’intervento del Fondo monetario internazionale. Già in maggio il presidente Recep Tayyip Erdogan durante un roadshow a Londra parlando alla comunità finanziaria aveva espresso la sua contrarietà ad aumenti dei tassi d’interesse, responsabili a suo dire di un aumento dell’inflazione e non del contrario.

La realtà vista da Ankara appare comunque diametralmente opposta a quella vissuta dalla lira turca sui mercati. «L’economia turca è forte - ha dichiarato un portavoce della presidenza - e nessuno deve prestare attenzione alle notizie speculative». Così le autorità hanno anche annunciato di aver aperto un’inchiesta contro 250 account di social media ritenuti responsabili di aver diffuso fake news.

La tensione resta comunque elevata e già in molti temono un contagio nei confronti di altri mercati, come accadde nel 1997, quando la Thailandia innescò la prima grande crisi degli Emergenti. Sotto pressione sono in particolare il rand sudafricano, che ha accusato una flessione del 2,5% nei confronti del dollaro, la più pesante dal 2008; e il peso messicano, arretrato di quasi il 2% sempre rispetto alla moneta americana.

Nonostante le «contromosse» della Banca centrale turca, la crisi della mezzaluna continua a trascinare in basso tutti i mercati, con Tokyo che ha chiuso in perdita dell'1,98%. Il tonfo della valuta turca si riflette anche sui cambi in Asia, con l'euro che tocca i minimi in 10 settimane sullo yen, a 125,60, e la valuta nipponica che si rivaluta anche sul dollaro, a quota 110,30. Non hanno giovato i toni usati dal presidente Erdogan, che nel fine settimana ha proseguito nello scontro contro gli Stati Uniti, che venerdì hanno raddoppiato i dazi.

«Nessuno ha interesse a una destabilizzazione economica della Turchia - ha detto Angela Merkel intervendo a Berlino - Vogliamo una Turchia prospera e fiorente dal punto di vista economico», ha aggiunto. Merkel ha sottolineato però anche l'importanza di una banca centrale indipendente dal governo.

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