federalismo sanitario

Liste d'attesa per un cittadino su due. Spezzatino-Italia su vaccini, screening e farmaci

Dal VII report di Cittadinanzattiva-Tdm emerge un'Italia divisa alla meta dei diritti sanitari. Tra le priorità: combattere le disuguaglianze

di Barbara Gobbi


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5' di lettura

Il federalismo sanitario così com'è stato realizzato fino a oggi produce frutti amari: dall'aspettativa di vita che vede le Regioni del Sud collocarsi al di sotto della media nazionale con 81,9 anni a fronte di 82,7, fino ai Livelli essenziali di assistenza (Lea) garantiti secondo i nuovi standard soltanto in nove realtà: Piemonte, Lombardia, Trento, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche.

E se sul fronte vaccini “giungla” è la parola d'ordine - con l'anagrafe informatizzata realizzata a metà, assente nel 34% quando si guarda alle profilassi per adulti e anziani e accessibile soltanto al 14% dei medici di medicina generale - le liste d'attesa mettono tristemente d'accordo tutto il Paese: più di un cittadino su due denuncia difficoltà di accesso alle prestazioni.

Il “j'accuse” su un'Italia divisa alla meta dei diritti sanitari arriva dal VII report dell'Osservatorio civico sul federalismo in Sanità di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato, presentato a Roma.

«L'esigenza di combattere le disuguaglianze - avvisa la vice-segretaria nazionale Anna Lisa Mandorino - è la priorità assoluta. Con l'eliminazione del superticket si compie un primo passo importante ma occorre far fronte alle disparità nell'esigibilità dei Lea con cui i cittadini devono fare i conti. Per questo chiediamo che siano pienamente attuati e con la partecipazione delle organizzazioni civiche il Piano nazionale cronicità, ancora assente in Basilicata, Campania, Sicilia e Sardegna, e il nuovo Piano sulle liste d'attesa».

Allerta anche sulle proposte di autonomia differenziata: «Per mitigarne i possibili effetti perversi - avvisa ancora Mandorino - rilanciamo la campagna #diffondilasalute che mira a integrare l'articolo 117 della Costituzione rafforzando nella parte relativa alle materie di legislazione concorrente la centralità della tutela del diritto alla salute».

La giungla delle liste d'attesa
Più di un cittadino su due tra quelli che si rivolgono al servizio di consulenza e informazione PiT Salute di Cittadinanzattiva denuncia difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie per via delle liste di attesa.

Ancora poco trasparente la pubblicazione dei tempi di attesa sui portali delle Regioni: la Calabria non fornisce alcuna informazione; Campania, Sicilia ed Umbria rimandano ai siti web delle aziende sanitarie, senza fornire dati aggregati e comparabili; Abruzzo, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Veneto e P.A. di Trento rendono disponibile solo l'archivio storico e la frequenza di aggiornamento dei dati è estremamente variabile; le rimanenti 9 regioni – Basilicata, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Piemonte, Toscana, Valle D'Aosta e P.A. di Bolzano – dispongono invece di portali interattivi.

Per un intervento per tumore al polmone si aspettano circa 13 giorni in Basilicata, oltre 46 nelle Marche. Per un intervento di tumore alla mammella i tempi migliori si registrano in P.A Bolzano e in Calabria (18 giorni) mentre i tempi più lunghi sono in Sardegna (40,6). Per il tumore all'utero i tempi d'attesa variano tra i 16,2 giorni nella P.A di Bolzano e i 37,5 della Toscana. Per il tumore al colon retto, si va dai 14,4 giorni di attesa per l'intervento in Puglia ai 38,5 della Sardegna. Per il tumore alla prostata, la variabilità è ancora più marcata: dai 13,8 giorni di attesa in Molise agli 85,5 dell'Abruzzo.

Drammatica la forbice tra tempi nel Ssn “puro” e in intramoenia: in Sicilia per una colonscopia si attendono 157 giorni nel pubblico e 13 in intramuraria; in Liguria per una visita oculistica si va dai 58 giorni del canale pubblico agli 8 del canale intramurario; in Emilia Romagna per una gastroscopia si va dai 45 giorni nel pubblico ai 6 giorni in intramoenia.


Il puzzle delle coperture vaccinali.
La Sicilia - denunciano da Cittadinanzattiva - è indietro sul morbillo; la Sardegna, la Valle D'Aosta e P.A. di Bolzano su antinfluenzale.

Quanto all'Anagrafe informatizzata, su 16 Regioni analizzate tutte ne sono dotate per i vaccini in età pediatrica, ma solo in poco più della metà dei casi copre l'intero territorio regionale. Nel 34% dei casi manca invece un'anagrafe informatizzata per le fasce di età adulto/anziano. E solo nel 14% dei casi i medici di medicina generale vi hanno accesso.

Malgrado gli incrementi generalizzati nelle percentuali di bambini che sono stati sottoposti alle vaccinazioni obbligatorie, l'immunità di gregge (95% di copertura secondo gli standard Oms), è stata raggiunta soltanto da Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Piemonte, Sardegna, Toscana e Umbria.

Tutte le altre Regioni sono al di sotto di questa percentuale, con punte negative nel Friuli Venezia Giulia (90,2%) e provincia autonoma di Bolzano (84,7%). Per il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia (Mpr), soltanto il Lazio supera la soglia stabilita del 95%. Molto indietro la Sicilia che non arriva al 91%.

Rispetto al 2017, nel 2018 cresce di molto la copertura contro la varicella che passa dal 45,6% al 74,2%. Basilicata e Puglia vanno oltre il 91%, segue Veneto (89,6%) e Toscana (89,1%). Le regioni con meno copertura sono la Valle d'Aosta (37,9%), l'Umbria (42,9%) e il Piemonte (47,4%). Nel 2017 calano invece, rispetto al 2016, le coperture Hpv che arrivano al 64,3% per la prima dose (rispetto al 65% del 2016) e al 49,9% per il ciclo completo (53,1% nel 2016).

I punteggi migliori si registrano in Umbria, Emilia Romagna e Molise, i peggiori in Sicilia, Calabria e provincia autonoma di Bolzano. Infine, la copertura vaccinale antinfluenzale è ancora ovunque al di sotto della soglia raccomandata del 75%: le più virtuose sono Umbria, Calabria e Molise che superano il 60%; le meno virtuose P.A. di Bolzano (35,3%), Sardegna e Valle D'Aosta al 44%.

Screening oncologici? Non per tutti

Sono cinque le Regioni al di sotto dello score (pari a 9) che definisce l'adempienza rispetto ai Lea sull'adesione agli screening oncologici: Calabria (2), Campania e Sicilia (3), Puglia (4) e Sardegna (5). Migliorano Lazio, Molise, Puglia, P.A. di Trento. L'Umbria invece con due punti di score in meno registra un peggioramento, pur rimanendo nell'ambito di un punteggio adeguato.

L'adesione allo screening mammografico è più alto al Nord (83%), segue il Centro (79%), Sud ed Isole indietro (59%). Significative le differenze a livello regionale: in Campania aderisce appena il 48% delle donne, nella P.A. di Trento l'89%. Per lo screening cervicale, si sottopone a quelli previsti dai programmi organizzati il 45% delle donne, mentre a quelli fuori programma il 34%. Significative anche qui le differenze regionali: per gli screening organizzati l'adesione in Calabria raggiunge il 60%, in Emilia Romagna si arriva al 90%.

La copertura per la diagnosi precoce dei tumori colorettali mostra una marcata differenza regionale e di area: si va dal 25% di adesione nel Sud, al 48% nel Centro e al 65% al Nord. Agli estremi la Puglia con il 12% e la P.A. di Trento con il 73%.


Farmaci: al Sud non decollano gli equivalenti
Cresce il consumo di farmaci equivalenti nella Provincia Autonoma di Trento, in Lombardia e in Emilia Romagna (la spesa sul totale di quella farmaceutica è rispettivamente pari al 42,7%, 38,9% e 36,6%); il consumo cresce, fra 2017 e 2018, anche nelle regioni del Sud che tuttavia resta ancora l'area con il minor utilizzo di farmaci equivalenti: la Calabria passa dal 15,8% al 19,8%, la Basilicata dal 16,6% al 20,1%, la Campania dal 17% al 21,3%.

La maggior spesa per i farmaci innovativi nell'anno 2018 si registra in Lombardia (251,3 milioni di euro), Campania (169,6 milioni di euro) e Lazio (169,3 milioni di euro). A livello di consumo di farmaci innovativi, in testa invece Campania, seguita da Lombardia e Lazio. Lombardia e Campania sempre in testa per la spesa per farmaci innovativi oncologici e non oncologici, mentre Molise e Basilicata sono le regioni che spendono meno in entrambe le categorie.

Resta inutilizzata parte dei fondi destinati all'acquisto di innovativi non oncologici, si tratta di 151,2 mln di euro sui 500 mln stanziati; per gli innovativi oncologici invece nel 2018 sono stati spesi 113,8 mln di euro in più rispetto ai 500 mln stanziati.

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