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Listini in attesa delle mosse delle banche centrali

di Marzia Redaelli

3' di lettura

I bombardamenti americani in Siria non hanno stravolto i mercati finanziari. L'indice Msci delle Borse asiatiche, le prima a testare la tensione per questioni di fuso orario, è sceso meno di mezzo punto percentuale, e solo Mosca ha accusato il colpo (-2,8% l'indice Rts in dollari) quale controparte politica degli Stati Uniti nell'area mediorientale. Tokyo ha addirittura virato in positivo dopo qualche giorno sottotono, grazie al rimbalzo del biglietto verde che si è irrobustito contro lo yen a favore degli esportatori nipponici.

Più di Trump, in realtà, poterono le banche centrali, che durante la settimana hanno condizionato l'andamento dei listini. La Federal Reserve ha infastidito gli investitori con l'intenzione di ridurre gradualmente la liquidità immessa nel sistema, mentre la Banca Centrale Europea - o meglio il Presidente Draghi determinato a difendere una linea espansiva – li ha confortati con la conferma della politica accomodante che apporti linfa all'economia.

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La riduzione del bilancio della Fed (più che quadruplicato in 8 anni da meno di 1.000 miliardi di dollari a 4.500 miliardi) era da mettere in conto; ma la preoccupazione che Wall Street deragli in corsa a una velocità eccessiva, trapelata nei verbali dell'ultimo comitato dei banchieri Usa, ha generato nervosismo. Qualche presa di profitto è fisiologica dopo anni di corsa e sono stati i titoli tecnologici del Nasdaq, gli ultimi ad aggiornare il massimo storico, a flettere un po' di più, mentre le 30 società blasonate del Dow Jones Industrial e le 500 diversificate incluse nell'S&P hanno oscillato intorno alla parità. Le valutazioni secondo i parametri fondamentali (su tutti il rapporto prezzo/utili) sono elevate, e le attese sui profitti dipendono dalle incertezze globali, ma anche dalle promesse di Trump, che però ritiene la crescita globale un gioco a somma zero da vincere in casa con il protezionismo. La volatilità è bassa e lascia margini di tranquillità, ma nell'attesa di capire dove spostare i capitali a fini redditizi, il denaro fluisce sull'oro, inerpicato oltre i 1.260 dollari, e sulle obbligazioni. I titoli di Stato di Washington non prezzano un piano restrittivo degno di una ulteriore accelerazione del ciclo; anzi, nelle ultime sedute la cautela ha fatto salire le quotazioni e schiacciato i rendimenti, tornati al livello pre-Trump; il Treasury biennale all'1,25% sconta appena un rialzo dei tassi di interesse entro dicembre, contro i due/tre in agenda. Ieri, la rilevazione sui nuovi posti di lavoro sotto le stime, ma con l'occupazione a pieno regime - almeno nelle statistiche basate su chi l'impiego lo cerca - non ha creato pressioni. E pure le previsioni delle imprese Usa hanno sancito una situazione nota, con l'attività in espansione, però a un ritmo minore.

In Europa, invece, le smentite di Mario Draghi a una riduzione degli stimoli monetari prima di fine anno, caldeggiato dai membri più rigorosi della Bce, hanno ridato fiato ai parterre, che tuttavia non sono riusciti a sganciarsi del tutto dagli umori d'Oltreoceano. Gli ultimi dati macro dell'Eurozona non sono sufficienti, perché testimoniano una ripresa da rinsaldare: l'attività aziendale segnalata dagli indicatori Pmi è in zona sviluppo, ma rallenta, e l'inflazione è scivolata con la stabilizzazione del prezzo del greggio e necessità della spinta dei salari per muoversi più stabilmente verso la soglia obiettivo del 2%. E anche sulle obbligazioni del Vecchio Continente, spinte dalla prudenza generalizzata, pesano le questioni interne: il fardello dei conti pubblici, com'è il caso dell'Italia, o le battaglie contro l'emergere dei partiti nazionalisti, come in Francia, dove si avvicinano le elezioni presidenziali. Gli acquisti hanno schiacciato il rendimento del Bund decennale poco sopra lo 0,25%, a scapito delle emissioni dei Paesi meno virtuosi dell'Unione Europea, che hanno ampliato il premio pagato a chi li compra. Non solo il Btp italiano, ma soprattutto l'Oat francese a due anni, il cui differenziale sul Bund ha toccato il picco degli ultimi 5 anni, che tuttavia non raggiunge nemmeno lo 0,5%.

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