sbagliando si impara

«Live communication»? Le relazioni umane restano il fulcro del mondo

Probabilmente le interazioni tra persone funzionano perché i Sapiens hanno scoperto il pettegolezzo 70mila anni fa. Ma, se così non fosse, non saremmo comunque troppo lontani. Basta saperlo e farsene una ragione

di Piero Pavanini *


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(EPA)

5' di lettura

Come tutti i settori della comunicazione, anche il mondo degli eventi negli ultimi anni è stato oggetto di trasformazioni e cambiamenti. È un mercato che si evolve sulla spinta delle innovazioni tecnologiche, della cultura, del costume, ed è soggetto a mode come tutto quello che intermedia e agisce nel rapporto fra gli esseri umani e la loro necessità di comunicare. Gli ultimi anni hanno visto mode che hanno portato agli eventi green, altre la presenza strabordante di personaggi dello sport come testimonial motivazionali, poi si è passati ad attori e registi, e ancora scrittori ed esperti di storytelling e così via.

Per un certo periodo si è parlato con insistenza di eventi ibridi. Inizialmente non si capiva bene di cosa si trattasse, per la verità non è che lo sapessero anche i cosiddetti esperti. Sull’onda di una spinta evolutiva non si bene a quale titolo, si è cercato di ibridare qualcosa che non è ibridabile. Il desiderio compulsivo era di inserire la tecnologia e i social negli eventi con l’obiettivo che diventassero più efficaci e dinamici, senza considerare il fatto che un evento è qualcosa che vive “live” e quindi qualsiasi cosa vi si voglia aggiungere non ne cambia o migliora la natura.

Alla fine, si è trattato di inserire nelle fasi di preparazione e follow up degli eventi l’ingaggio delle persone, la richiesta di informazioni sui contenuti, qualche sollecitazione a interagire, informazioni logistiche, ed è finita lì. L'evento è rimasto quello che era: un incontro fra persone intorno ad un «tema - soggetto - obiettivo».

Ma perché oggi gli eventi stanno riscuotendo tanto successo, sono di moda e funzionano al punto da aver assunto una loro dignità, al pari di altri strumenti di comunicazione più tradizionali? Perché l’uomo è un animale sociale, usa i social, scrive le e-mail, ma alla fine vuole incontrarsi e parlare. Meglio (o non solo) se di argomenti leggeri e pettegolezzi. Questa osservazione sembra una banalità, eppure pochi sanno che è alla base di molte teorie evolutive e forse la chiave del successo dell’Homo Sapiens rispetto alle altre specie umane, Neanderthal, Homo Erectus e molte altre che convivevano sulla terra migliaia di anni fa.

Yuval Noah Harari, professore di Storia all’Università di Oxford e alla Hebrew University di Gerusalemme, ha scritto diversi libri di grande successo, tradotti in oltre 30 lingue. Nel suo interessantissimo saggio «Sapiens - Da animali a dei», racconta di come una delle teorie più accreditate, anche in ambito scientifico, sia quella secondo la quale i Sapiens hanno dominato e dominano grazie alla loro attitudine alla chiacchiera.

Testualmente: «...La teoria conviene sul fatto che il nostro linguaggio, unico nel suo genere, si sia sviluppato come mezzo per condividere le informazioni sul mondo. E sostiene che le informazioni più importanti che occorreva trasmettere riguardassero gli umani e non i leoni (pericoli) o i bisonti (cibo). Il nostro linguaggio si sarebbe evoluto come modo per fare pettegolezzi. Homo Sapiens è un animale sociale, e la cooperazione sociale è la chiave per la sopravvivenza e la riproduzione. Agli individui, uomini o donne che siano, non basta sapere dove sono i leoni e i bisonti: molto più importante è sapere, riguardo al proprio gruppo, chi odia chi, chi dorme con chi, chi è onesto e chi è imbroglione».

E ancora: «Le abilità linguistiche che i Sapiens acquisirono circa 70mila anni fa consentirono loro di chiacchierare per ore senza interruzione. Il fatto di avere informazioni attendibili riguardo gli individui di cui ci si poteva fidare diede loro l’opportunità di ampliare i ranghi del gruppo così da poter sviluppare più stretti e sofisticati livelli di cooperazione». È straordinario come questa teoria possa essere collegata a moltissime delle modalità di comunicazione degli esseri umani (Sapiens), da quella digitale, al giornalismo alle pubbliche relazioni, alla comunicazione politica ecc.

A volte il pettegolezzo influenza la politica anche a livelli alti: non dimentichiamo di quanti candidati a importanti cariche pubbliche sono stati eliminati o hanno perso le loro chance di essere eletti a causa di un pettegolezzo sulla ex fidanzata del liceo o perché pagavano in nero le donne delle pulizie. Inutile negarlo: il pettegolezzo è una delle motivazioni delle relazioni fra le persone e fattore di successo o fallimento di iniziative di comunicazione.

Gli eventi sono una di queste: adesso è di moda chiamarli «live communication», ed è corretto; l’evento non è altro che comunicazione dal vivo, e se pure la parola evento deriva dal latino “eventus” che significa venir fuori - accadere, alla fine è un modo per le persone di incontrarsi, vedere le espressioni degli amici e colleghi, avere l’occasione di parlare (o sparlare) di qualcuno, del capo o del collega della nuova filiale.

Senza banalizzare, possiamo dire che l’attitudine al pettegolezzo aiuta ad accrescere la partecipazione alla «live communication», il cui obiettivo finale (non va dimenticato) è veicolare contenuti seri: tecnici, motivazionali, formativi, progettuali ecc... Proprio per questo non può essere snaturata; l’inserimento di elementi accessori, il susseguirsi delle mode, la proposta di elementi innovativi - tecnologici è solo un modo di dare una mano di vernice ad una macchina robusta e solida, il cui motore funziona benissimo.

E funzionerà sempre e sempre di più, in quanto le persone, sepolte da enormi moli di informazioni spesso irrilevanti, imprigionate dalle gabbie imposte dagli algoritmi, sempre più andranno alla ricerca del rapporto umano, e di questo bisognerà tenere conto perché non vale solo per la «live communication», ma vale e varrà in tutti i contesti in cui si sviluppano le relazioni fra le persone.

Un segnale interessante di questi ultimi mesi è la riscoperta - rivalutazione da parte del pubblico delle piccole attività commerciali di quartiere a discapito degli acquisti online o dei grandi centri commerciali di periferia. Non significa che questa tendenza possa invertire trend globali che orientano verso l’e-commerce, ma se non altro non determinerà la scomparsa di migliaia di piccole attività commerciali a gestione familiare che hanno anche il risultato sociale di animare le comunità e diventare dei piccoli punti di riferimento, specialmente nelle grandi città dove nei quartieri vige la logica del quartiere–paese.

E cosa fanno le persone quando entrano in un negozio dove conoscono il titolare o gli altri clienti? Chiacchierano, poi (anche) fanno acquisti. Questa logica va tenuta in considerazione perché vale per i rapporti di amicizia, così come per i comportamenti di acquisto, gli stili di leadership, le tecniche di management e i processi organizzativi delle aziende.

Non vorremmo giungere alla conclusione che le relazioni umane funzionano perché i Sapiens hanno scoperto il pettegolezzo 70mila anni fa, ma se così non fosse, non saremmo comunque troppo lontani. Basta saperlo e farsene una ragione.

* Partner di Newton S.p.A.

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