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Livia Pomodoro: «So che cos’è il male, ma credo nel potere di redenzione della bellezza»

Dopo una vita passata al servizio dello Stato, l’ex presidente del Tribunale per i minori di Milano ora siede nel cda di Intesa (e si occupa ancora di soggetti fragili)

di Paolo Bricco

 Livia Pomodoro è stata capo di gabinetto del ministro di Grazia e Giustizia e presidente del Tribunale dei minori di Milano dal 2007 al 2015, prima donna a ricoprire questo ruolo. Dirige il Teatro No'hma Teresa Pomodoro ed è presidente dell'Accademia di Belle arti di Brera.

6' di lettura

«Vivevamo a Molfetta. Mio padre Vito, don Vito, era farmacista. Farmacista galenico. Preparava lui i medicinali. Mia madre Rosaria, donna Rosaria, era casalinga. Io volevo fare medicina. Mio padre mi dissuase perché non tolleravo la vista nemmeno di una goccia di sangue. Dopo la maturità classica a Molfetta mi iscrissi a fisica, per fare dispetto a lui. Ma, dopo due esami superati bene, scelsi di passare a giurisprudenza. Bari era nella prima orbita culturale e accademica di Napoli, che ha sempre avuto una grande scuola giuridica.

Dalla laurea a Milano

Mi laureai con Francesco Capotorti con una tesi sulla responsabilità civile nel diritto internazionale. Subito ottenni una borsa per l’ufficio di Ginevra delle Nazioni Unite. Intanto, nel 1963 ci fu il primo concorso per l’ammissione delle prime donne in magistratura. Fummo promosse in sei. Nel 1966 arrivai a Milano. All’inizio una contessa amica di famiglia mi ospitò in corso Ventidue Marzo. Presto mi raggiunsero dalla Puglia mia madre e mia sorella gemella Teresa, che dopo gli studi in archeologia classica faceva la preside e che in questa città avrebbe conosciuto, amato e sviluppato la sua passione per il teatro. Mio padre era morto da poco. Prendemmo casa noi tre».

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Il Nord e il Sud

Poche persone come Livia Pomodoro racchiudono i tanti mondi che segnano il carattere e la storia, il presente e il futuro del nostro Paese: il Nord e il Sud, le radici e il mondo, la ragione e il dolore, i giovani e i vecchi, la tragedia e la bellezza. Siamo nella sala da pranzo della sua casa, nel quartiere Città Studi. «Sono venuta qui nel 2009, l’anno dopo la morte di mia sorella Teresa. Volevo una casa senza ricordi, dove costruire la mia nuova quotidianità. Con un giardino. Io sono sempre stata una gattofila: i miei gatti si chiamavano Santippe e Socrate. Teresa invece amava i cani. Ne avevamo presi due, della razza borbonese dei Pirenei, anche loro gemelli: Fiore e Pesco. Il giardino serviva soprattutto a loro. Ad agosto è morto Fiore, l’ultimo dei due. Da allora sento qualche volta una solitudine molto brutta», dice con delicatezza.

La sala da pranzo è piena di luce. Lei ha uno scialle verde molto semplice ed elegante, occhiali verdi, capelli bianchi perfettamente ravviati, occhi marroni fulminanti, una espressione severamente ironica e nascostamente divertita, il distacco di chi ha pratica di mondo e allo stesso tempo non ha ancora saziato la sua curiosità e la sua umanità, il divertimento anche feroce per chi scambia la sua educazione per disponibilità e la sua disponibilità per debolezza.

Famiglia di artisti e magistrati

Pomodoro è una dei simboli di Milano: è stata prima l’amatissima presidente del Tribunale per i Minorenni e poi la presidente del Tribunale, ora è nel consiglio di amministrazione di Banca Intesa ed è referente diocesano per la tutela dei soggetti fragili («si tratta dei minorenni e degli ecclesiastici, spesso gli ecclesiastici sono più fragili dei minorenni»). Ed è una donna del Sud, di quel Sud in cui il rispetto per la cultura e la tradizione del diritto sono elementi fondamentali del senso delle cose: «La mia famiglia era composta in prevalenza da artisti e da magistrati. Matteo, cugino primo di mio padre, era procuratore generale della Corte di Cassazione».

Da Falcone a Mani Pulite

Mangiamo come antipasto dei crostini caldi con pâté di selvaggina e di fegato d’oca. Buonissimi. Il vino è un rosso marchigiano. Nella sua vita coesistono, appunto, tanti mondi. Ha operato a Roma come capo di gabinetto del ministro della Giustizia con Claudio Martelli nel settimo governo di Giulio Andreotti, nel tempo del buio delle stragi di Cosa Nostra («della morte di Giovanni Falcone e della morte di Paolo Borsellino preferisco non parlare»), e con Giovanni Conso nel primo governo di Giuliano Amato, mentre ogni giorno l’inchiesta di Mani Pulite della procura di Milano disarticolava una già senescente e sfarinata Prima Repubblica: «C’erano tensioni, incomprensioni e lacerazioni continue fra Milano e Roma».

Si è tante volte mossa con agio all’estero: «L’Angola vent’anni fa era un Paese distrutto dalle guerre civili, dove i bambini e gli adolescenti devianti venivano rinchiusi in carceri peggiori di quelle per gli adulti. Convinsi l’Onu a prendere come modello il nostro tribunale per i minorenni. Nel 2003 iniziammo una collaborazione fra Milano e Luanda, con i magistrati onorari italiani che andavano nella capitale dell’Angola e con i loro giudici che venivano a stare qui da noi per lunghi periodi».

In tavola vengono portati degli agnolotti di carne con pomodoro fresco strepitosi, una bella sorpresa a Milano dove di solito nessuno li sa fare e cucinare. Tutti e due li affoghiamo nel formaggio. In lei colpiscono due elementi. Il primo è la severità che non è durezza ma ritegno e dignitas in senso latino. Il secondo è la capacità di raccontare se stessa, le sue esperienze e il suo vissuto interiore con un’abilità di contestualizzazione generale e di analisi culturale che, di solito, manca a chi ha vissuto da protagonista frammenti della storia. Con lei, la petite histoire da vita individuale si fa racconto corale.

Giovanni e Francesca

Nel 1991 Giovanni Falcone diventa direttore della sezione Affari penali del ministero di Grazia e Giustizia. Lei è appunto capo di gabinetto del ministro Martelli. Racconta quei giorni con malinconia: «Quando tornavo a Roma, prima di me salivano a casa sempre i dodici uomini della scorta. A piedi, per le scale. Entravano. Controllavano. Verificavano l’ascensore. Io andavo su, ringraziavo e salutavo. Per ragioni di sicurezza, avrei dovuto rimanere tranquilla a casa. A quel punto, però, capitava che Giovanni mi telefonasse. Mi chiedeva se fosse tutto a posto e se loro, i ragazzi della scorta, fossero andati via. Io dicevo di sì. Scendevo. E raggiungevo lui e sua moglie, Francesca Morvillo, per andare a cenare o per andare ad ascoltare un concerto jazz. Di Giovanni ero amica. Con Francesca avevo una grande intesa. Ci accomunavano tante cose. Lei era una giudice minorile di grande intelligenza e umanità. Erano belle serate. La mia casa era dietro a Piazza Navona. Vicino all’hotel Raphael, dove abitava Bettino Craxi. Per questo la zona era piena di addetti alla sicurezza e di uomini dei servizi. Dopo un poco venne a trovarmi l’allora capo della polizia Vincenzo Parisi, informato da qualcuno di quelle mie piccole fughe alla ricerca di compagnia e normalità. Era arrabbiato. Mi disse che ero irresponsabile perché, con la mia imprudenza, mettevo in pericolo me e gli altri».

Arriva in tavola un arrosto con patate e cardoncelli («la Puglia mi insegue anche nei piatti», sorride). L’ombra della memoria di quelle serate romane si dissolve nella chiarezza dell’analisi delle tragedie italiane che, a quei momenti, sono connesse: «Non credo nell’eccezionalismo italiano. Non credo nella retorica della predestinazione negativa né della specificità atavica italiana. Ogni Paese ha complessità storiche. Ogni uomo e ogni donna sperimentano la difficoltà del vivere. In ogni comunità si formano organizzazioni criminali i cui codici sono permeati dalla banalità del male. In tutto il mondo altri reagiscono alle stesse condizioni perseguendo la bellezza, l’amore, l’umanità. Non esiste, in questo, una irreversibilità italiana. Io so che cosa sono la paura e il rischio. Ma so che la soluzione è sempre nella ragione e nella organizzazione».

La passione per il teatro

Nella contraddizione fra il potere e la responsabilità, fra l’orrore e la bellezza, fra il male e il bene in questa fase della vita Pomodoro è molto concentrata sulle attività del Teatro No’hma creato dalla sorella gemella Teresa, a cui adesso è intitolato, in un vecchio sito industriale nel quartiere di Lambrate. No’hma è uno di quei luoghi che rende Milano vicina a Berlino e a Londra, a New York e a Parigi, grazie a una estetica, una funzionalità e un programma culturale di respiro internazionale. «Mia sorella mi prendeva spesso in giro citando “Le Vespe”, la commedia sulla giustizia e sui processi di Aristofane. Lei ha portato il teatro in carcere a San Vittore e a Opera. Penso che il processo sia una rappresentazione. Da quando lei è mancata mi sono impegnata anima e corpo in questo teatro. So che cosa è il male. Ma credo nel potere di redenzione della bellezza. E credo nell’idea di teatro di comunità a cui ha lavorato tutta la vita Teresa. L’accesso agli spettacoli è gratuito: la cultura è per tutti, dai banchieri ai senzatetto. Nessuno escluso. Sia nella fruizione. Sia nella proposta di pensiero. Non a caso la stagione teatrale di quest’anno si intitola Tutti insieme possiamo ed è un progetto teatrale e logico, estetico e umano per un mondo comunitario positivo».

In tavola arrivano zeppole alla crema, chiacchiere di carnevale, strudel di mele e caffè preparato con la moka. E, prima di salutarci, osservando il profilo severamente simpatico e affettuosamente solido di questa donna italiana, mi viene in mente il refrain ripetuto più volte da Balzac nella Commedia Umana: «Nelle grandi crisi, il cuore si spezza o diventa più forte». Nel caso di Livia Pomodoro – figlia di Vito e Rosaria, sorella di Teresa, amica di Giovanni e Francesca – è diventato più forte.

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