Arte

Lo scatto di Greta Garbo

di Laura Leonelli


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«Greta Garbo» (1931), per gentile concessione della John Kobal Foundation

5' di lettura

Distesa su uno degli infiniti letti che hanno scaldato la sua filmografia, Greta Garbo aveva chiesto il massimo che si può chiedere a un amante focoso quanto pio, spegnere la fiammella sotto la sacra immagine della Madonna di Kazan, l’icona più potente di tutta la Russia. «Non mi chiedere questo», l’aveva pregata Ramón Navarro, temendo la vendetta della madre di Dio e le ire di quell’altra madre, terrena, la sua, devotissima al culto della Vergine. Alla Divina, non in cielo ma sul grande schermo, era bastato alzarsi dal letto. Un attimo e il viso, illuminato dalla potenza creatrice di un proiettore, era entrato in ombra, un’eclissi che annunciava la fine della passione. Un attimo ancora e Navarro soffiava sul lume, sussurrando perdono. Il preambolo, come il trailer di Mata Hari di cui Garbo e Navarro erano i protagonisti, annuncia la mostra Hollywood Icons . C’era una volta in America, curata da Simon Crocker e aperta al Palazzo delle Esposizioni di Roma, occasione formidabile per immergersi nei capolavori della collezione di John Kobal e ritrovarsi accanto non solo alle dive, mai a quei fotografi, dimenticati persino dalla Mecca del cinema fino agli anni ’70, che di quella luce sono stati i demiurghi.

A riscoprirli con immenso amore era stato un uomo, splendido, spinto da una madre che a differenza di quella di Navarro preferiva al culto delle potenze celesti l’adorazione delle stelle del cinema. Nato in Austria nel 1940, un anno prima dell’uscita di scena della Garbo, e trasferitosi in Canada dieci anni dopo, John Kobal aveva collezionato memorabilia fin da bambino, quando un giorno, il 25 ottobre 1960, Marlene Dietrich in tournée a Toronto gli era apparsa di fronte. E la diva, sedotta da quel giovane ammiratore, dai rimandi precisi a ogni suo film e di ogni film a ogni inquadratura, lo avevo ammesso in albergo per un’interminabile intervista. La prima di una serie di incontri che portano John a New York, giornalista della BBC.

La trasmissione Movie go round apre molte porte e i cassetti si riempiono di nuove fotografie, tanto che nel 1965 Raymond Durgnat, autore della storica biografia della Garbo, chiede a Kobal una consulenza per le immagini e il suo aiuto è così decisivo da meritare il nome in copertina. Ancora qualche anno e dagli archivi della Metro Goldwin Mayer giunge la telefonata di un amico. Stanno svuotando i magazzini, e mentre gli abiti più famosi vanno all’asta i ritratti in studio realizzati tra gli anni ’20 e i ’50, intere casse di lastre 20x25cm, stanno per essere buttati via. Volo a Culver City e come il fedele giunto al tempio, Kobal bacia e salva quelle immagini fragilissime, reliquie dell’epoca d’oro di Hollywood. Grazie a un rosario di indirizzi che da Tallullah Bankhead lo porta a George Cukor e a Katharine Hepburn, John entra nel cuore di Los Angeles e di nuovo per caso, intervistando Mae West sul set di Myra Breckinridge, incontra il fotografo che gli rivela i segreti della creazione, non dell’universo ma di quel piccolo universo che è il corpo di una diva. Si chiama George Hurrell ed è lui, ancora in attività negli anni ’70, a presentare al giovane studioso i vecchi colleghi ormai in pensione, da Ted Allan a László Willinger, fino a Clarence Sinclair Bull, il sommo sacerdote, l’uomo – come titola un volume curato da Kobal – «che fotografò la Garbo».

A Bull Kobal chiede il miracolo della reincarnazione e offrendogli i negativi salvati dal macero lo implora di riportare in vita la Divina e il suo «viso di neve e di solitudine», come lo aveva definitivo Roland Barthes in Miti d’oggi. Incredulo, Sinclair raccoglie l’invito e a ogni stampa in camera oscura il grande fotografo, nato nel 1896 a Sun River tra i cowboy del Montana, a ventiquattro anni a Hollywood e in breve a capo dello Stills Department della MGM, racconta una delle sue luminose parabole. Per esempio quando nel 1926 fotografò per la prima volta la Garbo, allora ventunenne, scandalosa protagonista di Flesh and the Devil e della prima scena d’amore “orizzontale” della storia del cinema americano. Ai tempi l’ex ragazza di Stoccolma posava ancora per Ruth Harriet Louise, sua coetanea e prima fotografa donna di Hollywood. Ma ben presto i vapori delicati del pittorialismo si rivelarono alieni all’erotismo ardente della star, e nel 1929 per il lancio di The Kiss Meyer preferì affidare la sua creatura a Clarence Sinclair Bull: «Quel pomeriggio in cui la Garbo mi disse che si sarebbe fatta ritrarre solo da me, precisando che avrebbe posato un giorno per ogni film, dalle 9 alle 17, non un minuto di più, ebbi quasi la convinzione di essere un vero fotografo». L’immagine che sancisce l’unione tra Mrs Garbo e Mr Bull – «non ci siamo mai dati del tu» - è il volto lunare dell’attrice che emerge dall’oscurità, come se gli spettatori guardando quella stessa fotografia scelta per la locandina del film percepissero gli elementi primari del cinema e di ogni fede, la luce che attraversa le tenebre e giunge a salvarci.

Nel 1931, interpretando il fascino di Mata Hari, Bull si spinse oltre nel processo di divinizzazione e fotografò la Garbo, i capelli indietro, la mano alla tempia e gli occhi bassi, concentrati su una misteriosa luce interna, quasi una stanza segreta a cui nessun credente avrebbe mai potuto accedere. Per Cecil Beaton, che pure la fotografò e nei si dice del cinema avrebbe avuto una storia d’amore con lei, non esisteva altra immagine che questa. Ma a quel punto avvenne lo scisma e sempre nel 1931, Bull ricevette dalla MGM l’incarico di lanciare Marlene Dietrich nelle vesti della “nuova Garbo”. Il fotografo rifiutò, salvo poi ricevere l’attrice tedesca per un ritratto privato. «Quando le mostrai le immagini – ricordava Clarence – la Dietrich mi regalò uno dei suoi sorrisi enigmatici e mi disse: lei è più bravo di quello che immaginavo. E io le risposi: e lei non è la Garbo». L’unicità di ogni diva era salva. E così la fedeltà. Per ringraziarlo la Garbo continuò la collaborazione fino al suo ultimo film, Two-Faced Woman, clamoroso insuccesso di George Cukor. Forse era l’occasione che la diva aspettava da tempo, lei che non aveva permesso a nessuno di oltrepassare la soglia della sua vita privata – due interviste in tutta la sua carriera - lei che in una battuta di Grand Hotel aveva detto: «I want to be alone». A Bull, che aveva realizzato più di quattromila ritratti, affidò il messaggio per i fedeli, e quando il fotografo sulla porta dello studio, rendendosi conto di quel terribile addio, chiese un ultimo scatto, la Garbo accettò e si offrì all’obiettivo come mai prima di allora, mostrandosi avvolta nel foulard che le scomponeva i capelli e interrompeva l’ovale perfetto. Bull scattò e probabilmente anche lui chiese perdono. Un soffio e aveva spento i riflettori. La Divina si era fatta donna e ci lasciava.

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