VERSO IL NUOVO PARTITO CENTRISTA

Lo «scisma» di Renzi: il Pd e il fantasma del leader

Ormai da parte di Matteo Renzi il dado è tratto: lunedì 16 settembre la telefonata a Conte per preannunciargli la nascita di nuovi gruppi parlamentari con la rassicurazione che il sostegno al governo non verrà meno. Martedì 17 l’annuncio a Repubblica

di Emilia Patta


Renzi fonda un nuovo partito: ecco chi lo segue

4' di lettura

Una telefonata al premier Giuseppe Conte, oltre che ai presidenti delle Camere, per preannunciargli la nascita di nuovi gruppi parlamentari con la rassicurazione che il sostegno al governo non verrà meno e che anzi l'operazione mira ad allargare le basi della maggioranza. Matteo Renzi, come anticipato dal Sole 24 Ore del 14 settembre, ha deciso.

Martedì l’annuncio a Repubblica e in serata la partecipazione televisiva a Porta a Porta.

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Che le scissioni finiscono spesso per portare poca fortuna a chi le fa e per recare danni a chi rimane è nella storia della politica italiana. Ma naturalmente possono sempre esserci delle eccezioni.

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E nel caso di Matteo Renzi il successo o meno dell’operazione che si accinge a compiere - e va ricordato che è la prima scissione a destra nella storia del Pd, dal momento che Scelta civica di Mario Monti nacque in gran parte al di fuori del partito pur finendo per penalizzarlo alle elezioni politiche del 2013 - sarà dato solo da un fattore: se il nuovo partito liberal-democratico e centrista che sta per nascere riuscirà ad allargare il campo del centrosinistra alternativo alla destra sovranista di Matteo Salvini, magari raccogliendo i tanti delusi moderati che non se la sentono di votare per il Pd e che alle ultime elezioni europee sono rimasti a casa (il perimetro dell'astensione è stato del 40% circa), allora sarà stata operazione positiva.

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Se invece il nuovo partito si limiterà a drenare i voti democratici il risultato sarà stato drammatico per tutto il campo anti-sovranista.

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Forse già mercoledì 18 prima della seduta pomeridiana dell’Aula di Montecitorio la formazione di un gruppo autonomo alla Camera (in Senato non è possibile formare gruppi nuovi: lì saranno una decina di senatori a seguire Renzi nel gruppo misto).

Quello dell’ex premier e due volte segretario del Pd, ad ogni modo, non appare come uno “scisma” qualunque: a nostro avviso è la cartina di tornasole, a quasi dodici anni dalla nascita del partito a vocazione maggioritaria, di un problema non risolto del centrosinistra italiano nato dalla fine della guerra fredda e della conseguente conventio ad excludendum nei confronti del Pci: il problema della leadership.

Nella storia del Pd sono stati due i leader realmente a vocazione maggioritaria, che hanno cioè provato ad assumere su di sé la rappresentanza di tutto il campo del centrosinistra senza delegare ad alleati di centro e\o di sinistra: il fondatore Walter Veltroni, l'inventore appunto del partito a vocazione maggioritaria, e lo stesso Renzi. Non a caso solo con loro il Pd ha raggiunto la vetta dei circa 12 milioni di voti (in termini percentuali il 34% di Veltroni alle politiche del 2008 e lo straordinario quasi 41% di Renzi alle europee del 2014).

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Come è noto Veltroni, poco dopo quel successo, fu costretto a dimettersi per la “guerriglia” messa in campo all'interno, soprattutto da Massimo D'Alema. Una guerriglia che, ha poi raccontato il fondatore del Pd, senza il suo passo indietro avrebbe probabilmente provocato una scissione del neonato partito. E dopo il successo di Renzi nel 2014 è scattato lo stesso meccanismo, al netto dei pur tanti errori politici commessi da Renzi stesso: una “guerriglia” interna da parte della sinistra di Pier Luigi Bersani e (ancora) D'Alema che, pur muovendo da ragioni politiche legittime, ha finito per contribuire alla sconfitta nel referendum confermativo sulla riforma costituzionale che avrebbe potuto dare alle istituzioni italiane, con il superamento dell'anomalia del bicameralismo perfetto, un assetto più efficiente e davvero maggioritario.

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La vocazione maggioritaria del Pd, al netto delle polemiche di questi giorni sul possibile ritorno al proporzionale, è morta il 4 dicembre 2016. Non a caso il successore di Renzi Nicola Zingaretti ha vinto le primarie nel marzo 2019 sulla base del presupposto che il segretario non sarebbe stato anche il candidato premier alle elezioni politiche, e non a caso tra le riforme dello statuto che la nuova dirigenza del Pd si accinge a fare campeggia appunto la separazione dei due ruoli: segretario del partito e candidato premier (di una coalizione peraltro ancora tutta da costruire).

A dieci anni dal bel libro di Alessandra Sardoni “Il fantasma del leader” (edito da Marsilio) il centrosinistra e il Pd sono insomma allo stesso punto: non hanno ancora fatto pace con il nodo della leadership: imprescindibile nella moderna contesa politica, tanto più da quando sul suolo italiano ed europeo si sono affacciate leadership spregiudicatamente populiste e xenofobe. E il nodo della leadership prescinde, come il caso tedesco con Angela Merkel insegna, dal sistema elettorale. Al Pd che resta, ossia la maggioranza, anche il compito di affrontare questo nodo non secondario.

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