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Governo, lo scontro sulla Tav antipasto di quello sulla manovra

Il voto sulle mozioni pro o contro la Tav, così come sul decreto sicurezza bis, fanno parte della strategia della Lega nella marcia di avvicinamento alla legge di Bilancio. Il vicepremier Salvini ha già avvertito gli alleati: La Tav «è un’infrastruttura fondamentale» e «un voto del Parlamento contro sarebbe una sfiducia al premier, che ha riconosciuto che costa meno finirla che fermarla»

di Barbara Fiammeri


Tav, sì al tunnel della discordia dopo una discussione lunga 30 anni

3' di lettura

Un avvertimento. Utile ad alzare ulteriormente il clima in vista del voto di mercoledì sulla risoluzione M5s. La Tav «è un’infrastruttura fondamentale» e «un voto del Parlamento contro sarebbe una sfiducia al premier, che ha riconosciuto che costa meno finirla che fermarla». Matteo Salvini lo pronuncia in occasione della visita alla stazione Rogoredo di Milano, dove c’è anche il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Il vicepremier della Lega attacca. Mette sullo stesso piano il via libera al decreto sicurezza e quello sull’Alta velocità. «Due voti su cui non si scappa», dove «non esistono i forse» perché «o ci sono i sì o ci sono i no».

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Toninelli a pochi metri dall’esponente leghista ribatte: «Può minacciare chi vuole» ma la mozione presentata dal Movimento 5 stelle per bloccare la Torino-Lione impegna il Parlamento e non il Governo» che quindi «non cadrà».

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Le quotazioni per una crisi a pochi giorni da Ferragosto sono in ribasso, soprattutto dopo l’ok al decreto sicurezza bis. Lo stesso Salvini in serata evita l’affondo («Oggi è un giorno troppo bello per rovinarlo»). Sulla Tav assisteremo domani a una serie di interventi dai toni accesi e contrapposti ma senza immediate ricadute. A meno che l’opposizione non decida di far esplodere le contraddizioni della maggioranza (ipotesi al momento non presa in considerazione), abbandonando l’Aula al momento del voto. Se così fosse, la crisi sarebbe inevitabile perché passerebbe la mozione anti Tav dei Cinquestelle, che possono contare su una cinquantina di senatori in più rispetto ai 58 del Carroccio. Ma non sarà così. La mozione grillina verrà bocciata grazie all’apporto decisivo dell’opposizione.

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L’ennesima bordata di Salvini non va però sottovalutata. Il leader della Lega, che dopo Milano Marittima da domani terrà comizi sulle spiagge del centro Sud (dal Lazio alla Sicilia), vuole mettere all’angolo il socio di Governo provato dall’inversione dei rapporti di forza imposto dal risultato delle Europee. Lo fa tuonando sulla Tav, raccogliendo il via libera al decreto sicurezza nonostante i mugugni grillini e convocando al Viminale, oggi, le parti sociali, a diciotto ore di distanza dall’incontro di imprese e sindacati a Palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte. «Siamo partiti noi, poi sono arrivati anche gli altri», rivendica Salvini con riferimento al precedente incontro del 15 luglio con le parti sociali nella sede del suo ministero, a cui fece poi seguito la convocazione di Palazzo Chigi del 25 luglio. «Più si ascoltano coloro che fanno la ricchezza di questo Paese - chiosa il vicepremier - e meglio è. Noi ci eravamo impegnati a fare un secondo incontro ad agosto e siamo di parola. Abbiamo invitato di nuovo tutti e tutti hanno risposto, quindi vuol dire che c’è interesse».

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Ma la ricetta che verrà presentata alle parti sociali al Viminale non coincide con quella di Palazzo Chigi e tantomeno con quella portata avanti dal M5S. Molto (se non tutto) dipenderà dalle risorse a disposizione (ci sono da trovare 23 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva). Salvini predilige la strategia d’attacco, con il sottosegretario Claudio Durigon che anticipa la volontà di realizzare il taglio delle tasse in deficit. Prospettiva che né Conte né tantomeno il ministro dell’Economia Giovanni Tria ritengono percorribile. Sarà dunque al rientro delle vacanze estive, a settembre, che la partita sulla sopravvivenza dell’Esecutivo entrerà nel vivo. Salvini si sente forte. Il consenso è in ascesa, i suoi ministri e parlamentari lo pressano per staccare la spina al Governo. Se non lo farà, certamente dovrà ottenere in cambio qualcosa. A partire dal riequilibrio dei rapporti nel Governo. Tradotto: se non ci sarà crisi, ci sarà il rimpasto. E in cima alla lista dei ministri da silurare c’è Danilo Toninelli.

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