IL LIBRO

Lo shock di Sami, espulso dalla scuola

La storia di Sami Modiano raccontata da Walter Veltroni nel libro “Tana libera tutti. Sami Modiano, il bambino che tornò da Auschwitz”, in edicola dal 23 gennaio con Il Sole 24 Ore. Si può acquistare online

di Walter Veltroni

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4' di lettura

I o, Sami, ero molto bravo a scuola. A otto anni sapevo già parlare quattro lingue: il ladino, lo spagnolo, il greco e, ovviamente, l’italiano. Quelli più bravi di me sapevano anche il turco. Vi chiederete cosa sia il ladino. Non è un errore di stampa, non volevo scrivere “latino”. Magari sapessi parlare la lingua degli antichi romani! No, il ladino è una lingua parlata dagli ebrei di origine spagnola che, tanto per cambiare, furono cacciati dalla Penisola iberica e dal Portogallo proprio nell’anno in cui Cristoforo Colombo andava a scoprire l’America. Parliamo del 1492.

Dovete sapere che la mia città era rimasta sotto il dominio ottomano, in sostanza turco, per quattro secoli, un tempo infinito. La comunità ebraica era riuscita a convivere con i musulmani e con i cristiano-ortodossi, sotto l’Impero ottomano. Poi, all’inizio del Novecento, al termine della guerra tra Turchia e Italia, era stata definita territorio italiano. Una vera stranezza per un’isola che si trovava nel mar Egeo, a un passo dalla Grecia. Comunque, nel giro di qualche anno, Rodi era persino diventata una provincia, come Latina o Sondrio, e aveva la sua targa, RD, per le poche auto che erano state immatricolate. Da quando erano arrivati gli italiani, le cose erano molto cambiate.

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L’Italia per noi all’inizio significò modernizzazione, apertura all’Occidente. Eravamo contenti. Furono fatte le strade, diffuse l’energia elettrica e l’acqua. Insomma la città dei fiori, in quegli anni, fiorì. Io mi sentivo pienamente italiano, molti amici di mio padre lo erano; gli uffici, i giornali, le scritte per le vie, tutto era italiano. Ci sentivamo sicuri e tranquilli, anche noi ebrei. Almeno fino al 1938.

Quando tutto cambiò. In pochi giorni la nostra vita divenne un incubo. Io ero bambino e non riuscivo a spiegarmi il clima cupo che c’era in casa, la crescente preoccupazione che leggevo sul volto di mio padre, le conversazioni con gli altri membri della comunità ebraica di Rodi, esseri umani che stavano, come tutti gli altri in tutta Italia, per precipitare nell’inferno della sofferenza. Capivo che qualche nuvola era in arrivo, però non la vedevo. Ma presto arrivò un temporale, con una grandine nera e cattiva.

Me ne sono accorto quel mattino di ottobre del 1938 quando il maestro ha pronunciato all’improvviso il mio cognome. Pensavo volesse interrogarmi e invece mi ha detto solamente sei parole che non potrò mai dimenticare: «Samuel Modiano, sei espulso dalla scuola».

Me le ha sussurrate sottovoce, imbarazzato. Non mi ha detto perché, non mi ha spiegato. Non trovava le parole, evidentemente, per motivare una mostruosità come quella a cui le Leggi razziali lo stavano costringendo. Immaginate cosa possa significare per un bambino di otto anni e mezzo, senza colpe, sentirsi dire davanti a tutta la classe, davanti a tutti i suoi compagni, che deve andarsene, subito.

Immaginate cosa possa significare, con quella mortificazione nel cuore, riprendere le proprie cose e chiudersi la porta dell’aula alle spalle sapendo di lasciare per sempre quello che, insieme alla casa, consideravi il tuo ambiente naturale. Non avrei più giocato con i miei amici, non avrei più potuto sedere al mio banco, dimostrare se ero capace o no, in primo luogo a me stesso. La testa mi scoppiava: cosa potevo aver fatto per meritare una cosa del genere? Ero sempre stato tra i più bravi della classe, prendevo sempre voti alti, i miei compagni mi rispettavano, in condotta non mi comportavo diversamente dagli altri.

Nella scuola italiana di Rodi c’erano bambini di tutte le religioni. C’erano ebrei, cattolici, ortodossi. Diversi l’uno dall’altro, ma insieme. Come gli adulti che si affollavano in città, che lavoravano fianco a fianco, frequentavano gli stessi luoghi e compravano le merci negli stessi negozi. Diverse religioni, ma una sola umanità. Com’era giusto che fosse, come dovrebbe essere sempre. Invece quel maestro, il mio maestro, mi stava cacciando. Mi sembrava un incubo. Mi ha appoggiato la mano sulla testa, anche lui era dispiaciuto, mi ha persino asciugato le lacrime e poi mi ha detto che avrei compreso in seguito, che mio padre mi avrebbe spiegato. Io piangevo, mi sono sentito colpevole di qualcosa che non capivo cosa fosse. Mi sono chiesto, nella strada fino a casa, cosa avessi fatto, dove e quando avessi consumato una colpa così grave da meritare l’espulsione.

Io, solo io, Samuel Modiano, venivo cacciato dalla mia scuola. Avrei dovuto dirlo a mio padre, avrei dovuto dargli questo dolore, costringerlo al disonore di un figlio indegno di stare con altri bambini in una classe.

Ho pensato di tacere, tanta era la vergogna. Ma non me la sentivo di mentire e, piangendo, gli ho rivelato la dura verità. Lui ha indovinato subito, credo se lo aspettasse. Prima mi ha consolato, con l’affetto di un padre. Poi ha cercato di spiegarmi. Io capivo. Ma non accettavo quello che lui mi stava dicendo con tanta sensibilità e tanta cura per i miei sentimenti feriti. Io non mi sentivo diverso da nessuno dei miei compagni di classe, io ero uguale a loro. Io sono uguale a loro. E poi perché ce l’hanno tanto con noi ebrei? È una colpa essere nato ebreo? Io sono bravo a scuola, studio, mi comporto bene, perché devo essere cacciato, isolato, marchiato per una colpa che non esiste? Sono ebreo, e allora? Ma da poco erano state approvate da Mussolini le Leggi razziali.

Tana libera tutti. «Sami Modiano, il bambino
che tornò da Auschwitz», Walter Veltroni - Feltrinelli, Milano, pagg. 160, € 12,90
In edicola dal 23 gennaio con Il Sole 24 Ore, in abbinata non obbligatoria

Può essere acquistato on line su Shopping24

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