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Lo smart working è totalizzante? Riappropriamoci del tempo

Stiamo scoprendo che i brevi momenti di pausa tra un’attività e l’altra non erano tempo sprecato, ma tempo necessario per riordinare idee e pensieri

di Simona Mirano *

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(REUTERS)

Stiamo scoprendo che i brevi momenti di pausa tra un’attività e l’altra non erano tempo sprecato, ma tempo necessario per riordinare idee e pensieri


2' di lettura

Dopo poche settimane dall’inizio dell’emergenza Covid, in rete ha cominciato a girare una vignetta che recitava: «Chi ha promosso nella tua azienda la digitalizzazione?». Apparivano tre scelte: Ceo, Cto, Covid. E la spunta era su quest’ultimo. Di fatto l’emergenza Covid ha accelerato alcuni processi che le aziende per vari motivi faticavano ad implementare: tra queste la digitalizzazione e lo smart working.

Su quest’ultimo però vale la pena fare una riflessione. L’Osservatorio del Politecnico di Milano definisce lo smart working come una «nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta di spazi, orari e strumenti, a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati».

Leggendo questa definizione, ne deriviamo che quello che è stato implementato durante l’emergenza Covid è stato piuttosto un lavoro da remoto forzato. Il concetto di flessibilità è venuto a mancare: i dipendenti sono stati forzati a una modalità di lavoro completamente a casa, collegati e perennemente davanti al pc. Molte aziende hanno dichiarato che questa modalità di lavoro ha comunque portato benefici: auto-responsabilizzazione e produttività inalterata o in alcuni casi addirittura aumentata.

Ma ha avuto un costo importante: una maggiore percezione della fatica. Questa fatica è stata attribuita agli strumenti usati: svariati articoli parlano di come lo strumento della video conferenza, per esempio, richieda un carico a livello cognitivo e psicologico maggiore di quello di una comunicazione de visu: siamo più impegnati a capire il nostro interlocutore, i segnali sono più deboli e dobbiamo sforzarci di più.

Ma non è solo questo. È il rapporto diverso col tempo e l’uso che ne facciamo. In primis sono stati eliminati gli intervalli tra un impegno e l’altro. Questo ha fatto sì che siano aumentate le riunioni: se prima, soprattutto quelle che implicavano uno spostamento, erano ridotte da ragioni logistiche, ora possiamo passare facilmente da una riunione all’altra con un semplice click, senza soluzione di continuità. Quante volte abbiamo salutato i colleghi di una video call per passare immediatamente ad un’altra?

Lavorando da soli, poi, si sono ridotte all’osso quelle interruzioni che in un luogo abitato da tante persone necessariamente avvengono: il breve scambio con il collega incontrato in ascensore, il saluto ad un collega che si affaccia alla scrivania, il caffè alla macchinetta, la chiacchiera tornando dal pranzo…

Uno spazio temporale che è stato eliminato è poi quello chiamato “morto”: le ore trascorse per andare e tornare dalla sede di lavoro. Momenti che erano sostanzialmente vuoti, di transizione da un ruolo all’altro. Passiamo direttamente dal nostro ruolo di moglie/marito/padre/madre a quello professionale e viceversa.

Stiamo scoprendo che i seppur brevi momenti di pausa tra un’attività e l’altra non erano tempo sprecato, ma tempo necessario per riordinare idee e pensieri, per godere di uno stacco tra un'attività e l’altra. Tempo prezioso, che favorisce creatività e innovazione, impossibili se siamo ininterrottamente impegnati in attività così cognitivamente faticose.

L’insegnamento che ne possiamo trarre è che dobbiamo riappropriarci di piccoli momenti di “vuoto”, calcolando nelle nostre agende spazi di “spostamento virtuale”, esattamente come facevamo prima. L’efficienza non ne risentirà, e ridurremo il rischio di «burn out» da telelavoro.

* Consulente senior di bbsette – Consulenza, Formazione, Giochi Professionali

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