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Lo smart working piace agli italiani (ma non tutte le aziende sono pronte)

di Francesco Prisco

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(Marka)


2' di lettura

Lo smart working piace eccome ai lavoratori italiani, ma non tutte le aziende sono attrezzate per consentire ai loro addetti di operare adeguatamente da casa. Lo dimostra, numeri alla mano, la ricerca «La forza del lavoro in Europa» curata da Adp, società leader nelle attività di human capital management.
Ne emerge che due terzi dei dipendenti italiani (64,20%) lavora ancora da un luogo di lavoro fisso, come un ufficio o una fabbrica. Ciò contrasta con le aspirazioni dei dipendenti, dei quali oltre un terzo (40%) dichiara di volere una combinazione di lavoro da casa o altro luogo e ufficio (ma lo fa solo l’8%,) e un 21,8% che vorrebbe solo lavorare da casa senza avere un ufficio, una situazione, questa, che attualmente è una realtà soltanto per il 13,5%. Analogamente, la maggior parte degli italiani lavora ancora secondo orari fissi (58%), nonostante il fatto che solo il 39% affermi di preferire tale forma di lavoro.

Infatti, oltre un terzo, (38,5%) ha asserito di preferire una combinazione di orari fissi e flessibili, mentre quasi un quarto (22,5%) ha detto di preferire una totale flessibilità. L’Olanda è il paese con la maggiore flessibilità di lavoro e la più alta percentuale di persone che lavorano in remoto senza supporto di uffici (20% contro il nostro 7,9%) e con orario totalmente flessibili (33% conto il nostro 25,5%). All’altra estremità della scala, i lavoratori tedeschi hanno la più bassa flessibilità in termini di luogo di lavoro, con oltre due terzi (70%) che lavorano da un luogo fisso. Nel frattempo, i lavoratori spagnoli hanno il minor grado di controllo sull’orario lavorativo, con il 65% che lavora secondo orari fissi e solo il 20% che lavora a orario flessibile. Tornando all’Italia, la ricerca chiama in ballo anche la «sete di tecnologia» dei lavoratori che ambiscono allo smart working: un lavoratore su tre qui da noi chiede al proprio datore di lavoro di investire in computer portatili (35,6%) e in software specialistici (34%) mentre uno su cinque vorrebbe che il proprio datore di lavoro investisse in smartphone e tablet (22%).

Sotto il profilo delle competenze, oltre un quinto dei lavoratori nello Stivale sostiene che gradirebbe corsi di formazione It avanzati (24,4%), mentre un ulteriore 23,5% afferma di avere bisogno di assistenza con le nuove tecnologie e dispositivi. Una sfida importante attende, insomma, le imprese, stando all’analisi di Nicola Uva, strategy marketing director di Adp Italia: «I datori di lavoro dovranno prendere in considerazione strumenti online, tra cui piattaforme di social media, per aumentare la collaborazione giorno per giorno e la condivisione delle conoscenze tra le squadre. In passato stabilità del lavoro significava “posto fisso”.

Per i dipendenti di oggi, la stabilità significa invece avere una rete professionale estesa, relazioni che possono aiutare il lavoratore a crescere sia nel proprio settore sia in diversi ambiti, estendendo le possibilità di carriera. Per i datori di lavoro, un mondo tecnologicamente collegato significa poter disporre a livello globale dei migliori talenti, mentre per il personale – conclude il manager - significa avere accesso a continui miglioramenti».

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