Budget Ue post-2020

Lo spettro dei tagli su Pac e fondi strutturali

di Giuseppe Chiellino


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il commissario al Bilancio, Günter Oettinger (Epa)

4' di lettura

«Ogni re sta suonando le trombe, schierando le truppe e agitando le insegne per suonarsele di santa ragione, tutti contro tutti». È la metafora con cui un diplomatico riassume il dibattito in corso in vista della proposta della Commissione europea sul prossimo Quadro finanziario pluriennale (Qfp o Mff nell’acronimo inglese) dal 2021 in avanti, il primo dopo Brexit.

Formalmente sarà presentata a maggio 2018 «ma il momento di incidere nel dibattito è ora, prima che la Commissione consolidi le proprie idee e presenti la sua proposta» ha detto qualche giorno fa Nicola De Michelis, capo di gabinetto della commissaria alle Politiche regionali, Corinna Cretu, in audizione all’Europarlamento. L’esortazione era per i governi, i parlamenti nazionali e le regioni, perché facciano sentire le proprie voci a difesa dell’unica politica Ue redistributiva, insieme a quella agricola. Non è un caso che agricoltura e coesione rappresentino insieme più dei due terzi dell’intero budget e, dunque, siano i principali obiettivi quando si parla di tagli.

In passato il Regno Unito bloccava l’aumento del bilancio, oggi pur dall’esterno lo condiziona in virtù del “buco” che la sua uscita creerà alle casse europee visto che Londra era tra i contributori netti nonostante lo sconto di cui godeva. Per mantenere il volume degli investimenti finanziati dal bilancio europeo ai livelli del 2014-2020 occorrerà trovare almeno 70 miliardi di euro, se non più: «Brexit – ha detto il commissario al Bilancio, Günter Oettinger – crea minori entrate per 10/14 miliardi l’anno». Ma c’è anche un altro “buco” da coprire, quello che si aprirà con i nuovi compiti affidati alla Ue dagli Stati membri: difesa comune, migrazioni (accoglienza, integrazione ma anche politiche di sviluppo), sicurezza interna e controllo delle frontiere esterne, cambiamento climatico e rafforzamento di ricerca e innovazione. Per ora questi costi non sono quantificati, tranne per la difesa che assorbirà 1,5 miliardi all’anno.

Metà tagli e metà aumento dei contributi. L’idea di Oettinger è di coprire l’importo perso con l’uscita del Regno Unito con un fair 50/50 deal, un accordo tra beneficiari e contributori netti: metà tagli e risparmi che graverebbero sui primi e metà denaro fresco aumentando il contributo dei net payers. «Un accordo equo - sostiene Oettinger - sarà accettabile per tutti».

Per le nuove politiche Ue, invece, occorrono risorse aggiuntive. Il commissario vuole chiedere l’80% delle coperture agli Stati membri «visto che si tratta di cose di cui non dovranno più occuparsi». Il contributo nazionale al bilancio Ue salirebbe di qualche decimale, dall’1% attuale fino all’1,05% del Pil, che - anche per effetto della crescita - si traduce in diverse decine di miliardi. Il resto sarebbe coperto «dalla riallocazione di fondi tra i diversi programmi, oggetto in questi mesi di un’approfondita spending review». Il segretariato generale della Commissione, infatti, ha chiesto a ciascuna direzione generale di formulare tre scenari sulla base di tre assunti diversi: taglio delle risorse del 30%, taglio del 15% e “congelamento” ai livelli 2014-2020. Nelle proiezioni della Dg Politiche regionali il taglio del 30% sui 350 miliardi attuali limiterebbe i fondi europei solo ai Paesi più poveri, una sorta di sussidio di solidarietà. Nella “vecchia Europa” è scoppiato il panico. L’Italia perderebbe tutti i fondi strutturali, 42 miliardi (2014-2020). Il Comitato delle Regioni, che a ottobre ha lanciato l’Alleanza per la coesione, ha alzato le barricate. Ma l’ipotesi è talmente estrema da sembrare più che altro una provocazione per spingere i governi a difesa della politica di coesione. Nel secondo scenario (-15%) perderebbero le risorse Ue le regioni più sviluppate (per l’Italia tutto il Centro-Nord). L’unica ipotesi «accettabile» sarebbe la stabilizzazione delle risorse attuali. Oettinger, convinto sostenitore della coesione, ritiene «realistico un taglio del 10-12%, chirurgico e indolore».

I nuovi criteri per un riequilibrio tra Est e Ovest. C’è un’altra variabile, di cui si parla poco: la ripartizione dei fondi tra i paesi. Alla luce del 7mo rapporto sulla coesione, in cui emerge la netta accelerazione dei paesi dell’Est e l’impoverimento di vaste aree dei paesi fondatori (“trappola del reddito medio”,Il Sole 24 Ore del 10 ottobre), Bruxelles sta pensando ad un riequilibrio che riduca i fondi per i paesi dell’Est e aumenti quelli per Francia, Italia, Spagna, Grecia e persino Germania. Ciò grazie a nuovi criteri di ripartizione, basati non solo sul Pil procapite ma anche su demografia, disoccupazione, migrazioni, cambiamenti climatici. Le simulazioni, a risorse totali invariate, attribuiscono 10 miliardi in più all’Italia in 7 anni. «Il mix di tagli e nuova ripartizione dei fondi dovrebbe portare al punto di equilibrio del Qfp 2021-2027» spiega una fonte diplomatica, tenendo conto anche dell’agricoltura, che tra finanziamenti diretti (Pac) e fondo Feasr, oggi ha una dotazione di oltre 400 miliardi: tra le ipotesi c’è l’introduzione del cofinanziamento nazionale al 10%, un “risparmio” di 40 miliardi per la Ue lasciando invariato il livello degli investimenti sui territori. La Francia, primo bneficiario, è già in allarme.

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