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Lo spirito del mercato, la grammatica dell’anima e il capitalismo francescano

L’ordine religioso fu decisivo perché i conventi sorsero in città dove si capivano ruolo e vite dei mercanti

di Luigino Bruni

(Universal Images Group via Getty)

4' di lettura

L’economia è sempre stata più grande dell’economia. E continua a esserlo. Dietro soldi, lavoro, consumo, risparmi, imprese non ci sono solo bisogni e gusti dei consumatori; ci sono sogni, desideri, promesse, passioni, spirito, che partono dai segni dell’economia per indicare altro, un oltre, qualche volta persino il paradiso, altre volte l’inferno. Perché la vita economica è un universo di parole, di simboli, di segnali, un codice per decifrare la grammatica dell’anima degli individui e delle società.

L'ultimo Medioevo – quei secoli-ponte tra mondo antico e modernità – generò anche il grande codice dell’economia di mercato, che con la Riforma protestante si biforcherà in un capitalismo nordico, erede di Lutero e Calvino, e in un capitalismo meridiano, figlio dei mercatores toscani e di san Francesco, che in qualcosa ha continuato l’umanesimo della civil mercatura ma che in qualcos’altro di importante lo ha tradito.

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Per comprendere allora la natura, le promesse, i vizi e le virtù del capitalismo moderno e contemporaneo è necessario prendere sul serio il Medioevo, quindi il cristianesimo e la Bibbia, con le loro controverse e ambivalenti interpretazioni. Sia coloro che hanno cercato di dimostrare l’estraneità tra l’universo economico e quello religioso, sia quelli più numerosi che invece hanno parlato e parlano di uno spirito cristiano (cattolico o protestante) del capitalismo, sono dovuti tutti entrare nel terreno storico scivoloso, sconnesso, pieno di insidie della christianitas medioevale.

È su questo stesso terreno difficile e appassionante che è costruito anche questo saggio, che non intende offrire una nuova grande ipotesi interpretativa sull’origine del capitalismo, ma solo complicare alcune tesi consolidate e suggerire qualche nuova pista ancora non sufficientemente esplorata. Tra i materiali storiografici sull’origine dell’economia di mercato e del capitalismo mi sono soffermato soprattutto sul lavoro degli storici economici italiani del Novecento, tra questi le ricerche di Armando Sapori sulla vita quotidiana dei mercanti toscani e delle loro compagnie commerciali e sul loro spirito cristiano. Microstorie, a volte dettagli, racconti diversi, forse appassionanti. Sui lavori di Sapori così scriveva Luigi Einaudi: «Le fonti dei saggi del Sapori sono i libri di conti delle grandi ditte mercantesche ed i rogiti dei notai».

Il solo spirito delle merci è però troppo piccolo per riempire la nostra anima assetata di fiato, per farci alzare ogni mattina e uscire di casa con un minimo di gioia di vivere, per spendere la parte migliore della vita in un posto di lavoro e per dare un senso vero al nostro posto al mondo. L’Europa ha inventato lo spirito del capitalismo perché era animata e ispirata da un soffio spirituale molto più grande, vasto e potente dello spirito delle merci. È stata una economia buona perché il suo aliseo era inserito in un’ampia rosa dei venti, che custodiva, smorzava e addolciva il vento delle cose. Quando questo vento diventa il solo soffio si trasforma nel fumo della vanitas di cui cantava il saggio Qoèlet. Oppure, lo stiamo drammaticamente vedendo, in un mondo di cose-senza-spirito sulla bonaccia dello spirito delle merci tornano a soffiare forti i venti di guerra.

Il mercato è una faccenda di reciprocità, una forma della «libertà dei moderni», un mezzo di incivilimento di tutti, inclusi i più poveri. Anche se la storia di questi ultimi secoli ci ha insegnato che il mercato non sempre realizza questa sua vocazione, prende le forme del potere della società nella quale attecchisce, ne assume i vizi e le virtù, resta comunque importante non dimenticare la fisiologia dei mercati, la loro salute, anche e soprattutto di fronte alle loro malattie.

Che il mercato fosse una forma di reciprocità e di benevolenza civile era – lo vedremo – anche la convinzione dei mercanti italiani tra Medioevo e Rinascimento, e questo non ci dovrebbe stupire. Che però qualcosa di simile abbia ispirato anche i primi frati francescani stupirà un po’ di più. Infatti, attorno al XIII secolo in alcune città, molte delle quali italiane, la ricchezza degli altri iniziò a diventare qualcosa di diverso, e lo divenne grazie ai mercanti e ai frati, insieme. In un mondo dove la ricchezza dei ricchi passava ai poveri o per furto o per beneficienza, nasce una terza forma di mobilità dei beni: il mercato.

Il commercio divenne il primo meccanismo per poter operare la trasformazione dell’invidia in benevolenza. Da faccenda limitata, marginale ed eticamente sospetta, lo scambio mercantile divenne arte civile amica della civiltà. E nacque la civil mercatura, grazie al lavoro incessante di mercanti civili ma anche a quello decisivo dei teologi, soprattutto dei maestri francescani e di qualche domenicano, a Parigi, a Bologna, a Colonia e in molti altri studia e università europee.

Senza l’improbabile e imprevista alleanza tra l’altissima povertà dei francescani e la civil ricchezza dei mercanti non avremmo avuto i miracoli economici, sociali, religiosi e artistici dell’ultimo Medioevo, dell’umanesimo e del Rinascimento, e oggi l’Italia e l’Europa sarebbero molto più povere e incivili. Una rivoluzione epocale che, diversamente da quanto pensasse A.O. Hirschman, non iniziò con Machiavelli e con Vico ma alcuni secoli prima con mercanti e mendicanti, insieme.

Il ruolo importante, forse essenziale, di questa improbabile alleanza tra spirito dei soldi e spirito di povertà è l’anello mancante nelle analisi classiche sull’origine del capitalismo, sia quelle centrate sul mondo protestante di Max Weber, e si capisce, ma anche quelle di Giuseppe Toniolo, di Amintore Fanfani e della scuola dell’Università Cattolica – e questo forse si capisce un poco meno.

Sappiamo che le fonti francescane e i testi in latino dei maestri francescani cent’anni fa erano ancora poco conosciuti e studiati, ma senza prendere sul serio – molto sul serio – il ruolo dei francescani non si comprende la genesi dell’economia di mercato nel tardo Medioevo. I francescani furono importanti, forse essenziali, nella nascita dell’economia di mercato perché, diversamente dai monaci, dai filosofi e dai teologi, per un istinto carismatico misero i loro conventi in mezzo alle piazze delle nuove città commerciali, scesero dai monti e abitarono la civitas, divennero amici dei mercanti, e così li capirono, perché videro gli uomini in carne e ossa, e non solo astratti divieti e norme giuridiche. Divennero prima compagni poi accompagnatori spirituali dei nuovi mercanti, molti dei quali facevano parte dei loro Terz’ordini, erano persone di famiglia, e con questa bonomia e benevolenza furono guardati e trattati. Aver cercato di prendere sul serio questa alleanza tra mercanti e mendicanti è forse un contributo di questo saggio.

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