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Lo spreco alimentare costa 620 miliardi all’anno, metà si perde lungo la filiera

Secondo McKinsey la metà della perdita avviene durante la raccolta o nelle fasi di movimentazione, stoccaggio e lavorazione. Possibile un miglioramento del 70%

di Alessio Romeo

Giornata contro lo spreco alimentare, il 17% finisce nella spazzatura

3' di lettura

Oltre 600 miliardi di dollari (circa 620 miliardi di euro): a tanto ammonta il valore stimato del cibo che ogni anno va perduto o sprecato. Alimentando il paradosso attuale di un pianeta in cui poche persone hanno troppo cibo, con la spesa per combattere l’obesità in continuo aumento nei Paesi ricchi, e tante (troppe) soffrono fame e malnutrizione. Sono 3,1 miliardi le persone in stato di insicurezza alimentare e 828 milioni quelle che soffrono la fame, secondo i dati pubblicati della Fao in occasione della terza giornata mondiale della consapevolezza sullo spreco alimentare. Questo mentre le proiezioni demografiche indicano la necessità di aumentare la produzione agricola per sfamare una popolazione mondiale in crescita.

L’ultimo allarme sulla dimensione globale del fenomeno dello spreco alimentare arriva da un rapporto redatto da McKinsey dal titolo “Reducing food loss: What grocery retailers and manufacturers can do”, che quantifica in oltre due miliardi di tonnellate i beni alimentari persi o sprecati ogni anno. Una quantità che vale come detto 600 miliardi di dollari e rappresenta tra il 33 e il 40% della produzione totale.

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Circa la metà di questi sprechi, afferma il rapporto, avviene a monte della filiera: durante la raccolta, in fase di movimentazione e stoccaggio post-raccolta, o in fase di lavorazione. Anche gli effetti secondari legati allo spreco e perdita di cibo sono allarmanti: il consumo di acqua connesso a questo fenomeno è pari a circa un quarto delle riserve mondiali di acqua dolce, mentre le relative emissioni di gas serra costituiscono l’8% del totale globale, quasi quattro volte quelle del settore aereo. La riduzione dello spreco alimentare dovrebbe essere una priorità non solo sociale e ambientale, ma anche economica: l’analisi McKinsey rivela come la perdita di beni alimentari sia il risultato di inefficienze, con costi nascosti spesso pari o superiori ai profitti netti dei rivenditori, anche di quelli più performanti.

«I dati ci mostrano che lo spreco alimentare costituisce una vera e propria emergenza, la buona notizia però è che possiamo ridurne la portata fino al 70 per cento. Per raggiugere questo obiettivo – spiega Marco Catena, partner McKinsey – produttori e rivenditori di generi alimentari hanno un ruolo cruciale: forti del loro posizionamento al centro della filiera, potrebbero promuovere un processo di collaborazione che punti a riutilizzare alimenti che altrimenti andrebbero sprecati, destinandoli al consumo umano o a usi alternativi, come biomasse o mangimi. Per le aziende questo si tradurrebbe in una riduzione fino al 9% di emissioni di Co2 e costi associati». Inoltre, i rivenditori potrebbero ridurre i listini fino al 6% e i produttori fino al 10%; entrambi potrebbero guadagnare 80 miliardi di dollari in termini di nuovo potenziale di mercato, sviluppando nuove attività partendo da alimenti che altrimenti andrebbero persi.

Tra i prodotti più sprecati spiccano ortofrutta e cereali, responsabili di gran parte delle perdite (e relative emissioni di CO2 e consumo di acqua) mentre la carne e i prodotti lattiero-caseari, sebbene abbiano un elevato impatto ambientale per unità prodotta (per produrre un chilo di manzo servono più di 3mila litri d'acqua, ad esempio) rappresentano rispettivamente solo il 3 e il 5% degli sprechi totali. Il primato negativo va ai pomodori: ne vengono persi dai 50 ai 75 milioni ogni anno a monte della filiera, più di qualsiasi altro frutto o ortaggio; nei Paesi più sviluppati su cento pomodori solo 65 arrivano sugli scaffali, nei Pvs 45.

In generale, un terzo delle perdite in fase di raccolto è legato a eccedenze di produzione (l’azienda agricola ha prodotto più cibo di quanto ne possa vendere), un altro terzo è costituito da cibo commestibile ma non conforme alle specifiche del cliente, solo un terzo non è commestibile. Due terzi delle perdite potrebbero quindi essere reindirizzati al consumo umano.

Tra le cause dello spreco individuate dalla ricerca ci sono poi eventi atmosferici, strutture aziendali e mancata collaborazione tra gli attori della filiera. Per questo alcune aziende stanno sviluppando (e rendendo accessibile al pubblico) un database integrato delle prestazioni dei fornitori nelle varie sedi. Le best practice vedono anche l'utilizzo delle tecnologie digitali, come la blockchain, per garantire la tracciabilità lungo tutto il ciclo produttivo.

Le azioni più efficaci per ridurre lo spreco e le perdite di cibo comprendono la collaborazione tra produttori, retailer e fornitori attraverso una pianificazione a lungo termine; la revisione delle pratiche di approvvigionamento (con collaborazioni strutturate e contratti che tengano conto degli sforzi per ridurre le perdite) e, infine, un approccio creativo per trasformare le perdite alimentari in valore, dedicando risorse allo sviluppo di nuovi flussi di reddito dagli alimenti non più commercializzabili.

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