Falchi & colombe

Lo starnazzo funesto di chi teme l’inflazione più di una invasione

di Donato Masciandaro

3' di lettura

Di solito sono le oche a starnazzare. Ma in questi giorni sono i falchi della politica monetaria a far chiasso e confusione, negli Stati Uniti come in Europa. Chiedere movimenti immediati e radicali dei tassi di interesse significa non conoscere i tempi e i modi della politica monetaria. Ma se il falco che starnazza di mestiere fa banchiere centrale, la cosa è ancora più grave: vuol dire essere degli opportunisti.

Negli Stati Uniti, l’ultimo starnazzio di falchi è stato quello emesso giovedì da James Bullard, presidente della Fed di St. Louis. Lo strepito lamentava un grave ritardo della banca centrale nell’adeguare il livello dei tassi di interesse, di fronte a un tasso di inflazione «eccezionalmente alto». Il lamento continuava, ovviamente di fronte a taccuini e microfoni schierati, ma alla fine di una conferenza. Per cui il falco, utilizzando una tecnica ormai collaudata, rilasciava dichiarazioni non ufficiali nella forma, ma rilevanti nella sostanza, essendo il predetto volatile membro dell’attuale consiglio della Fed, per giunta con diritto di voto.

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Un diritto di voto che il Bullard ha strategicamente utilizzato anche durante l’ultima riunione della banca centrale americana, quando è stato l’unico membro del consiglio a votare contro l’aumento di 25 punti base del tasso di riferimento della
politica monetaria, volendone uno da 50.

Votare da soli contro un provvedimento che altrimenti raggiungerebbe l’unanimità è la scelta preferita dei consiglieri opportunisti che vogliono farsi notare, senza per questo ostacolare la decisione collettiva della banca centrale. Va aggiunto che durante quella riunione anche altri membri del consiglio avrebbero preso in considerazione l’ipotesi dei 50 punti base, ma l’irrompere sulla scena dell’aggressione russa all’Ucraina aveva consigliato di soprassedere, per riconsiderare un aumento dei tassi più corposo in un secondo momento. Cionostante Bullard ha votato contro; quale migliore occasione per far notare il suo starnazzio?

D’altra parte, il nostro non è nuovo allo schiamazzo opportunistico. Lui è un rapace di lungo corso. Come tanti, conta sulla memoria corta degli altri. E allora ricordiamo. Agosto 2008: tre mesi prima la Fed ha orchestrato il salvataggio, mal digerito dai falchi, della banca di investimento Bear Stearns. Tra di loro, Bullard già c’era. Gli scricchiolii a Wall Street non erano affatto terminati. Occorreva una scelta: fare attenzione al rischio di instabilità finanziaria, oppure preoccuparsi per il tasso di inflazione, pari al 5 per cento. James Bullard non ha dubbi: «Il livello del rischio finanziario è a zero». All’epoca il falco non è solo: il consiglio privilegia il tema dell’inflazione, a cui viene dedicato l’87% della discussione, mentre al rischio instabilità finanziaria solo il 6 per cento. Alla fine, la decisione è uno stallo: la politica monetaria rimane neutrale.

Si arriva così al fatidico 15 settembre quando fallisce Lehman Brothers. Il giorno dopo il consiglio della Fed si riunisce. Quanto spazio dedica a ciò che sta accadendo in quelle ore sui mercati finanziari? Il 3% della discussione, mentre la parte del leone la fa nuovamente il rischio inflazione, meritevole dell’81% del dibattito. Un altro falco – Thomas Hoenig, all’epoca presidente della Fed di Kansas City – chiede di «guardare oltre Lehman Brothers, perché abbiamo un problema inflazione», subito echeggiato dal nostro Bullard, che vede con preoccupazione «un’inflazione che sta montando». Alla fine, si decide nuovamente di non fare nulla: niente iniezioni di liquidità per evitare la crisi finanziaria. Tre giorni dopo, l’amministrazione Obama approva precipitosamente il piano di salvataggio; si chiudeva la stalla, ma oramai era troppo tardi.

A differenza delle oche del tempio di Giunone sul Campidoglio, lo starnazzio dei falchi fu un evento funesto. Se è vero che anche nel perimetro della Bce si rumoreggia allo stesso modo, non è una buona notizia.

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