L’analisi

Lo stop al termico è tutto da definire

di Pier Luigi del Viscovo

(AdobeStock)

2' di lettura

Dare per scontato lo stop nel 2035 alla vendita di auto termiche ha consentito di fermare gli investimenti sul termico e concentrare le energie finanziarie sull’elettrico, che ne richiede tantissime. La politica dei “due forni” è costosa. Se aggiungiamo che l’auto elettrica è strategica per competere in Cina, il più grande e promettente mercato del mondo, è chiaro il disegno dei costruttori tedeschi, che potrebbero dover rivedere i loro piani. Nonostante la crescita delle vendite di auto elettriche, le case sanno che pure una quota di mercato a due cifre potrebbe non arrivare mai al 100%, per oggettivi limiti nelle infrastrutture e per quella trasformazione dello stile di mobilità che le batterie richiedono. Negli ultimi anni abbiamo assistito in più occasioni alle dichiarazioni in tal senso di alcuni vertici dei costruttori, che però restavano tali. Adesso a farsi sentire sono i sindacati e i Paesi dove la manodopera automobilistica è cruciale, preoccupati per le ricadute occupazionali. In Italia non tutti avevano creduto al fermo nel 2035.

Già a fine ottobre, in un sondaggio del think tank AgitaLab, metà degli operatori aveva risposto di ritenere improbabile (20%) o sicuro (32%) che lo stop non sarebbe stato confermato, mentre uno su cinque pensava che le probabilità fossero metà e metà. A Glasgow poi Francia, Germania, Italia e Spagna hanno rifiutato di firmare lo stop al motore a benzina. A inizio dicembre la Commissione ha accettato la richiesta, avanzata da diversi ministri riuniti nell’Ecofin, di classificare gas e nucleare nelle fonti della tassonomia verde. Non riguarda direttamente l’industria automotive, ma è un segnale molto importante di quanto il bagno di realismo che è stato Glasgow abbia inciso sugli orientamenti di Bruxelles.

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Affermare di voler puntare sulle energie rinnovabili, ma pure su fonti energetiche stabili, significa che l’orientamento è di effettivo confronto con le possibilità concrete, alla ricerca di una sostenibilità non solo ambientale ma anche sociale ed economica. Certo, il Comitato per la Transizione Energetica (CITE) ha ipotizzato anche in Italia lo stop al 2035, ma si tratterebbe di una notizia sfuggita senza l’accordo di tutti, a cui è seguita una dichiarazione del viceministro dello Sviluppo economico Gilberto Pichetto, in cui si afferma che l’impegno deve essere di tutti i Paesi, che non può pregiudicare la sopravvivenza del settore auto e che pertanto non si può ignorare la sostenibilità economica e sociale della transizione.

D’ora in avanti è plausibile che i vari capitoli, e dunque anche l’auto, siano affrontati con la giusta tensione verso un miglioramento delle emissioni, sia nocive che clima-alteranti, ma pure distinguendo ciò che è possibile da ciò che appare ai più velleitario e ideologico.

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