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Lo stop alle vendite di auto a benzina e diesel dal 2035 mette a rischio l’automotive lombardo

La Lombardia è seconda in Italia tra le filiere automotive e la quinta in Europa. Con la decisione del parlamento europeo sono potenzialmente a rischio 20mila posti di lavoro

di Flavia Carletti

2' di lettura

(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Il Parlamento europeo ha approvato la proposta della Commissione europea di terminare con gradualità le vendite di auto nuove a benzina e diesel nel 2035. Non è stato invece approvato l’emendamento sostenuto dal Ppe, che prevedeva una riduzione delle emissioni di CO2 delle auto del 90% invece che del 100%. Via libera, invece, all’emendamento firmato da eurodeputati italiani di tutti gli schieramenti per prolungare al 2036 la deroga alle regole sugli standard di emissione della CO2 di cui già oggi beneficiano i produttori di nicchia, presentato per salvaguardare le produzioni di auto sportive nella Motor Valley in Emilia-Romagna.

Guidesi: «A rischio aziende e posti di lavoro»

«La chiusura delle istituzioni europee nei confronti della neutralità tecnologica provocherà la scomparsa di aziende e di posti di lavoro. Inoltre, in Europa solo alcuni cittadini potranno permettersi un’automobile». Questa la dura presa di posizione dell’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi. «Il "sistema lombardo" – aggiunge – aveva fatto proposte attraverso il "Manifesto della Mobilità Sostenibile" grazie al quale si sarebbero raggiunti gli obiettivi ambientali, tutelando le aziende, i lavoratori e sviluppando ulteriori opportunità occupazionali. Credo che il vero obiettivo sia quello di avere meno auto in circolazione, non mi spiego altrimenti il "no" ai carburanti bio che garantiscono lo stesso risultato dal punto di vista ambientale». «Economicamente parlando festeggeranno solamente i produttori di batterie e coloro i quali dispongono della materia prima per produrle, che non mi risulta siano in Europa», conclude l’assessore lombardo.

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Anfia: «Forte delusione per decisione Ue»

«C’è una forte delusione per questa decisione anche perché a Strasburgo in realtà non c’è stata una maggioranza netta. A nostro avviso è giusto identificare obiettivi per la decarbonizzazione come ha fatto l’Ue, è un errore invece imporre una unica tecnologia per arrivarci», ha commentato Paolo Scudieri presidente dell’Anfia, l’associazione delle imprese della filiera automotive, sottolineando che «parte della filiera italiana soffrirà di questa decisione e la posizione di Anfia è di dare voce alle aziende più in difficoltà. Allo stesso tempo però è importante per noi stimolare le imprese a investire sulle nuove tecnologie per conquistare spazi in un mondo, quello della componentistica auto, in fortissima trasformazione». E una parte importante del comparto automotive italiano si trova in Lombardia. Secondo i dati di Confindustria, in Lombardia ci sono circa mille imprese attive nel settore, di cui il 90% sono Pmi, impiegano oltre 50mila addetti e fatturano complessivamente oltre 20 miliardi di euro. La Lombardia è la seconda regione in Italia tra le filiere automotive e la quinta in Europa. Con la normativa passata al Parlamento europeo, associazioni di categoria e sindacati hanno lanciato l’allarme sull’occupazione nel comparto, indicando che in tutta Italia i posti di lavoro potenzialmente a rischio con una transizione troppo rapida sono circa 70mila, di cui 20mila in Lombardia. Per Marco Bonometti, presidente del Gruppo Omr di Brescia ed ex presidente di Confindustria Lombardia, la decisione europea è «un disastro: si tratta di una mazzata all’industria europea dell’auto e soprattutto ai componentisti».

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