europa e banche

Lo strabismo della vigilanza e i rischi nascosti nei titoli tossici

di Morya Longo


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4' di lettura

Nelle stesse giornate in cui la Banca centrale europea chiedeva al Montepaschi di incrementare da 5 a 8,8 miliardi l'aumento di capitale, la stessa Bce diminuiva i requisiti minimi di capitale richiesti al colosso tedesco Deutsche Bank. Erano gli ultimi giorni del 2016: la Bce si accaniva sulla banca più disastrata d’Italia, ma alleggeriva le pressioni sul gruppo tedesco che a giugno il Fondo monetario aveva definito «una delle banche che più contribuisce ai rischi sistemici».

A prescindere dai motivi tecnici, la concomitanza dei due eventi solleva per l’ennesima volta la domanda che in tanti si pongono da anni: possibile che le Autorità di Vigilanza valutino con eccessiva severità i problemi delle banche del Sud (cioè i crediti deteriorati) e con eccessiva serenità quelli delle concorrenti nordiche (titoli “tossici” in primis)? È per questo che l’Abi sta cercando di sensibilizzare istituzioni e centri di ricerca sul tema, affinché vengano valutate tutte le rischiosità delle banche. Non solo alcune.

L’erba del vicino
A guardare i bilanci delle banche dei vari Paesi attraverso la “lente” di R&S Mediobanca, che uniforma tutti i dati aggiornati a giugno 2016 per renderli paragonabili, appare evidente che il Nord e il Sud Europa siano afflitti da problemi diversi. Al Sud, dopo anni di recessione, le banche hanno un problema enorme di crediti deteriorati: prestiti e mutui erogati e mai tornati indietro. Nei primi istituti italiani su 100 milioni di euro di crediti ben 14,9 (lordi) sono ormai deteriorati, contro il 2,1% in Germania, 4,6% in Francia e una media del 2,2% nel Nord Europa. Per contro le banche di questi Paesi sono piene di titoli che un tempo venivano definiti “tossici”: titoli illiquidi, senza un valore certo e con almeno una componente instimabile, ma valutati “a spanne” dalle stesse banche, iscritti in bilancio alla voce “Livello 3”. In Germania le banche ne hanno un ammontare pari al 41% rispetto al patrimonio netto tangibile, in Svizzera pari al 35,3%, nel Nord Europa pari al 24,4%. In Italia i titoli illiquidi si fermano invece all’8,7% del patrimonio. Paese che vai, insomma, problema che trovi.

Il punto, però, è che la Vigilanza della Bce guidata da Danièle Nouy sembra accanirsi solo sui crediti deteriorati. Nonostante storicamente le banche italiane siano in grado di recuperare circa il 40% di questi finanziamenti andati a male, Popolare Etruria &C sono state costrette a svalutarli al 17,8% del loro valore originario. Così sono finite male. Anche Mps è stato costretto a maxi-svalutazioni e a vendere tutti i crediti in sofferenza (un malloppo da 27 miliardi) in pochi mesi. E anche Mps è finita male, costringendo lo Stato intervenire con soldi pubblici. Ovvio il paragone con le altre banche del Nord: se gli istituti nordici pieni zeppi di titoli illiquidi fossero costretti a svalutarli al 17% (come accaduto alla Popolare dell’Etruria con i crediti in sofferenza) o a venderli tutti in blocco in tre mesi (come richiesto a Mps), cosa accadrebbe ai loro bilanci? Sarebbero in grado di reggere l’urto? Di certo avrebbero una violenta erosione del capitale. E allora è lecito domandarsi perché la Bce non chieda anche a loro cure da cavallo paragonabili a quelle inflitte alle banche italiane, o greche o spagnole.

Rischi nei bilanci
Per rispondere a queste domande, bisogna prima stabilire se i titoli illiquidi (quelli catalogati al Livello 3 nei bilanci) siano davvero rischiosi come i crediti in sofferenza. Il problema è che gli attivi illiquidi sono una moltitudine di titoli diversi, per cui non sono possibili generalizzazioni: può essere di Livello 3 un titolo strutturato complesso (come un Cdo di antica memoria), ma anche una normalissima obbligazione bancaria di piccolissimo importo e dunque senza mercato. Per questo è difficile generalizzare. E per questo i pareri, nel mondo finanziario, sono discordi. Esistono studi secondo i quali le banche con maggiori titoli illiquidi nei bilanci hanno maggiori probabilità di default. Ma altri che invece minimizzano i rischi.

Nella prima categoria c’è uno studio appena sfornato dall’Abi. Passando al setaccio i bilanci 2013 e 2014 di 94 grandi banche europee, si arriva a un risultato chiaro: un incremento di un punto percentuale di titoli di Livello 3 nel bilancio di una banca aumenta la rischiosità della stessa banca di 2,1 punti secondo l’indice Z-Score. «Questo dimostra - sostiene il vicedirettore generale dell’Abi, Gianfranco Torriero - che il regolatore dovrebbe tener conto dei rischi impliciti nell’incerta valutazione di questi titoli con almeno la stessa attenzione che usa nei confronti dei crediti in sofferenza». Del resto esiste anche un altro studio, più vecchio e relativo ai bilanci dal 2008 al 2012 di 737 banche internazionali, che raggiunge con metodi diversi lo stesso risultato. L’hanno realizzato tre studiosi tedeschi, tra i quali Markus Glaser. «Esiste un forte legame diretto tra la quantità di titoli Livello 3 nel bilancio di una banca e il rischio di default della banca stessa», si legge nello studio. Non solo. Se la banca in questione fallisce davvero - calcolano i tre - le perdite sono maggiori: «Questo significa che i titoli di Livello 3 sono solitamente sopravvalutati».

Ma c’è anche chi non vede rischi così allarmanti, perlomeno paragonabili a quelli derivanti dai crediti in sofferenza. È di questo avviso per esempio Scope Ratings, che in uno studio pubblicato a luglio scrive: «In generale non consideriamo problematica la presenza di titoli di Livello 3 nei bilanci di una banca, se questi titoli rientrano nella normale operatività della banca stessa». «Un titolo illiquido non necessariamente ha un rischio di credito, cioè di insolvenza - osserva anche Francesco Caputo Nassetti, ad della Swiss Merchant Corporation -. Se una banca cerca di venderlo subito magari non trova un compratore e deve svenderlo, ma se aspetta la scadenza è possibile che recuperi l’intero 100% del valore». Le Autorità di Vigilanza sono più clementi con le banche piene di titoli illiquidi per questi motivi? Oppure per pressioni politiche? Oppure, più semplicemente, perché non sanno come valutarne il rischio dei titoli Livello 3? L’incertezza, l’opacità e il mistero che avvolge i titoli illiquidi mantiene dunque vivo il dibattito. L’Abi ha iniziato la sua battaglia. Le banche più coinvolte ritengono di non avere problemi. Chissà se, prima o poi, verrà trovata la quadra. E se l’Europa diventerà mai un campo da gioco veramente uguale per tutti.

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