classici da riscoprire

Lo strano male detto amore

Ausiàs March, poeta valenzano del ’400, è stato a torto dimenticato: i suoi versi sull’innamoramento raggiungono stupefacenti capacità d’indagine ed espressione

di Nicola Gardini


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5' di lettura

Che cosa mi succede quando amo? Quali situazioni determina in me il desiderio di un altro essere umano? Di sicuro, per cominciare dal fenomeno più evidente, mi prenderà l’aspirazione a possederlo. E tra l’aspirazione e il possesso, quand’anche questo si avveri, che cosa interviene? Il passaggio dall’una all’altro, infatti, non è diretto. In mezzo stanno le peripezie di molti personaggi, chiamati genericamente impulsi, intenti e proiezioni. Di loro è ben facile che, amando, non ci rendiamo conto. Eppure nei secoli simili personaggi hanno costituito l’oggetto di una vera e propria scienza, la poesia lirica.

La poesia lirica, sì, ha indagato la sostanza della psiche innamorata. Si può dire che lo studio del desiderio abbia formato il fondamento stesso della nostra storia letteraria, continuando a dettare paradigmi di soggettività e di società, in Italia e nel mondo, anche dopo che si è fissato in repertorio di formule, come nel Cinquecento, attraverso il petrarchismo bembiano. Ci si sono messi per primi i provenzali (amor cortese, o meglio “fin’amor”), quindi il Dante giovane (stilnovismo), poi il Petrarca del Canzoniere, che ha tirato le somme e consegnato una koiné fatta e finita al riformatore Bembo. Qualche apporto è arrivato anche dall’antichità. Senza l’Ovidio dell’Ars amatoria l’idea stessa di amor cortese avrebbe stentato a organizzarsi in codice. La ricerca è continuata poi un po’ dovunque: in Francia, in Inghilterra, in Spagna. In Spagna prima che altrove, grazie a un poeta come il valenzano Ausiàs March, nato nel 1400, solo ventisei anni dopo la morte di Petrarca, e morto nel 1459, quando il nostro Poliziano aveva cinque anni.

Il lettore colto, quando pensa alla poesia spagnola di quell’incipiente modernità, pensa a Boscán (1490-1542), a Garcilaso de la Vega (1501-1536), a Quevedo (1580-1645), a Góngora (1561-1627), per non nominare altri. Il quattrocentesco March lo lascia in disparte, e commette un torto, perché nei suoi versi amorosi, scritti in catalano (e non in occitanico, come sarebbe stato tradizionale), quello studio della psiche innamorata, eretto sulle scoperte dei provenzali e di Petrarca, perviene a nuove stupefacenti capacità di indagine e di espressione. Invito pertanto alla lettura dell’antologia bilingue Un male oscuro. Poesie d’amore, curata da Cèlia Nadal Pasqual e Pietro Cataldi per Einaudi, che offre un’adeguata rappresentazione del corpus erotico marchiano, illustrandolo attraverso una vivace introduzione e un apparato di note esplicative.

La poesia di March è ragionativa, argomentativa, teorica; vorrei dire “matematica”. Sta tutta nella mente e della mente spiega le parti strutturali: la ragione (la parte più nobile dell’individuo), la volontà, il desiderio, l’immaginare, il senno. L’interiorità del poeta si fa scena di un dramma in cui l’istinto di morte si alterna alla tensione verso un ideale di amore puro. La condizione prevalente è il dolore (parola chiave di March): vuoi come rinuncia alla soddisfazione carnale vuoi come caduta nell’esercizio del sesso vuoi come masochismo vuoi come tradimento di sé vuoi come malattia. Raro, ma pur sempre registrato, il trionfo sulle forze contrarie. Notevole è che lo scrupolo razionalistico non spenga affatto la potenza emotiva. Piuttosto, esalta l’emozione in tormento. March analizza il magma, ma non ne placa il bollore. Per certo cerebralismo, può riportare alla memoria i metafisici inglesi. Non arriva, però, al loro lusso figurativo. La sua voce si mantiene, all’inverso, snella, secca, elencatoria. Ogni verso della sua ottava tende a corrispondere a un’unità di senso, e lo svolgimento della composizione si ostina, pur non riuscendoci sempre, a seguire una logica serrata, accumulando puntualizzazioni in un crescendo ossessivo. Viene da fare un paragone – questo non solo analogico, bensì accertabile storicamente – anche con i modi della sestina, la forma metrica dell’ossessione per eccellenza (il provenzale Arnaut Daniel, che della sestina fu inventore, non a caso è esplicitamente evocato; ma è innegabile che, per l’aria da sestina, il modello sia ancora Petrarca, autore di ben nove sestine).

Spazio per la natura, uno dei pregi della lirica petrarchesca, non ne resta, se non in qualche similitudine, soprattutto marina. March, però, offre un’alternativa nella materialità delle metafore, dove sorprende sempre. Ecco alcuni esempi: «e quella porta che ci chiude nell’armadio / la stessa porta non la riaprirà» (2, 12-13), «donami [detto all’amata] una crosta / del pane tuo, che l’amaro mi tolga» (2, 41-42); «e d’altra parte faccio di più che se ammazzassi / mille uomini giusti, senza alcuna pietà, / ché l’ingegno intero io rivolgo a tradirmi» (28, 9-10); «dentro me porto un forno / che cuoce un pane di sapore dolce» (38, 41-42); «Bollirà il mare come pentola in forno» (46, 9); «più ti conosce chi senza te sta. / Al gioco e ai dadi ti comparerò» (la traduzione letterale sarebbe «al gioco dei dadi», che i curatori, evidentemente, hanno scartato per non perdere l’endecasillabo, e per tenere il forte accento di quarta). La concretezza di queste immagini, che servono a spiegare e a ricondurre, non senza ironia, le vicende mentali nello spazio dell’esperienza sensibile, finisce per dare potenza di realtà alla stessa rarefazione del discorso.

Benché March sia già apparso in Italia in altre traduzioni, i curatori pronunciano un’appassionata protesta contro l’indifferenza che da secoli limita la diffusione di March fuori della cultura catalana. È vero: March è rimasto un isolato, nonostante la sua indiscutibile grandezza e bellezza. Così è. Nulla di cui stupirsi. Così è anche per altri grandissimi. Chi, fuori dei paesi che li hanno visti nascere, frequenta maestri come Ronsard o Du Bellay, Wyatt o Sidney? Né basta a dare importanza a un poeta la diffusione del suo nome. Chi legge Milton o Spenser fuori dell’accademia? Non leggiamo neppure i migliori della nostra stessa lingua! Né serve, come fanno i due curatori, accusare i romantici di aver sollevato dalle tenebre Dante e Shakespeare e di averci lasciato March. Se è per questo ci lasciarono molti altri. In ogni caso, perché mai ai romantici sarebbe dovuto interessare proprio March? Che c’entra March con Dante e con Shakespeare, o con i romantici stessi? Sia detta ormai una cosa essenziale, ovvia, ma essenziale. March è difficile, ragionativo fino al capzioso; è aspro. Non è narrativo, come invece è Dante, non è drammatico, come invece è Shakespeare, né – come pretendere di ignorarlo? – ha la statura di quei due, con buona pace dei suoi qualificati sostenitori. E non ha neanche la cantabilità di un Petrarca. Non scrive sonetti, la forma metrica più fortunata della storia! È vero che la fama degli scrittori può crescere per la buona volontà di certi lettori (il caso di Eliot promotore dei metafisici insegna, o quello di Pound traduttore di Cavalcanti). Ogni scrittore, però, determina in notevole misura i modi della propria sopravvivenza, con le sue scelte tematiche e linguistiche. March ha scelto di svolgere una riflessione altamente intellettuale e di svolgerla in catalano – cosa che, se l’ha limitato, gli ha conferito però la corona tutt’altro che disprezzabile del capostipite. Accontentiamoci già del fatto che ogni tanto un editore con l’aiuto di qualche volenteroso esperto, come in questo caso, ci ricorda che c’è ancora un orizzonte su cui recare i passi.

Un male strano. Poesie d’amore

Ausiàs March

A cura di Cèlia Nadal Pasqual

e Pietro Cataldi

Einaudi, Torino, pagg. 180, € 22

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