scuola, sanità, lavoro

Lo stress test ha mostrato forza e limiti del sistema Italia

di Chiara Bussi

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(AdobeStock)


3' di lettura

Il più grande stress test di tutti i tempi che fa impallidire quelli realizzati dalla Bce per le banche. L’emergenza del coronavirus mette a dura prova il sistema e fa comprendere più che mai la necessità di rimanere connessi a distanza per non arrendersi al contagio. È la riscoperta di tre modalità finora a beneficio di una fascia ristretta della popolazione: telemedicina, lavoro agile e didattica distanza. Il servizio (e il diritto) di base sposa il digitale. Qualcosa si muove e accelera un processo già in atto, lasciando intravedere luci e ombre.

L’epidemia sta mettendo sotto pressione il sistema sanitario. Per garantirela continuità di assistenza ai pazienti la telemedicina può giocare un ruolo strategico. Lo hanno capito in Cina, dove i consulti online e le diagnosi davanti al pc stanno contribuendo a rallentare la diffusione. In Italia le linee guida messe a punto dal ministero della Salute con l’Istituto superiore di sanità contengono un esplicito riferimento alle visite virtuali a distanza. A partire dal cosiddetto “triage” telefonico
che ha preso il via lo scorso 22 febbraio sulla base di una scheda inviata ai medici di base per una prima diagnosi.

Su questo fronte, però, il nostro Paese può fare di più. Secondo il Future Health Index 2019 di Philips, l’88% dei professionisti italiani utilizza tecnologie digitali o app nel proprio ospedale o studio, ma solo il 57% fa uso della cartella clinica elettronica e il 39% non si è ancora convertito alla telemedicina. Lo strumento - si legge nel report - può diventare la chiave per facilitare, soprattutto in caso di malattie croniche, il dialogo tra pazienti e medici. Questi ultimi, però, non ne colgono ancora i benefici, soprattutto per mancanza di una formazione adeguata.

L’Italia in preda al coronavirus ha riscoperto anche il lavoro agile, indicato dal decreto del 1° marzo come uno degli strumenti per arginare il contagio. Nel 2019 - secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano - gli smart worker erano circa 570mila, in crescita del 20% rispetto al 2018. La formula era una realtà nel 58% delle grandi imprese e nel 12% delle Pmi (+4%). Di pari passo, però, aumentavano (dal 38 al 51%) le aziende disinteressate al tema. «La caratteristica del lavoro agile - spiega la direttrice dell’Osservatorio Fiorella Crespi - è la flessibilità del tempo e dello spazio di lavoro con un focus spostato sul risultato, un cambiamento della relazione datore - lavoratore e un ripensamento delle postazioni ». La formula che le aziende hanno dovuto concedere in questi giorni «è piuttosto un’attività da remoto dettata dall’emergenza che si sta rivelando efficace. Auspichiamo che questo spinga anche quelle più scettiche a un salto culturale».

La chiusura prolungata nel pieno del secondo quadrimestre ha costretto le scuole a trovare metodi alternativi. Le aule diventano virtuali, la lezione viaggia su piattaforme digitali, i compiti si caricano sul registro elettronico e via chat. Il ministero dell’istruzione ha messo a loro disposizione più di 20 ore di webinar a cui hanno già partecipato in 2mila. Gli istituti più hi-tech si sono subito adeguati, quelli più tradizionali arrancano e gli insegnanti sperimentano metodi fai da te.

Se con gli stress test della Bce vengono a galla le debolezze dei requisiti patrimoniali, con l’elettrocardiogramma sotto sforzo da coronavirus emerge un deficit di digitalizzazione ancora da colmare.

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