GRUPPI DI PRESSIONE E REGOLE

Lobby di Google? Chi sono e cosa fanno i «portatori di interessi» a Bruxelles

di Alberto Magnani

Wikipedia oscura le pagine contro il voto Ue sul copyright

4' di lettura

Se avete qualche avversione per le lobby, fareste meglio a evitare Bruxelles. Ma anche Washington, Londra e magari la Lituania, uno dei primi paesi Ue ad essersi dotato di un registro di trasparenza per i «portatori di interessi» nelle sedi istituzionali. Il flop della direttiva sul copyright, rinviata ieri dall’Europarlamento a Strasburgo, è stato attribuito soprattutto a un fattore: il potere del lobbying (dall’inglese to lobby, fare pressione), l’attività che permette a gruppi privati a influenzare o cercare di influenzare i legislatori a proprio vantaggio. In questo caso il dito è puntato su Google e altri colossi del tech, accusati di essersi spinti a minacce fisiche e un «bombardamento asfissiante (la definizione è del presidente dell’Eurocamera Antonio Tajani)» sugli eurodeputati per bloccare il via libera ai negoziati sulla riforma. Fuori dagli eccessi, però, l’attività di lobbying è connaturata al funzionamento stesso delle istituzioni. E regolata di conseguenza, soprattutto in Europa.

Cosa vuol dire «fare lobby» e come funziona in Europa
Tecnicamente, fare lobby - lobbying, in inglese - significa tentare di convincere il legislatore ad approvare o respingere proposta giudicate favorevoli o sfavorevoli a una determinata causa. I “lobbisti” possono lavorare indifferentemente per studi legali, multinazionali, Ong o gruppi religiosi: l’intenzione è sempre quella di imprimere un certo indirizzo a scelte legislative e politiche. L’attività di persuasione avviene (anche) alla luce del sole, con la richiesta di incontri o la presentazione di dossier che motivino la propria posizione di fronte all’istituzione che si cerca di indirizzare. Un esempio arriva proprio dall’ultima proposta di direttiva sul copyright: da un lato industrie come l’editoria o i produttori musicali hanno spinto in favore del testo, dall’altro colossi tech del calibro di Google hanno fatto pressing per evitare che il Parlamento desse il via libera ai negoziati. A quanto pare, anche troppo.

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In Europa i lobbisti sarebbero tenuti a iscriversi al Registro della trasparenza, istituito in tandem nel 2011 da Parlamento europeo e Commissione europea per permettere ai cittadini di «tracciare influenze e potenziali interessi nelle scelte delle istituzioni». Aderendo al registro, la società fornisce dati-chiave sulla sua attività come i settori di interesse, lo staff impiegato e accreditato all’Europarlamento, gli investimenti economici messi sul piatto. Ad esempio la sola Google risulta spendere una media di 5,2-5,5 milioni di euro l’anno e coinvolge 14 persone a Bruxelles, anche se solo tre di queste hanno accesso al Parlamento europeo. Va ricordato, comunque, che l’iscrizione al registro avviene su base volontaria e senza alcun obbligo formale. Con il risultato che il totale di soggetti registrati è sempre più basso di quanto risulti dagli aggiornamenti quotidiani del portale.

Quante sono le società di lobbying nella Ue? E di cosa si occupano?
Pur con il “difetto” della volontarietà, i soggetti iscritti al registro della trasparenza sono un totale di 11.787 a luglio 2018. I settori rappresentati sono «Lobbisti interni e associazioni di categoria, commerciali e professionali» (5.286, quasi la metà), organizzazioni non governative (3.129), società di consulenza specializzati, studi legali e consulenti indipendenti (1.274), centri di studio, istituti accademici e di ricerca (914), organizzazioni rappresentative di amministrazioni locali, regionali e comunali, altri enti pubblici o misti (590) e organizzazioni rappresentative di chiese e comunità religiose (54). Una curiosità: l’Italia è il quinto paese su scala Ue per presenza di società di lobby (l’8% del totale),dietro a Belgio (il 18%, anche se ovviamente influisce la contiguità con Bruxelles), Germania (13%), Regno Unito (10%) e Francia (9%). Tra i “connazionali” iscritti al registro ci sono banche, grossi gruppi delle telecomuniucazioni, università. La lista completa è disponibile sul portale stesso del registro.

La giornata tipo del lobbista
Fuori dagli illeciti, come quelli che si sarebbero verificati prima delle plenaria di Strasburgo, “fare pressione” significa rappresentare gli interessi di soggetti economici di fronte a un’istituzione che sta decidendo come legiferare. Come? «Di solito vengono costruiti dei position paper (dossier) dell'interesse che spiegano per quale ragione una legge sia positiva o negativa - dice Alberto Cattaneo, partner dell’agenzia di lobby legislativa Cattaneo Zanetto - Questi dossier vengono poi sia inviati in consultazioni pubbliche sia spiegati a voce in meeting richiesti alle istituzioni con cui si vuole interloquire». Calato nella routine di Bruxelles e delle istituzioni Ue in generale, significa incontrarsi con rappresentanti delle istituzioni e perorare i propri interessi rispetto alle novità che si annunciano sul piano legislativo. La frequenza dipende poi da dimensioni aziendali e disponibilità effettiva di collaboratori sul campo. Secondo LobbyFacts, un portale che monitora l’attività lobbistica in Europa, solo Facebook ha incontrato membri della Commissione europea per un totale di 92 volte dal 2014 all’aprile di quest’anno. L’ultimo meeting risale al 26 aprile e ha riguardato il Gdpr, il regolamento sulla protezione dei dati applicabile dal 25 maggio.

I rischi del mestiere (per i cittadini)
Il potere effettivo delle lobby sulle decisioni pubbliche ha fatto scattare più di un campanello d’allarme, favorendo la nascita di associazioni che vigilano sulla trasparenza dei rapporti fra istituzioni e portatori di interesse. La preoccupazione principale, filtrata anche nell’immaginario collettivo, è che “lobby” equivalga esclusivamente a spingere gli interessi delle aziende in sfavore di lavoratori e consumatori. Un report di Corporate Europe Observatory, un osservatorio che monitora le attività di pressione, ha conteggiato un totale di 180 incontri fra Commissione europea e gruppi di lobbisti nel vivo delle trattative per l’accordo commerciale tra Europa e Giappone. I meeting con i sindacati nello stesso periodo? Zero.

E in Italia?
In Italia la regolamentazione delle lobby è in stallo. Nel 2016 la Camera ha approvato un regolamento, entrato poi in vigore nel 2017, per disciplinare l’attività dei lobbisti con criteri simili a quelli adottati in Europa. «Ma da allora la regolamentazione è ferma e anche il registro alla Camera deve essere rinnovato dice Cattaneo - Quello che è sempre mancato è una legge-quadro. C'è una proliferazione di registri ma l’impatto finale è di non avere un vero impatto».

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