ex zona rossa

«Lodi, così siamo sopravvissuti ai check point»

Trascorse due settimane i blocchi non ci sono più: i dieci comuni in quarantena sono stati equiparati al resto della Lombardia. Per le aziende è il momento di provare a ripartire anche se si sono persi quasi cento milioni

di Raffaella Ciceri

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Un dettaglio della produzione di Mtaun

Trascorse due settimane i blocchi non ci sono più: i dieci comuni in quarantena sono stati equiparati al resto della Lombardia. Per le aziende è il momento di provare a ripartire anche se si sono persi quasi cento milioni


4' di lettura

«Siamo come un malato rimasto allettato per due settimane, prima di rimetterci in piedi e tornare a correre ci vorrà del tempo, ma almeno possiamo provarci». Vittorio Boselli quasi non ci sperava. Per quattordici giorni il segretario generale di Confartigianato Imprese della provincia di Lodi ha raccomandato a tutti di tenere duro, di rispettare le ordinanze e non mollare, ha chiesto deroghe per le aziende manufatturiere che ritardando le consegne rischiavano di paralizzare fabbriche o cantieri fuori dalla “zona rossa”, e insieme ai colleghi di Confartigianato ha elaborato stime e previsioni per quantificare il danno. Ora che i check point non ci sono più e che i dieci comuni in quarantena sono stati equiparati al resto della Lombardia, è il momento di provare a ripartire. Pur con tutte le limitazioni che restano. Con lo smart working per chi può. Con le distanze di sicurezza e tutte le altre misure per limitare la diffusione del Covid-19.

«Nei 10 comuni che erano stati inclusi nella zona rossa abbiamo 3.417 imprese e 13.338 addetti. Se si escludono le attività agricole, queste imprese producono un fatturato settimanale di 49 milioni di euro, che è stato di fatto azzerato per quindici giorni – spiega Boselli -. Teniamo presente che per il 99% si tratta di micro e piccole imprese sotto i 50 dipendenti, che non hanno mezzi finanziari che possano garantire liquidità in caso di stop forzati. Chi aveva dei fidi di cassa li ha prosciugati a fine mese. Ora capiamo come andare avanti».

Nei dieci comuni della ex zona rossa sono attive 53 delle duecento aziende censite da Assolombarda nell'ultima indagine Top 200. Tutte ferme, nelle due settimane tra il 24 febbraio e l'8 marzo, tranne le pochissime che avevano ottenuto una deroga per la ripresa parziale dell'attività. Tra queste la MTA di Codogno. Produce centraline per la distribuzione della potenza per alcune delle principali case automobilistiche, la paralisi dell'attività rischiava di fermare anche FCA. Dopo qualche giorno di stop aveva ottenuto l'autorizzazione per far rientrare in servizio un centinaio dei circa 600 dipendenti e riattivare parzialmente i tre reparti necessari per rimettere in moto la produzione: «Abbiamo evitato il fermo linea ai nostri clienti, ma non siamo comunque riusciti ad accontentare quelli che avevano meno urgenza – spiega Maria Vittoria Falchetti, responsabile marketing e comunicazione, nipote di Antonio Falchetti che nel 1954 aveva fondato il primo stabilimento a Codogno, oggi quartier generale delle dieci sedi MTA nel mondo -. A noi è stata concessa una deroga ma siamo stati tra i pochi fortunati: il resto è rimasto fermo due settimane, con un danno enorme per le nostre comunità. L'Italia della moda, del food o del design non ha bisogno di presentazioni, ma in queste terre abbiamo impiegato anni per dimostrare quanto vale l'Italia della tecnologia e dell'innovazione».

A quattrocento metri da MTA, nello stesso polo industriale di Codogno, anche Pellini ha ottenuto una deroga per consegnare le proprie tende – prodotti ultraspecializzati, tende tecniche e tende in vetrocamera per edifici ad alta efficienza energetica - il cui ritardo rischiava di bloccare il cantiere del nuovo ospedale di Pordenone e i lavori alla torre Libeskind di CityLife, a Milano: «Noi siamo tra quelli che se la caveranno con meno ripercussioni, siamo di fatto monopolisti a livello mondiale – spiega Alessandro Pellini -. Ma le altre imprese della nostra area pagheranno un prezzo altissimo, è a rischio la tenuta del territorio». Dei circa 140 dipendenti, nelle due settimane di quarantena ne lavoravano 25: «Al di là della produzione abbiamo dovuto gestire il problema delle autorizzazioni al trasporto». Con soluzioni inedite e passaggio di testimone ai check point: dallo stabilimento Pellini usciva il camion autorizzato con le forniture, e al confine della “zona rossa” l'autista scendeva dal mezzo e trasferiva le chiavi a un secondo autista in attesa in “zona gialla”.

E ai check point sono stati scambiati gli strumenti di lavoro più disparati, inclusa una chiave Usb per la firma digitale: «Lo smart working dà enormi vantaggi, ma poi basta che scada la propria PEC e si rischia di non poter lavorare», dice Luca Bertoni, presidente dell'Ordine degli Ingegneri del Lodigiano che nei giorni scorsi è stato impegnato a trovare soluzioni concrete per tamponare i problemi dei 107 ingegneri residenti nella ex zona rossa. Una di loro, titolare di uno studio a Codogno, stava appunto aspettando la nuova USB per la firma digitale, che le è stata recapitata in auto al confine comunale, con le forze dell'ordine a vigilare sulla consegna.

«Stiamo lavorando ma c'è troppa tensione, continua preoccupazione. La salute viene prima di tutto, e ogni norma che venga emessa per tutelarla è sacrosanta, ma qualcuno dovrà sostenere le aziende che faranno fatica a ripartire – è lo sfogo di Maria Grazia Dotti, titolare di Antea Servizi, impresa di pulizie industriali di Codogno -. In queste settimane ho sempre sentito ripetere che i lavoratori verranno pagati, ed è sacrosanto, ma non possiamo dimenticare che il lavoro dipendente esiste finché esistono le imprese». Anche la sua, di impresa, aveva ottenuto una deroga tra il 24 febbraio e l'8 marzo, per dare il via alla sanificazione di scuole, asili, palestre, aziende. Su 23 dipendenti ne erano tornati al lavoro circa la metà: «I nostri clienti sono per l'80% nella ex zona rossa, ora dobbiamo ripartire – dice -. Ma si è frenato un treno in corsa, sperare che ora riprenda tutto come se niente fosse è impensabile».

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