GIGLIO GROUP

Logistica, big data e blockchain: ecco l'e-commerce 4.0 nel food

Il gruppo Giglio, quotato sullo Star di Borsa Italiana, ha siglato partnership con Riso Scotti, Fratelli Carli, Generale Conserve, Everton e Bosca per il debutto della propria piattaforma nel mondo del food

di Gianni Rusconi


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4' di lettura

Una ricetta a forti tinte tecnologiche e naturalmente all'insegna del made in Italy, quella che ha studiato Giglio Group per ufficializzare il debutto della propria piattaforma nel mondo del food. “L'e-commerce 4.0 – ha spiegato il Presidente e Amministratore Delegato della società milanese, Alessandro Giglio – inizia costruendo dapprima il negozio virtuale monomarca del brand e prosegue nel portare i suoi prodotti nelle vetrine dei grandi marketplace internazionali”. Dopo i marchi fashion, lifestyle e del design, la nuova sfida è ora quella di accompagnare sul mercato globale aziende come Riso Scotti, Fratelli Carli, Generale Conserve, Everton, Bosca, Cameo, Fabbri e (per la parte rewarding) Grandi Salumifici italiani. Come? Attraverso il canale digitale.

Le prospettive del business alimentare online

Attualmente sono circa un centinaio i brand che hanno affidato a Giglio la gestione delle vendite online e sono oltre 50 le vetrine aperte sui principali marketplace. Il mercato di riferimento, quello dell'e-commerce a livello mondiale, dovrebbe valere nel 2022 più di 4mila miliardi di dollari (rispetto ai 2.800 miliardi del 2018) e coinvolgere 3,2 miliardi di persone. “Se parliamo di venduto online – dice ancora Giglio – il food non è ancora ai livelli di altri settori ma presenta un trend di crescita del 40%. È un settore che si sta trasformando in modo sostanziale e avverto che è prossimo un cambio epocale delle abitudini di acquisto anche in questo comparto”. Le cifre che ha snocciolato il manager parlano in proposito chiaro: se il valore dell'export totale dei prodotti LCC (Largo consumo confezionato) made in Italy vale circa 460 miliardi di dollari, le vendite online pesano attualmente il 20% di questo comparto, e quindi poco meno di 100 miliardi. Ed è per l'appunto su questo tavolo che vuole giocarsi le sue carte il Gruppo entrando nel settore food.

La trasformazione tecnologica del food

“Il settore alimentare – ha spiegato Alessandro Santamaria, Managing Director Digital Strategy, al Sole24ore.com - è maturo per affrontare la rivoluzione del digitale, e lo è soprattutto a livello di canali distributivi. Anni fa la grande distribuzione organizzata ha iniziato a mettere online i suoi prodotti lavorando sulle consegne, senza però coltivare in modo deciso la relazione uno-a-uno con la clientela. Oggi le aziende hanno capito l'importanza del canale e-commerce, di andare oltre il classico sito istituzionale e informativo e di approcciare il modello dei marketplace”. Il nuovo salto che Giglio propone ai suoi partner, destinati a crescere numericamente nelle prossime settimane, è basato sue due pilastri, tecnologia e logistica. Grazie a Big Data, cloud e intelligenza artificiale la piattaforma permette di “accendere” o “spegnere” un articolo in un determinato marketplace ed è quindi in grado di distribuire in modo differenziato, “quasi chirurgico come dice Santamaria, i prodotti in qualsiasi mercato. Il punto focale, confermano ancora da Giglio, è la profilazione digitale del consumatore (o di un clsuter di consumatori) rispetto allo storico degli acquisti. Il secondo pilastro sono i quattro hub logistici (in Italia, Cina e Stati Uniti) deputati a smistare fisicamente le merci catalogo nei quattro continenti, sfruttando sistemi di etichettatura avanzati per soddisfare i requisiti normativi dei vari Paesi e, a tendere, la tecnologia blockchain (“una componente su cui stiamo lavorando e che risulterà a nostro avviso fondamentale”, sottolinea Santamaria) per la tracciabilità dei prodotti.

Si parte dall'Europa con la Cina nel mirino ma senza il fresco

L'ingresso di Giglio nel food, conferma infine l'Ad, sarà graduale. “Partiremo da Europa e Nord America ma la Cina è sicuramente un Paese sul quale puntiamo molto: già oggi raggiungiamo su quel mercato circa 180 milioni di consumatori e contiamo di crescere questa penetrazione ulteriormente”. Per inciso il Paese del Dragone concentra circa la metà, 855 miliardi di dollari, del totale degli acquisti online condotti nell'area Asia-Pacifico, arrivati l'anno passato a circa 1.900 miliardi.

Il modello di business della “revenue share” sul venduto non cambierà e l'unico limite che il piano contempla è quello legato alla conservabilità dei prodotti: il fresco, in altre parole, è al momento un verticale escluso dal catalogo.

Perché i merchant non vanno direttamente su Amazon?

Non è invece considerato un problema la potenziale concorrenza di Amazon, o per meglio dire la possibilità che i singoli marchi si rivolgano direttamente al gigante dell'e-commerce di Seattle per portare in vetrina i rispettivi prodotti. “La relazione diretta con Amazon - spiega Giglio – può essere complicata: i nostri partner che lavorano con loro in Italia si dicono non molto soddisfatti delle modalità operative che regolano la loro presenza online e la gestione fisica dei prodotti. E non meno di impatto sono i costi richiesti per gestire in autonomia il catalogo sui marketplace internazionali, considerando di avere a che fare con 50/60 interlocutori diversi e con logiche diverse”. C'è infine una terza ragione, a detta del fondatore di Giglio, che spiega perché un'azienda come Riso Scotti abbia deciso di investire in modo deciso sulla piattaforma: “Solo un sistema tecnologicamente avanzato e centralizzato può garantire una gestione armonizzata dei prodotti in vetrina, evitando di avere buchi su un negozio ed eccedenza su altri”.

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