Il day after brexit

Londra out o in? Il super bilancio Ue rischia l’alt

di Giuseppe Chiellino


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(AFP)

3' di lettura

Sarà un avvio di legislatura impegnativo quello che attende il nuovo Parlamento europeo uscito dalle urne. Il primo banco di prova sarà il bilancio a lungo termine dell’Unione (Quadro finanziario pluriennale, Qfp) 2021-2027. Con l’aggravante dell’ombra lunga di Brexit, dopo il rinvio dell’uscita del Regno Unito a fine ottobre, la partecipazione degli elettori britannici al voto e le dimissioni annunciate venerdì dalla premier Theresa May.

A Bruxelles si confrontano due scuole di pensiero. La prima - spiega un alto eurofunzionario - è che «la Ue non ha interesse ad “importare” incertezza e instabilità dal Regno Unito intrappolato nelle proprie convulsioni sulla Brexit, che nessuno sa come e quando si concluderanno». Questa dunque è un’altra buona ragione per trovare un accordo sul Qfp entro l’autunno: «Eviterebbe all’Unione di diventare ostaggio del conflitto interno al Regno Unito, dimostrerebbe che anche a 27 la Ue va avanti, fornirebbe prevedibilità per gli investimenti e chiarirebbe le implicazioni finanziarie per gli Stati membri. Ciò potrebbe anche almeno aiutare a far emergere a Londra una maggioranza a favore di una qualche soluzione. E nel caso in cui la Gran Bretagna decidesse di restare nell’Unione le implicazioni per i 27 sarebbero positive».

LA PROPOSTA DELLA COMMISSIONE PER IL BUDGET EUROPEO

LA PROPOSTA DELLA COMMISSIONE PER IL BUDGET EUROPEO

L’altro scenario, definito «inerziale», è che senza una chiara visione sulla Brexit il Consiglio non può raggiungere un accordo, «con conseguenze speculari a quelle del primo scenario e negative per il processo decisionale ed il funzionamento dell’Ue».

Le risorse per i nuovi compiti

La Commissione ha formulato la sua proposta un anno fa, basata sull’Unione a 27 senza il Regno Unito e cercando di colmare il “buco” di una dozzina di miliardi all’anno lasciato dai britannici. Obiettivo era non ridurre le risorse per le politiche europee e avere margini sufficienti per i nuovi compiti che l’Unione, su richiesta degli Stati membri, deve affrontare: clima, migrazioni e sicurezza.

Dopo un lungo confronto con le capitali, la proposta è stata pari all’1,11% del Pil: 1.134 miliardi in 7 anni per circa 500 milioni di abitanti (il bilancio italiano supera gli 800 miliardi l’anno per 60 milioni di abitanti). Il Parlamento ha chiesto di aumentarlo almeno all’1,3% del Pil, 1.324 miliardi a prezzi 2018. Come illustra nel dettaglio l’infografica accanto, oltre ai capitoli tradizionali come coesione territoriale e agricoltura che assorbono circa due terzi delle risorse, il bilancio Ue finanzierà ricerca e innovazione (Horizon), il secondo Piano Juncker per gli investimenti strategici, Erasmus, la lotta ai cambiamenti climatici, la sicurezza delle frontiere, i primi passi di una difesa comune, in piccola parte l’accoglienza dei migranti e la “politica estera”. Solo il 5% andrà al funzionamento delle istituzioni.

Il Parlamento uscente ha approvato 10 regolamenti dei 37 programmi di spesa del prossimo Qfp e ha assunto la propria posizione negoziale su altri 17. Tra quelli ancora da adottare c’è il regolamento sulla Politica agricola (Pac), che nella proposta avrà 324 miliardi contro i 383 del periodo 2014-2020, quello sul programma di supporto alle riforme strutturali (22 miliardi) e quello per la funzione di stabilizzazione degli investimenti.

Nonostante i ripetuti inviti di Jean-Claude Juncker, non si è riusciti ad approvare l’intero pacchetto prima delle elezioni. Ma era prevedibile. I lavori, interrotti in Parlamento, proseguono a livello tecnico e politico in Consiglio Affari generali e ci si aspetta che il vertice dei leader a giugno almeno confermi l’obiettivo di chiudere il cerchio entro l’autunno. Il Consiglio dovrebbe inoltre mettersi d’accordo sui principali elementi costitutivi di uno strumento per la competitività e cooperazione per l’eurozona. Dagli accordi già raggiunti tra Parlamento e Consiglio sono esclusi pezzi importanti, a cominciare dai livelli di spesa, che devono essere approvati all’unanimità dai capi di Stato e di Governo.

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